Mobbing - Ci piace lavorare
Buonasera a tutti!
Sono felicissimo di entrare a far parte di questa Community e mi presento:
mi chiamo Alessandro Gallo, ho 25 anni (tra poco 26), sono uno studente romano laureando in "Scienze della Comunicazione" con una tesi in "Psicologia della Comunicazione" su un argomento tristemente noto ovvero "Il Mobbing" ( violenze e soprusi sul luogo di lavoro, ma tanto lo sapevate già!!:approved:). Sono qui per sapere cosa ne pensate, quale ritenete che sia il movente che spinge l'esecutore di questa terribile pratica a metterla in atto e quale, secondo voi, è invece il processo mentale che spinge spesso la vittima a subire passivamente senza reagire. So che posso creare un dibattito serio e costruttivo in questo spazio..
A presto
Alessandro Gallo :yahoo:
Il Mobbing:
"Il Mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso".
Il Narcisista perverso in una cultura autoritaria
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Nell'ordine, per quel che ne so, direi che le culture organizzative nelle quali dovrebbe essere più probabile la presenza di mobbing potrebbero essere :
1) cultura paternalistico clientelare
2) cultura autoritaria
3) (ma forse a pari merito con 2) cultura burocratica
4) cultura tecnocratica
5) cultura cooperativa
Ma tieni conto del fatto che il mio è il punto di vista di uno psicologo clinico che legge la realtà sulla base delle teorie psicoanalitiche.
Da questo punto di vista, il mobbing potrebbe essere anche innescato dal fatto che il mobber non sia in grado di riconoscere la propria sofferenza; sofferenza derivante dall'inevitabile scarto esistente tra ideale e realtà nel lavoro. Se questa sofferenza non viene riconosciuta, è possibile che venga proiettata all'esterno. Questo punto di vista è sostenuto da alcuni autori francesi (in particolare Christophe Dejours e Marie Grénier-Pézé, ai quali ti rimando) che hanno fondato una branca dell'analisi del lavoro su basi psicodinamiche nota come "psychopathologie et psychodynamique du travail".
Di fondo, l'ipotesi è che il malessere collegato al mondo del lavoro, nelle sue varie forme, derivi in primo luogo dal non riconoscimento del fatto che il lavoro reale (e l'organizzazione reale del lavoro) è profondamente differente dal lavoro ideale (e dall'organizzazione ideale del lavoro) cui fanno riferimento le norme aziendali, i piani di qualità e gli organigrammi. E' un'ipotesi che ritengo interessante, Magari voi siete di parere differente. Fatemi sapere.
Buona vita
Guglielmo
P.S.: Piccola bibliografia di riferimento
Dejours, Christophe: Travail , usure mentale Centurion/Bayard Editions, 2000
La France malade du travail Bayard Editions, 1995
Le Facteur humain PUF, 1999
Drida M., Engel E., Litzenberger M., 1999, « Du harcèlement ou la violence discrète des relations de travail », Actes
du 2ème CIPPT, Paris.
Grenier-Peze M, 2000. Le harcèlement moral : approche psychosomatique, psychodynamique, thérapeutique. Le
Droit Ouvrier.
Grenier-Pezé M; Soula M.C., Sandret N., Bouaziz P., Roche C., Imbeaux M. La maltraitance dans les relations de
travail: prise en charge pluridisciplinaire. Le Concours Médical, Octobre 2001.
Grenier-Peze M, 2000 : Contrainte par corps : le harcèlement moral ; Travail Genres et sociétés. Dossier :
harcèlement et violence, les maux du travail. Mai 2001
Hirigoyen M-F, 1998, Le harcèlement moral, Syros, Paris
Carissimo Willy,
ringraziandoti per il tuo intervento che ho molto gradito, mi accingo a risponderti, anche se sono provato dalla scrittura della parte della mia tesi dedicata alle "dinamiche di conflitto" che creano un terreno fertile per lo svilupparsi delle dinamiche di Mobbing (mi sono scelto un argomento prostrante, statemi vicino...:argh:):
Dunque, credo che stabilire una classifica in merito alle "culture organizzative" più a "rischio Mobbing" sia davvero difficile perchè ognuno tende a strutturarla secondo il proprio vissuto personale o secondo le proprie opinioni, mentre si dovrebbe cercare di analizzare al meglio, dati alla mano, l'incidenza statistica di ogni "cultura organizzativa" nelle casistiche di Mobbing. La situazione da paese a paese è molto variegata ma posso dirti che qui in Italia l'incidenza più alta la possiede la cultura autoritaria dato che, in una cultura organizzativa in cui è necessario assoggetarsi alla "venerazione incondizionata di un capo", il Mobbing trova condizioni favorevoli oer prosperare grazie alla crisi latente e continuativa che causa un eleavto livello di disoccupazione e, conseguentemente, un'altissima paura da parte dei lavoratori di perdere il posto di lavoro. In questa situazione la pressione che il datore di lavoro ha la possibilità di esercitare sul dipendente con la minaccia di licenziamento diventa facilmente uno strumento di "Mobbing pianificato".
Di certo anche la cultura paternalistica e burocratica sono fortemente a rischio ma forse più in altri paesi che qui in Italia.
Quanto al movente che spingerebbe un superiore a compiere Mobbing contro un suo sottoposto, mi piacerebbe tantissimo poter sposare la tua tesi secondo la quale questi sarebbe semplicemente deluso dalle aspettative nei confronti del suo staff ma, ahimè, non credo sia così, almeno qui in Italia. Ciò che spinge un superiore a mobbizzare un sottoposto è riconducibile a svariati tipi di dinamica:
- a volte un superiore può semplicemente percepire la sua inferiorità rispetto ad un suo sottoposto che con la sua bravura e con le sue capacità potrebbe mettere in evidenza l'inadeguatezza del suo superiore a rivestire un ruolo così importante e, per questo, arrivare a mobbizzarlo;
- oppure, in un riassetto societario orientato verso uno svecchiamento delle procedure di lavoro, un superiore potrebbe mobbizzare un suo sottoposto per indurlo ad andaresene e rimpiazzarlo con un altro più giovane e al passo con i tempi;
- oppure, caso più frequente, il sottoposto è inviso ad un superiore per le sue credenze politiche, religiose (...) o anche più banalmente per la sua bella personalità e così viene preso di mira in modo irrazionale e con un accanimento che può raggiungere picchi di follia impressionanti; quest'ultima tipologia di Capo è stata ricondotta dalla vittimologa Marie- France Hirigoyen alla tipologia umana del "narcisista perverso" ovvero colui che: schiavo delle sue manie di onnipotenza, assorbito da fantasie di potere e successo illimitati, smanioso dell'ammirazione altrui, convinto che tutto gli sia dovuto in virtù di questa sua presunta superiorità, incapace di immedesimarsi con gli altri e attanagliato dall'invidia per i successi altrui, "scarica sulla sua vittima il dolore che non è capace di sentire e le contraddizioni interne che rifiuta di prendere in considerazione, in un transfert del dolore che gli permette di valorizzarsi a spese dell'altro".
Cosa ne pensate? :Ops:
Cari Saluti
Alessandro Gallo :yahoo:
Il Narcisista perverso in una cultura autoritaria
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Nell'ordine, per quel che ne so, direi che le culture organizzative nelle quali dovrebbe essere più probabile la presenza di mobbing potrebbero essere :
1) cultura paternalistico clientelare
2) cultura autoritaria
3) (ma forse a pari merito con 2) cultura burocratica
4) cultura tecnocratica
5) cultura cooperativa
Ma tieni conto del fatto che il mio è il punto di vista di uno psicologo clinico che legge la realtà sulla base delle teorie psicoanalitiche.
Da questo punto di vista, il mobbing potrebbe essere anche innescato dal fatto che il mobber non sia in grado di riconoscere la propria sofferenza; sofferenza derivante dall'inevitabile scarto esistente tra ideale e realtà nel lavoro. Se questa sofferenza non viene riconosciuta, è possibile che venga proiettata all'esterno. Questo punto di vista è sostenuto da alcuni autori francesi (in particolare Christophe Dejours e Marie Grénier-Pézé, ai quali ti rimando) che hanno fondato una branca dell'analisi del lavoro su basi psicodinamiche nota come "psychopathologie et psychodynamique du travail".
Di fondo, l'ipotesi è che il malessere collegato al mondo del lavoro, nelle sue varie forme, derivi in primo luogo dal non riconoscimento del fatto che il lavoro reale (e l'organizzazione reale del lavoro) è profondamente differente dal lavoro ideale (e dall'organizzazione ideale del lavoro) cui fanno riferimento le norme aziendali, i piani di qualità e gli organigrammi. E' un'ipotesi che ritengo interessante, Magari voi siete di parere differente. Fatemi sapere.
Buona vita
Guglielmo
P.S.: Piccola bibliografia di riferimento
Dejours, Christophe: Travail , usure mentale Centurion/Bayard Editions, 2000
La France malade du travail Bayard Editions, 1995
Le Facteur humain PUF, 1999
Drida M., Engel E., Litzenberger M., 1999, « Du harcèlement ou la violence discrète des relations de travail », Actes
du 2ème CIPPT, Paris.
Grenier-Peze M, 2000. Le harcèlement moral : approche psychosomatique, psychodynamique, thérapeutique. Le
Droit Ouvrier.
Grenier-Pezé M; Soula M.C., Sandret N., Bouaziz P., Roche C., Imbeaux M. La maltraitance dans les relations de
travail: prise en charge pluridisciplinaire. Le Concours Médical, Octobre 2001.
Grenier-Peze M, 2000 : Contrainte par corps : le harcèlement moral ; Travail Genres et sociétés. Dossier :
harcèlement et violence, les maux du travail. Mai 2001
Hirigoyen M-F, 1998, Le harcèlement moral, Syros, Paris
Carissimo Willy,
ringraziandoti per il tuo intervento che ho molto gradito, mi accingo a risponderti, anche se sono provato dalla scrittura della parte della mia tesi dedicata alle "dinamiche di conflitto" che creano un terreno fertile per lo svilupparsi delle dinamiche di Mobbing (mi sono scelto un argomento prostrante, statemi vicino...):
Dunque, credo che stabilire una classifica in merito alle "culture organizzative" più a "rischio Mobbing" sia davvero difficile perchè ognuno tende a strutturarla secondo il proprio vissuto personale o secondo le proprie opinioni, mentre si dovrebbe cercare di analizzare al meglio, dati alla mano, l'incidenza statistica di ogni "cultura organizzativa" nelle casistiche di Mobbing. La situazione da paese a paese è molto variegata ma posso dirti che qui in Italia l'incidenza più alta la possiede la cultura autoritaria dato che, in una cultura organizzativa in cui è necessario assoggetarsi alla "venerazione incondizionata di un capo", il Mobbing trova condizioni favorevoli oer prosperare grazie alla crisi latente e continuativa che causa un eleavto livello di disoccupazione e, conseguentemente, un'altissima paura da parte dei lavoratori di perdere il posto di lavoro. In questa situazione la pressione che il datore di lavoro ha la possibilità di esercitare sul dipendente con la minaccia di licenziamento diventa facilmente uno strumento di "Mobbing pianificato".
Di certo anche la cultura paternalistica e burocratica sono fortemente a rischio ma forse più in altri paesi che qui in Italia.
Quanto al movente che spingerebbe un superiore a compiere Mobbing contro un suo sottoposto, mi piacerebbe tantissimo poter sposare la tua tesi secondo la quale questi sarebbe semplicemente deluso dalle aspettative nei confronti del suo staff ma, ahimè, non credo sia così, almeno qui in Italia. Ciò che spinge un superiore a mobbizzare un sottoposto è riconducibile a svariati tipi di dinamica:
- a volte un superiore può semplicemente percepire la sua inferiorità rispetto ad un suo sottoposto che con la sua bravura e con le sue capacità potrebbe mettere in evidenza l'inadeguatezza del suo superiore a rivestire un ruolo così importante e, per questo, arrivare a mobbizzarlo;
- oppure, in un riassetto societario orientato verso uno svecchiamento delle procedure di lavoro, un superiore potrebbe mobbizzare un suo sottoposto per indurlo ad andaresene e rimpiazzarlo con un altro più giovane e al passo con i tempi;
- oppure, caso più frequente, il sottoposto è inviso ad un superiore per le sue credenze politiche, religiose (...) o anche più banalmente per la sua bella personalità e così viene preso di mira in modo irrazionale e con un accanimento che può raggiungere picchi di follia impressionanti; quest'ultima tipologia di Capo è stata ricondotta dalla vittimologa Marie- France Hirigoyen alla tipologia umana del "narcisista perverso" ovvero colui che: schiavo delle sue manie di onnipotenza, assorbito da fantasie di potere e successo illimitati, smanioso dell'ammirazione altrui, convinto che tutto gli sia dovuto in virtù di questa sua presunta superiorità, incapace di immedesimarsi con gli altri e attanagliato dall'invidia per i successi altrui, "scarica sulla sua vittima il dolore che non è capace di sentire e le contraddizioni interne che rifiuta di prendere in considerazione, in un transfert del dolore che gli permette di valorizzarsi a spese dell'altro".
Cosa ne pensate? :Ops:
Cari Saluti
Alessandro Gallo :yahoo:
p.s. Willy grazie per la Bibliografia, ne farò tesoro.