Originalmente inviato da
lalangue
Sono contento di tutte queste domande/risposte, anche se mi costerà fatica aprire ulteriori vie del dibattito. Maledetto tempo!
Diciamo che la nevrosi è essenzialmente una patologia determinata da un conflitto intrapsichico. Nel seguito della risposta specificherò meglio.
Andando oltre, si incontrano patologie sul limite sé/altro-da-sé e, ancora più in là, patologie del rapporto "con la realtà". Non citerò volontariamente gli autori di riferimento, essendo troppi. Cercherò di trattenermi, nel limite del possibile, dall'utilizzare tecnicismi, anche se me ne scapperà qualcuno.
Spostando le difficoltà dall'intrapsichico verso l'esterno, si perde la capacità di mentalizzare, di trattenere nello psichico la sofferenza. Il rapporto con gli altri diventa il campo in cui vengono messe in scena le difficoltà del rapporto con noi stessi. Una difficoltà è nell'immagine di sé, a più livelli. In questo caso, l'altro sarà utilizzato in funzione di specchio; sarà un'appendice delle insicurezze, ad uso e consumo del soggetto (rappresentando l'ideale dell'Io nel versante "buono" e la sua controparte negativa in quello "cattivo"). L'altra difficoltà è nella gestione dell'aggressività, non sempre mentalizzabile e, quindi, utilizzabile per qualche "conquista" ("per ottenere quella cosa ha tirato fuori i denti/le unghie"). In questo caso l'altro farà da deposito di questo materiale esplosivo, facendosene carico e diventando quindi la miccia.
Questa descrizione rimane sul limite della relazione, esistendo ancora l'altro con una intenzionalità, anche se non del tutto propria (quando i bisogni di conferma narcisistica o l'irruzione dell'aggressività non destabilizzano troppo il soggetto, questi è in grado di lasciare agli altri libertà di pensiero e gli altri, di conseguenza, non si sentono imbrigliati in un gioco forzato di azione-reazione che è fuori da qualsiasi volontà altra).
Andando sempre più oltre al limite, la mentalizzazione si perde del tutto. La patologia non è più del contenuto, ma della forma (le forme di esistenza mancata). Il simbolo è reificato, l'affetto/rappresentazione è fuso in una cosa unica, cosificata. I pensieri hanno valore di cosa, acquisiscono densità. Il biologico, varie volte ipotizzato alla base di queste patologie, probabilmente vi prende parte nella misura in cui il soggetto è particolarmente sensibile alle stimolazioni sensoriali, che vive come esterno intrusivo rispetto ad un interno fragile. L'aggressività non è tollerata e viene espulsa. Il disimpasto pulsionale (non essendo possibile agganciare aggressività e libido in una tensione comune) porta in evidenza il ruolo della pulsione di morte (scusate la bestemmia), che si evidenzia come distruzione di qualsiasi capacità di simbolizzazione e di legame (con l'oggetto, ma anche con una rappresentazione a livello del processo secondario, che implicherebbe un impasto pulsionale insostenibile). La rottura di ogni legame porta alla destabilizzazione di ogni simbolo e di ogni senso, portando il soggetto all'esperienza definita "di fine del mondo". Il delirio, in questo senso, fungerebbe da ipersimbolo, da fattore unificante di un caos altrimenti indefinito e vertiginoso, senza fondo (schizofrenia di tipo indifferenziato e di tipo disorganizzato). La precipitazione dei significati nel delirio toglie ogni possibile intenzionalità all'altro: il soggetto anticipa, sempre e comunque, il pensiero degli altri e persino delle cose. Il soggetto intenziona l'altro, lo fa esistere alle sue condizioni (e ad esse comunque lo riconduce).
P.S.: delirando anch'io, in questo momento, ho avuto la visione del delirio come una specie di rimozione primaria rovesciata, in cui il punto di capitone, il grumo primario attorno al quale si raggrumano tutti gli altri significanti, non è simbolico e mentale, ma è il gemello cattivo e rovesciato, cioè concreto e reale. Nella schizofrenia disorganizzata e in quella indifferenziata, il grumo non si forma nemmeno, togliendo ogni possibile ancoraggio alla catena significante (e svincolandola definitivamente dal significato). L'impressione di parlare con una persona che utilizza simboli a non finire, quando la persona stessa non ne usufruisce in tal senso.
Tornando in ambiente nevrotico, è una finezza, ma il misconosciuto sarebbe alla base del sintomo, in quanto su questa rappresentazione ha agito la rimozione secondaria. Lo sconosciuto è qualcosa che non ha mai avuto accesso all'Io (al Prec.). In generale il giusto e lo sbagliato si formano in base al giudice interno, depositato nel Super-Io (che è il complesso, rimosso, dei rapporti con le figure genitoriali). Assenza di conflitto perché l'individuo sceglie altre soluzioni? Credo che "altre soluzioni", in questo caso, possa significare o una riduzione del mondo del soggetto (inibizione di qualche attività) oppure... è un modo per raccontarsela (costruzione che crollerà al primo scontro col desiderio che bussa alla porta).
Sull'analisi approfondita per eliminare la macchia cieca, preferisco rispondere in un altro momento, perché ho bisogno di più tempo e perché aprirei un capitolo abbastanza lungo (e pesante come la scissione tra l'IPA e Lacan).
Difficile seguire i discorsi sempre intriganti di Luigi. Devo leggere Jung e sentire il suo mood.
Come al solito, però, ha colto nel segno: l'etica della psicoanalisi e l'etica del desiderio. Del desiderio dell'Altro. Il dialogo, a livello nevrotico, si situa necessariamente tra l'uomo e la sua eredità ancestrale. La psicoanalisi non ha la presunzione, peraltro infondata, di ricostruire un passato storico (esiste pur sempre la "riserva dell'increato"), ma di scuotere l'Io quel tanto che basta perché ricostruisca dei ponti tra il suo modo di lavorare e le esigenze dell'Altro. Un'etica, si può ben vedere, che del "bene assoluto" dei filosofi se ne sbatte (la mia risposta è troppo parziale e di fretta :( ).