Ragazzi volevo proporvi un racconto scritto da un amico... io l'ho appena letto e ci sono rimasta così: :eek:
Sapevo che sapesse scrivere ma non mi aspettavo che mi piacesse tanto! :D
Cmq non vi fate scrupoli e se fa schifo ditelo pure, le critiche fanno crescere! :D
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Comunque domani non pioverà
Comunque domani non pioverà, perché altrimenti il meteo l’avrebbe detto. Ha detto invece “variabile” e “precipitazioni sui rilievi montuosi”, e io non sto su nessun rilievo montuoso in questo momento, sto sul mare, lo so, sento le onde da qui, ogni volta che sto zitto e alzo le mani dalla macchina per scrivere.
Mi ha appena scritto Teresa. Che ne so io dove andremo domani. Si preoccupa, è ansiosa, come tutte, ne ho le palle piene, il suo è un continuo processo alle intenzioni, e io non ho voglia di fare il suo perry mason; che vada a leggersi john grisham piuttosto, che le piace tanto, e smetta di farmi vibrare il telefonino sulla scrivania. Il nokia, quando vibra sulla scrivania di mogano di papà, fa un rumore disgustoso, come un piccione di città che esala l’ultimo respiro perché è stato appena schiacciato da un paio di firestone.
E sì che è bella, Teresa, però non deve assillarmi. Quando fa così mi fa passare la voglia di fare qualsiasi cosa. Domani non pioverà, perché il meteo non l’ha detto, e io mi fido del meteo, soprattutto quello del primo canale che ha sempre fatto centro a pasquetta, capodanno e santo stefano. E d’estate? La scorsa estate sono partito il nove agosto perché il meteo aveva consigliato una partenza intelligente. Abbiamo avuto un’estate strana. E mi sono goduto le file e le file di auto e di camion e di assetati idioti schiacciati dal sole in autostrada, che sembrava che quel muro di macchine non si muovesse mai, e io intanto davo una tirata di sigaretta prima di premere play sul dvd. E poi hanno avuto pure un po’ di pioggia, anzi un bel po’ di nuvole, una volta arrivati alle loro belle casette sul mare. Ben gli sta.
Non a tutti è concesso di capire il meteo. Sembra facile, ma non lo è. Ci vuole un po’ di intuito. Quel che basta per interpretare ciò che dicono. Non dicono tutto e subito, non ci sono didascalie precise, per quanto quei numeri e quei segni + e - messi accanto alle città sembrano chiarirti la faccenda. Se riesci a leggere là dove gli altri non arrivano, allora sì che puoi essere sicuro. Io sono sempre sicuro di quello che leggo. Domani non pioverà, perché non l’hanno detto.
Un altro messaggio. Questa volta mi alzo e la chiamo, le dico che basta, quasi quasi non vado a prenderla, e se non le piace l’idea dell’albergo a ore di via Consalvo, allora che resti all’università a seguire i corsi piuttosto. Dice che bisogna prepararsi al peggio, neanche fosse scoppiata una guerra qui. Per certe donne l’importante è raccontare qualcosa di intrigante alle amiche qualche ora dopo, un fatto che susciti una maledetta invidia, non ha importanza con chi cosa quando e perché. Ha importanza il dove. Se piove domani non vuole restare in macchina, né affollare un bar per un aperitivo, né riempire le lenzuola di un albergo ad ore, perché tutto questo è squallido, è squallido se non è la passeggiata sulla spiaggia di Bacoli che le ho promesso, perché è questo che vogliono sentirsi raccontare le sue amiche, una bella camminata sabbia e piedi su questa fottuta spiaggia, e poi il kitesurf con il mio aquilone da trecentocinquanta euro. Sono l’unico uomo che può offrirle di volare con un soft foil così bello. Tutti gli altri ragazzi delle sue amiche sono dei normalissimi “deficienti”, come li chiama lei, che magari vanno in macchina e parlano di calcio e di computer. E invece io devo farle raccontare di aver scivolato per un centinaio di metri con l’aquilone sulle onde. Già la vedo tornare a casa tutta eccitata e senza neanche togliersi le scarpe chiamare Chiara e poi dopo Roberta, dicendo di aver imparato a rilanciare dall’acqua, di aver svitato qualche valvola di pre-gonfiaggio e di aver sentito la tensione della barra di controllo sotto le sue mani, mentre il vento le portava via le gambe.
Prego iddio domani che non sia una giornata troppo ventosa.
Sono pentito di averle parlato del mio foil. E di non averle raccontato il resto. Un giorno ero su una grossa spiaggia del basso Lazio, non ricordo quale fosse, comunque mi divertivo a fare la bustina da tè, o il “tea bugging” come dicono, e cioè mi facevo lanciare nell’acqua dal vento forte. Era sui sette o dieci nodi, forse un po’ di più, e più ti spinge in alto più, allo stesso tempo, ti senti vulnerabile e potente,. Avvertivo gli occhi della gente strisciare su di me e divorarmi di ammirazione, e mi sentivo come un gabbiano accarezzato dal sole. Planavo sull’acqua sottovento, con un vecchio Wipika Classic, e una volta ogni due o tre minuti giravo l’aquilone verso l’alto e indietro, tirandolo con forza, e non appena la tensione sulle linee era abbastanza forte stendevo le gambe mettendo in piano la tavola e portando il Wipka allo zenith. Con un vento di dieci nodi riuscivo a saltare per cinque secondi, forse anche di più. Poi accadde, e il meteo l’aveva annunciato. Solo che all’epoca non avevo l’intuito degli eletti, di quelli che sanno leggere dietro l’aggettivo “variabile”. Una raffica di vento fortissima mi travolse subito dopo un atterraggio. Avevo ancora le mani bagnate e la tavola era troppo inclinata. La barra di controllo mi scivolò via come un’anguilla impazzita e fui sollevato di una trentina di metri. Mentre volavo impotente sopra gli sguardi increduli dei miei ammiratori trattenni il fiato, cercando di piegare l’aquilone in un ultimo disperato tentativo. Ma sembrava che il vento avesse deciso di trascinare le mie funi con le sue dita ammonitrici e implacabili. Il meteo l’aveva annunciato, e ricordai delle ultime previsioni dimenticate alla tivù accesa proprio qualche ora prima. L’ultima immagine che ebbi scolpita nella memoria, prima di accasciarmi con violenza sulla riva, fu quella di un bambino che aveva smesso di giocare con la sabbia per guardarmi spaventato.
Domani non pioverà, ma io preferisco un albergo a ore.
