Da "Il Corriere della Sera" 20 marzo 2006
«Un carcere peggio di Abu Ghraib» Scoop del Nyt: «Agenti segreti americani torturavano i prigionieri nell'ex stanza degli orrori di Saddam a Bagdad» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Il campo della stanza nera
La scheda
WASHINGTON
Una delle camere di tortura di Saddam Hussein, presso l'aeroporto di Bagdad, fu trasformata in una cella per interrogatori, la «Black room» o Stanza Nera, da un'unità militare segreta americana dell'antiterrorismo, la Task Force 6-26 incaricata della cattura di Al Zarqawi. Per un anno e mezzo i detenuti iracheni, in maggioranza in transito per Abu Ghraib, furono pestati, a volte coi calci di fucile, perché fornissero informazioni sul leader di Al Qaeda in Iraq. Solo dopo ripetute proteste dell'Fbi e della Cia, e dopo un intervento del sottosegretario alla Difesa Steven Cambone che ordinò un'inchiesta definendone la condotta «inaccettabile», alcuni responsabili furono puniti e la task force cambiò sede e metodi. Lo ha svelato ieri il New York Times, in un articolo in prima pagina su Camp Nama, «un cupo ritratto degli abusi americani», corredato dalla foto di un cartello che esprimeva l'etica della 6-26: «No blood, no foul», se non li fate sanguinare non vi possono incriminare.
Il giornale racconta che dal soffitto della «Black room» pendevano ancora i 18 ganci di tortura dei tempi di Saddam. Che in un'altra stanza i soldati prendevano i detenuti a bersaglio con pallottole di liquido colorato. E che gli iracheni venivano rinchiusi in «fetidi cubicoli» (Motel 6 e Hotel California). Chi collaborava finiva in una «stanza Vip» con poltrone e tappeti. La storia della Task Force, originariamente detta 121, e oggi, dopo il trasferimento a Balad, 145, era in parte nota. Il New York Times la ha arricchita di particolari che smentiscono, rileva, la tesi del Pentagono che le sevizie furono aberrazione di pochi militari. La Task Force venne formata nel 2003, e i primi abusi a Camp Nama affiorarono nell'agosto di quell'anno: la Cia «ne fu allarmata al punto da vietare ai suoi di andarci». Lo scandalo di Abu Ghraib esplose nell'aprile del 2004, ma non si ripercosse sulla 6-26. Dalla fine del 2003 a oggi, tuttavia, 11 suoi membri sono stati rimossi e 34 puniti «con misure amministrative». Lo scorso dicembre una Corte marziale condannò 5 rangers al carcere, da uno a sei mesi.
A causa della segretezza che circonda il corpo speciale, il New York Times ha potuto citare pochi casi di abusi, da quello di un diciottenne bastonato perché sospettato di vendere auto al gruppo di Al Zarqawi a quello di un uomo su cui i medici riscontrarono gravi ustioni. Ma ha precisato che spesso gli interrogati venivano incappucciati, bombardati da musica ad altissimo volume e getti d'acqua ghiacciata, fino a svenire, come accadde al figlio di una guardia del corpo del rais: chi risultava innocente riceveva 100 dollari e veniva lasciato libero nel deserto. Il giornale ha aggiunto che a volte i soldati indossavano abiti civili e portavano barba e capelli lunghi, e che altri Camp Nama, di dimensioni minori, furono aperti a Falluja, Ramadi e Kirkurk (la Croce Rossa non vi ebbe mai accesso). Una delle accuse più pesanti rivolte al Pentagono dal New York Times è di avere insabbiato lo scandalo, malgrado l'ordine del sottosegretario Cambrone, un italo americano. Stando al quotidiano, fu bloccato almeno un rapporto dei civili della Dia (l'Agenzia dell'intelligence della Difesa) e fatto sparire il 70% degli archivi elettronici della task force. Non solo: essendo sotto copertura, molti membri del Corpo speciale non vennero mai identificati.
Ennio Caretto
20 marzo 2006