quando si può dire che in psicoterapia si raggiungono degli obbiettivi?
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quando si può dire che in psicoterapia si raggiungono degli obbiettivi?
Dipende dal tipo di psicoterapia e dal contratto che si stabilisce al momento della presa in carico
Conosco un sistema efficacissimo per far ottenere questo a tutti (indipendentemente dalla classe sociale di provenienza, intelligenza, motivazione e così via) in tempi brevissimi ed i cui risultati resteranno costanti per tutta l'eternità a venire :asd:.Citazione:
Originalmente inviato da Lucio Regazzo
Col mio sistema la sofferenza vi assicuro che sparisce, non avrete più motivo di lamentarvi, nessun dolore fisico o psichico, nessun male: assolutamente niente di niente potrà tormentarvi più in futuro dopo un'unica seduta.
Soddisfatti o rimborsati :approved:.
Saluti
e sarebbe?? sono curiosa!
Embè?
Ci ha lasciato in sospeso:)
l
Quali possono essere considerate - in rapporto anche alla tipologia ed all'intensità del/i disturbi -( in generale ed a parte particolari urgenze) delle unità di misura "accettabili" in termini di tempo, per la riduzione della sofferenza esperita dal soggetto ed al mantenimento poi, dei risultati raggiunti per un periodo, almeno inizialmente, ragionevolmente prevedibile, prima che si raggiunga la costanza di tali risultati?
Grazie
Ciao
Ps:
Versione semplificata per le varie difficoltà di lalangue.
Ps: 1)Cosa significa, "quantitativamente" il concetto di tempi brevi cui ti riferisci nella tua affermazione? ( Lo chiedo perché esso é un pò indefinto, per chi non ha molta familiarità con certi tipi di psicoterapia cui suppongo tu possa riferirti e che prevedono anche dei pre-studi ,comparazioni e follow-up).
2)Per quanto quanto tempo ci si può aspettare, secondo te, che tali risultati, rimangano effettivamente costanti, atti a garantire anche un miglioramento generale della qualità della vita del soggetto?
3)C'é un rapporto, nelle psicoterapie a cui ti riferisci, tra "patologie" e tempi necessari per la riduzione della sofferenza? Vi sono studi riferibili a "fattori specifici" e "aspecifici", in tal senso?
Ciao:ciao:
La risposta all'enigma è QUI
Scusami, ma sembra un po' una supercazzola
Un giro di parole difficile da seguire, condìto da neologismi e parole senza senso, che fa delle omofonie la sua ragion d'essere. Altro esempio? QUI
posso prendere un appuntamento con te allora char_lie?
NON AVETE CAPITO NIENTE!!!Si RIFERISCE CHE L'UNICA SOLUZIONE A TUTTI I PROBLEMI è LA MORTE!!!
E allora?:mumble:
Ho sempre detestato i film di Ingmar Bergman.:asd:
Una psicoterapia funziona quando arrivi a queste verità profonde..:)
se la soluzione di char_lie è la morte allora preferisco quella di luca, cioè la terapia che riduce la sofferenza in tempi brevi e mantiene costante nel tempo i risultati raggiunti
Ma perchè esiste?
Cos'è, la cognitivo-comportamentale, quella che ti dà i compitini di casa?
anzi, a proposito, è vero che la cognitivo.comp ecc, dà le domande da fare a casa, e i consigli, e gli obiettivi da raggiungere, o sono tutte chiacchiere?
Io ad esempio, non la potrei sopportare una cosa del genere.
Figuriamoci se accetterei delle direttive da qualcuno...o peggio, degi obiettivi condivisi.:)
Roba da analizzare..
Forse mi ci vorrebbe?:)'sta tegola sul capo?:mattoni:
Io volevo solo mettere in evidenza scherzando che anche la morte paradossalmente permetterebbe di ridurre la sofferenza e mantenere costante nel tempo i risultati raggiunti.Citazione:
Originalmente inviato da angeloazzurro79
Non volevo affatto dire che la morte rappresenta la soluzione di ogni problema, non è così, ma sicuramente è efficace se i problemi che pongono ad uno psicoterapeuta delle persone consistessero e si riducessero veramente solo in quello fondamentale di ridurre la sofferenza.
Ridurre la sofferenza secondo me non basta a definire qualcosa come terapeutico, per far questo è importante stabilire anche come la si dovrebbe ridurre la sofferenza e se il paziente è d'accordo col punto di vista del terapeuta che vende un qualche sistema per ridurla, che sia la morte o altro poi non importa. Per questo in generale ridurre la sofferenza spesso è un falso problema, chiedete ad una persona cosa vuole, non vuole ridurre un male psicologico, più che altro vorrebbe risolvere (avere soluzioni praticabili) per certi problemi esistenziali che ritiene dei mali. Meglio indicare direttamente il come la si dovrebbe ridurre la sofferenza ossia stabilire chiaramente la psicoterapia che tipi di problemi può permettere di risolvere senza girare a vuoto sull'ambiguo concetto di "riduzione della sofferenza".
Saluti
Char-Lie,
il terapeuta che vende la Morte, me lo fa lo sconto? :)
Ma simbolicamente, vendon tutti la Morte, son come gli assicuratori.:)
Infatti spesso ti fanno intendere che devi morire per poi rinascere.
E con questo mito dell'Araba Fenice, tu vai avanti in una sorta di suggestione.
Per tipi facilmente suggestionabili?
Complicata,io sono in terapia cognitivo-comportamentale sistemico-relazionale. Si è vero a volte mi dava dei compitini a casa,ma si trattava di scrivere una sorta di diario o di parole chiave per poter arrivare alla soluzione del problema,comunque la mia non lo faceva spesso.In realtà è molto utile,perchè ti aiuta a trovare un linguaggio tutto tuo insieme al terapeuta.Ultimamente le ho fatto un anagramma con i codici della matematica per farle capire cosa intendevo...ne è rimasta cosi entusiasta che se lo è tenuto nell'agenda!:asd: e ogni volta che vogliamo intenderci ormai utilizziamo schemini in terapia, o se vuole che lavoro su una situazione in particolare in settimana,mi chiede di metterlo per iscritto.Il risultato è interessante...fidati.
comunque no..... di fare domande a casa neanche morta!! la terapia è mia e sua! a meno che non faccio domande in incognito per poterle mettere per iscritto subito dopo e vedere che tipo di reazione mi ha suscitato.
Grazie, ninina.
Sono molto curiosa di altri tipi di terapie.
Un anagramma con i codici della matematica?!
Forte!!:mano:
si e ci siamo capite al volo! hahaha!!!
Pensavo, sai, le domande in fondo, ce le facciamo comunque, no?
Un tripudio di interrogativi senza risposta, che poi non trovano spazio..
Sono troppi tutti insieme.
In genere fai una selezione sul momento, chè tanto è inutile studiarci in anticipo.
no certo anche le risposte di impatto hanno il suo effetto.Ma se durante la terapia non c'è tempo e bisogna lavorare su un obiettivo assai lungo durante la settimana,è utile scomporre i nostri dubbi con calma anche da soli.Lo psicologo sta li in fondo solo per guida,la nostra guarigione dipende in parte da lui,ma tutto il lavoro dobbiamo farlo noi.
ah, quindi si possono prendere degli appunti con calma, si annotano delle cose che pensiamo, e poi si possono rileggere insieme al terapeuta, se ho capito bene.
esatto..... puoi farlo da sola e portarlo di tua spontanea volontà,o magari è una richiesta dello psicologo segnare i tuoi stati d'animo in determinati momenti quotidiani della tua vita.O magari scrivere quello che pensi di una determinata situazione per poter analizzare un problema.
ciao!
allora, andando oltre il discorso della morte, che credo sia una provocazione (la morte non è una soluzione, ma una fuga), è vero quello che dici sulla sofferenza: fare una terapia non vuol dire soltanto "ridurre la sofferenza" (che è una percezione soggettiva). Questo lo fanno gli PSICOFARMACI, e i medici che pretendono di "curare" soltanto somministrando un farmaco. Ma la psiche (parola che etimologicamente significa "soffio", o "anima"), non è un pezzo del corpo, e quindi è concettualmente sbagliato pensare di poter "curare" un disturbo della sfera psichica con un farmaco (la parola "psico-farmaco" è un ossimoro). I farmaci infatti agiscono sul cervello, e non sulla psiche. La psiche non è un epifenomeno del cervello, come vorrebbero far credere certi riduzionisti (non faccio nomi, ma ce ne sono alcuni molto noti)
Difatti la psicoterapia, come si diceva nei post subito sopra, fa ben altro.
Beh ma un disturbo della sfera psichica di cui soffre un certo paziente per uno psicoterapeuta non è inquadrabile oggettivamente a priori da qualche parte dal punto di vista soggettivo perché è sempre il soggetto che decide poi dove collocare più precisamente il suo disturbo, visto che un male può coinvolgere intere aree dell'esistenza di una persona. Se un esperto lo riduce alla modifica di poche funzioni biochimiche può essere sbagliato, ma potrebbe essere sbagliato anche se un altro esperto cerca di ridurlo alla modifica di determinate funzioni psichico-emotive. In funzione di quelli che si ritengono siano il nucleo di problemi che rappresentano per la persona in questione quel particolare disturbo, una cura dovrebbe tentare di avvicinarsi alla soluzione, ogni tentativo di aggirare questo nucleo con dei richiami "alla riduzione della sofferenza" o alla propria autorità è inutile, o li si risolve questi problemi in una misura soddisfacente per il paziente o restano insoluti.Citazione:
Originalmente inviato da Johnny
Ogni persona quando è alle prese con un male ha un'immagine della propria salute in cui quel male è assente, ha un'immagine del proprio viver bene senza quel male, se non l'avesse non avvertirebbe alcuna difficoltà mai.
Più si riesce ad avvicinarsi a questa immagine secondo il metro soggettivo della persona, più la terapia può considerarsi riuscita "nei confronti di quel male" secondo me, cioé non è semplicemente la sofferenza che va eliminata ma la persona deve essere portata o riportata al suo stato ideale di salute in cui anche quella sofferenza non c'è più. Ogni male (un male non è solo sofferenza o percezione del dolore ma qualcosa di più ampio) ci configura anche le situazioni in cui è assente. Un dolore ai denti lo si potrebbe far sparire anche tirando via i denti, ma questa situazione in cui magari quel tipo di sofferenza non c'è più nessuna persona la riterrebbe risolutiva, le situazioni che si immaginano come risolutive rispetto a quel particolare male è vero che sono situazioni in cui il dolore non c'è, ma questo non basta, l'assenza della percezione di un dolore ci dice poco riguardo alla direzione verso cui dovrebbe indirizzarci un ipotetica cura, ce ne sono miriadi di situazioni in cui quel particolare dolore non c'è, compresa la situazione in cui la persona è proprio morta oppure non ha certe parti del cervello che rilevano il dolore ai denti e così via...
Volevo solo mettere in evidenza che "la riduzione della percezione della sofferenza" è una condizione necessaria ma non sufficiente per verificare il successo di un qualsiasi tipo di terapia.
Secondo me bisogna usare a monte come parametro l'immagine di salute soggettiva della persona nel punto di partenza e prima dell'applicazione di ogni cura (visto che queste cure potrebbero modificare certi assetti ridirezionando l'intenzione originaria).
E' anche questa immagine a monte che ci da informazioni sulla natura del male da curare, dei problemi a monte da risolvere, ed in quale settore (psichico, sociale, organico...) inquadrare questo male, perciò in certi casi può risultare corretto fare uso di una cura farmacologica (anche per disturbi che generalmente vengono inquadrati come psichici) in altri inutile, ma lo stesso discorso vale anche per altri tipi di cure. Le polemiche riguardo alle cure farmacologiche le metterei da parte, se non altro è chiaro a tutti cosa i farmaci permettono di ottenere, se interessa e si ritiene che questo intervento rappresenti un avvicinamento alla situazione risolutiva se ne fa uso, altrimenti no.
Saluti
direi, sennò c'è anche la lobotomia, perchè no?
e' in disuso, vero?
Qui da noi c'è la cultura dello psicofarmaco, laddove il problema del singolo diventa problema della società.
In realtà non si capisce bene se sia la pratica psicoterapeutica in generale, comprese diagnosi e psicofarmaci, a rappresentare le istanze della società, riconducendo le responsabilità ai problemi privati dell'individuo.
e via con l'adattamento. Non sia mai che qualcuno stia male.
Benvenuti in Paradiso.
Comunque ora mi leggo cosa dice Galimberti nel suo libro "I miti del nostro tempo".
Toh, ho beccato un capitolo intitolato "Il mito della psicoterapia"
Paragrafo: La medicalizzazione della condizione umana.
E c'è anche " il mito della follia".
Promette bene.
Ho già trovato la soluzione al mistero::)Dice un paziente: " Forse la terapia funziona solo quando funziona"
Galimberti è un filosofo, che è diventato psicoanalista frequentando direttamente un certo Jaspers :lode: il quale è, per chi non lo sapesse, uno dei mostri sacri della psichiatria/psicoterapia ad orientamento fenomenologico, che è l'approccio più lontano possibile immaginabile dal modello medico.
Effettivamente si, la "condizione" umana (termine tipicamente usato nell'approccio fenomenologico-esistenziale) è oggi fortemente medicalizzata, perché è più facile prendere 5 gocce di benzodiazepine e star "bene" per un giorno (in realtà non si sta bene ma si è rincoglioniti, che è diverso), piuttosto che investire tempo e impegno in una psicoterapia (più o meno lunga, costosa, e soprattutto che porta a mettere in discussione le proprie certezze).
Ecco, il modello medico dà questo: l'illusione della certezza
Sì, parla di questo Jaspers e di tanti altri..
E poi dice che "la follia non risponde agli impianti teorici degli psicoterapeuti, ma ne è lo sbaragliamento"
e che "per inseguire la follia nei suoi imprevedibili percorsi di fuga bisogna affidarsi al racconto...()"
E tante altre cose..
Poi è ovvio, ognuno dalla lettura di un libro prende le proprie personali suggestioni..:)
Però io non ho mai visto mettere in discussione la vostra certezza che seguire una psicoterapia darà sicuramente quel che cerca alla persona che chiede aiuto. I farmaci se non altro viene spiegato cosa fanno, ed in certi casi viene spiegato anche in che modo influiscono sullo stato di salute, ad esempio la forte tristezza può causare problemi relazionali e questi causare nuovamente motivi per far sentire la persona triste, se le cause sono di questo tipo, cioé circolari ed il circolo si riesce a spezzare in certi punti con l'ausilio di un certo farmaco che attenua questi sintomi depressivi, ci possono essere dei miglioramenti, il circolo viene un po' alla volta smontato, ed i sintomi vengono attenuati, diciamo così, ancora di più dalla ricorsione.Citazione:
Originalmente inviato da Johnny
Certo i farmaci produrranno probabilmente un miglioramento modesto visto che tutti i problemi esistenziali di una persona non verranno certo risolti, i farmaci si sa che influiscono solo su certi sintomi e miglioreranno perciò la situazione esistenziale del soggetto solo in relazione ai problemi alimentati da questi sintomi stessi. Una persona non molto intelligente e depressa resterà tale magari anche dopo che quel tipo di circolo vizioso viene spezzato perché magari nella sua situazione specifica sono soprattutto i problemi alimentati da certe forme di imperizia che, restando irrisolti, causano la sua forte tristezza, ed i farmaci serviranno a poco, abbasseranno i sitomi depressivi in un punto ma la tristezza verrà comunque di nuovo incrementata da certi altri problemi e può darsi che non saranno utili nemmeno certe forme particolari di psicoterapia.
Al centro vanno messi in evidenza i problemi individuali: perché una persona chiede aiuto a qualcun altro? Cosa sta cercando? Le risposte costruite da un medico, da uno psichiatra, da uno psicoterapeuta, da un filosofo, da un prete, da un mago, o da altri sono pertinenti rispetto ai problemi che si pone e pone ad altri quell'individuo?
Prima di affermare che io sono capace di risolvere o migliorare la situazione di qualcun altro devo capire prima verso cosa si vuol muovere o spostare quell'individuo, poi posso cercare di elaborare un qualche sistema per farlo spostare là dove desidera andare visto che sembra che non ci riesca (supposto che sia possibile, perché non è detto che lo sia).
Io riformulerei la domanda iniziale, invece di spiegare quando funziona una psicoterapia io vorrei capire proprio viceversa in quali casi non risulta utile.
Saluti
Il caso vuole che proprio ieri sera mi fosse venuta in mente una provocazione da fare a neuromancer nell'altro thread. Dopo quella del sogno, volevo proporgli quella del delirio.
Gli autori classici dell'area fenomenologica si sono prodigati per spiegare quale potesse essere il vissuto soggettivo del paziente delirante, la sua maniera di vivere il mondo. Il delirio visto come chiave interpretativa dell'esistenza, e non come una serie di cose sbagliate o senza senso.
Jaspers fa sicuramente parte di quella psichiatria "illuminata", ma soprattutto umana, che ha preso in parola Heidegger e si è "presa cura" del paziente, cercando di stare il più possibile presso di lui, di empatizzare con lui nel senso più radicale del termine. La vita del paziente, ed ancor di più il racconto che lui stesso ne fa, diventano il centro della relazione, valore imprescindibile, al di sopra di ogni terapia, sia essa farmacologica, psicologica o di altro tipo.
@Char_Lie: nel processo della cura non sempre è in gioco la maggiore o minore intelligenza del paziente. Di sicuro è uno dei requisiti di base per iniziare una psicoanalisi. Tuttavia, tra i fattori che si devono considerare alla base del cambiamento, il primo è sicuramente la motivazione, più o meno consapevole. Un fattore altrettanto importante, a livello prognostico, è la capacità di mentalizzare, di trattare alcuni fatti come eventi anche psichici.
Come tu stesso dici, "prima di affermare che io sono capace di risolvere o migliorare la situazione di qualcun altro devo capire prima verso cosa si vuol muovere o spostare quell'individuo, poi posso cercare di elaborare un qualche sistema per farlo spostare là dove desidera andare visto che sembra che non ci riesca (supposto che sia possibile, perché non è detto che lo sia)".
In quali casi non risulta utile? Quando non ci sia la disponibilità del soggetto. Perché? Perché il suo psichismo è organizzato in maniera molto rigida, quindi i cambiamenti arrecherebbero più danni che benefìci. Quando non ci siano energie psichiche disponibili, come nei casi della scarsa tolleranza alla frustrazione, del rifiuto dello psichico e del passaggio all'atto (condotte antisociali, ad esempio), quando l'intelligenza emotiva sia scarsa e quella cognitiva sia molto bassa (pensiero concreto).
In tutti questi casi la psicoterapia ad indirizzo analitico arranca. Non è detto che si areni, ma di sicuro incontrerà grosse difficoltà e non è detto che sia il trattamento elettivo.
Per inciso, anche se la psicoanalisi ha allargato i suoi orizzonti ed ha abbracciato disturbi sempre più gravi, il supporto farmacologico, psichiatrico e residenziale rimane un punto fermo nel trattamento di questi casi, solida base alla quale la psicoanalisi stessa può, per quanto in maniera fruttuosa, solo affiancarsi e non sostituirsi.
i farmaci "si sa" come agiscono, ma questo fa parte di quella "certezza" che dicevo...invece la psicoterapia porta verso prospettive nuove, nuovi orizzonti che non puoi sapere prima, verso l'ignoto (per citare Bion).
Fra l'altro, non è completamente vero che sappiamo come agiscono i farmaci, perché ogni tanto salta fuori qualche effetto collaterale nuovo.
non capisco la contraddizione nel tuo discorso: se dici che i farmaci spezzano un circolo vizioso e portano a un miglioramento (ad esempio dei vissuti depressivi) è un controsenso dire che poi la persona sarà comunque depressaCitazione:
Certo i farmaci produrranno probabilmente un miglioramento modesto visto che tutti i problemi esistenziali di una persona non verranno certo risolti, i farmaci si sa che influiscono solo su certi sintomi e miglioreranno perciò la situazione esistenziale del soggetto solo in relazione ai problemi alimentati da questi sintomi stessi. Una persona non molto intelligente e depressa resterà tale magari anche dopo che quel tipo di circolo vizioso viene spezzato perché magari nella sua situazione specifica sono soprattutto i problemi alimentati da certe forme di imperizia che, restando irrisolti, causano la sua forte tristezza, ed i farmaci serviranno a poco, abbasseranno i sitomi depressivi in un punto ma la tristezza verrà comunque di nuovo incrementata da certi altri problemi e può darsi che non saranno utili nemmeno certe forme particolari di psicoterapia
probabilmente ognuna di queste figure si pone a livelli diversi, legge il pòroblema su piani diversi e complementari tra loro: il prete dal punto di vista religioso, il filosofo dal punto di vista filosofico, lo psicoterapeuta secondo la sua teoria di riferimento (cognitivismo, psicodinamica, transazionale, ecc...), il medico dal punto di vista biologico.Citazione:
Al centro vanno messi in evidenza i problemi individuali: perché una persona chiede aiuto a qualcun altro? Cosa sta cercando? Le risposte costruite da un medico, da uno psichiatra, da uno psicoterapeuta, da un filosofo, da un prete, da un mago, o da altri sono pertinenti rispetto ai problemi che si pone e pone ad altri quell'individuo?
bè diciamo che uno psicologo psicoterapeuta non ha la pretesa (narcisistica) di risolvere i problemi del paziente, ma semplicemente di accompagnarlo in un percorso che porta a una maggiore consapevolezza (nel caso della psicoanalisi) o alla modificazione di pensieri e interpretazioni non funzionali (cognitivismo), portando così alla risoluzione dei sintomi.Citazione:
Prima di affermare che io sono capace di risolvere o migliorare la situazione di qualcun altro devo capire prima verso cosa si vuol muovere o spostare quell'individuo, poi posso cercare di elaborare un qualche sistema per farlo spostare là dove desidera andare visto che sembra che non ci riesca (supposto che sia possibile, perché non è detto che lo sia).
Ne parla proprio il codice deontologico: il clinico non può garantire al 100% che i risultati saranno ottenuti, ma deve fare il massimo e aigre in scienza e coscienza affinché riesca a risolvere il problema che gli pone il cliente.
in alcuni casi la psicoterapia non è utile. E' documentato che può essere inutile o addirittura dannosa (iatrogena) facendo comparire sintomi nuovi o aumentando quelli già in corso.Citazione:
Io riformulerei la domanda iniziale, invece di spiegare quando funziona una psicoterapia io vorrei capire proprio viceversa in quali casi non risulta utile.
E, sempre citando il codice deontologico, lo psicoterapeuta deve accorgersi quando la psicoterapia non sta funzionando ed è ragionevole pensare che non lo sarà neanche in futuro, per proporre al cliente l'interruzione o l'invio da altro terapeuta.
Ho messo in corsivo "è ragionevole pensare che non lo sarà neanche in futuro" perché è normale che in una terapia ci siano momenti di stasi che hanno una loro utilità, quindi il terapeuta deve capire se il paziente si trova in un momento di stasi o se la terapia non funziona; e "proporre" perché il potere decisionale spetta sempre al paziente.
Detto questo vorrei chiarire la mia idea sugli psicofarmaci per evitare fraintendimenti: secondo me possono essere molto utili, ma non vanno considerati l'unica soluzione. Cioè vanno bene se usati nella fase acuta, o all'inizio della terapia per avere un effetto immediato sui sintomi in modo da poter aiutare la persona a svolgere una vita normale e dare un senso di fiducia, ma vanno comunque sempre integrati con una psicoterapia che pian piano aiuta il soggetto ad avere gli stessi risultati ma senza farmaci (che, secondo la letteratura a riguardo 1.sono sostanze esterne 2.provocano dipendenza 3.demotivano il soggetto ad affrontare realmente i problemi alla radice)
Però bisognerebbe inquadrare i problemi per poter poi parlare di soluzioni, secondo me già a monte si parte da un'incomprensione.Citazione:
Originalmente inviato da johnny
Per me non è che una psicoterapia non funziona, magari funziona anche, ma per risolvere qualcosa che a quel particolare soggetto magari non interessa affatto risolvere, se una persona volesse aprire una noce di cocco e qualcuno gli passasse un cavatappi, dal suo malcontento dedurre che il cavatappi non funziona è sbagliato, per stappare bottiglie va bene, ma forse per spaccare una noce di cocco non risulta particolarmente maneggevole.
Le psicoterapie per quanto si voglia rigirare la frittata sono comunque tecniche per far qualcosa, questo qualcosa che voi volete risolvere interessa davvero alla persona che si rivolge a voi?
Non si può parlare di un vago star meglio, bisogna anche inquadrare sostanzialmente per voi e per il paziente o cliente in cosa dovrebbe consistere questo star meglio, solo se se le due cose coincidono lo si potrà aiutare, per questo non dico nemmeno che gli psicofarmaci da soli sono inutili, dipende tutto sempre da quali sono i problemi che quella particolare persona vuol risolvere con l'ausilio di un mezzo che voi (insieme a psichiatri medici vari ed altri) mettete sul mercato. Il mezzo funziona o meno in relazione ad un qualche problema, non in assoluto. Spesso c'è proprio un fraintendimento a monte nei confronti di quale sia il problema. I problemi da affrontare alla radice insomma quali sono?
Ad esempio lalangue ha scritto
Ma in generale se non si sa nemmeno quel soggetto cosa sta cercando come si fa a parlare di utilità senza fissare degli scopi?Citazione:
Originalmente inviato da lalangue
Danni e benefici come li si fa a quantificare, ad esempio si può mettere a punto un'operazione per far cambiare sesso a qualcuno, l'operazione potrebbe anche funzionare perfettamente ma portarla a compimento secondo l'ottica di qualcuno rappresenta un danno per altri un beneficio. Dipende sempre tutto da quel che si vuole ottenere.
Se ci si trova proprio in contrasto sui fini, accade quello che ho descritto nell'esempio di sopra, si vuol dare un cavatappi a qualcuno ma a questo magari interessava un mezzo per spaccare una noce di cocco, sicuramente il suo atteggiamento è rigido, ma lo è anche l'atteggiamento di chi non vuole essere affatto operato per cambiare sesso, ma questo cosa c'entra? Vi sembra ragionevole dire che essere sottoposto a questa operazione per un individuo non rappresenta qualcosa di buono, che il soggetto non è ben disposto perché il suo psichismo risulta rigido?
Lo psichismo di una persona è organizzato in maniera rigida quando non vuole o non le interessa ottenere quel che le vendete ma tutt'altro? :mumble:
Se le vostre soluzioni per questa persona non rappresentano affatto soluzioni, se i problemi che inquadrate e dei quali fornite delle soluzioni non coincidono affatto con i problemi che vorrebbe risolvere quell'individuo, questo vuol dire che il suo psichismo non funziona bene? Che è rigido?
Una tecnica secondo me funziona in relazione ad un problema, se il problema del paziente e quello che tende a risolvere la tecnica di un "generico guaritore" non coincidono affatto o non collimano abbastanza, quella tecnica a quella persona, secondo me, semplicemente non serve, io questo volevo mettere in evidenza, ma sembra che per voi questa situazione non può proprio delinearsi... Perché mi chiedo? :mumble:
Io riformulerei la spiegazione della mancanza di disponibilità del soggetto, spesso non c'è disponibilità non perché quella persona è più rigida rispetto ad un'altra, ma semplicemente perché rifiuta quel che le offrite, perché quel che le offrite non rappresenta un qualcosa che le torna utile rispetto all'altra, non è una questione di rigidità, sono in gioco proprio gli scopi.
Perché a chi sta male dovrebbe per forza servirgli il vostro tipo di aiuto? Può essere vero che questa persona vorrebbe che esistesse una soluzione ma se la sua domanda e l'offerta che proponete non coincidono questo non vuol dire che il suo psichismo è rigido, è solo diverso dallo psichismo di qualche altro, quel che si avverte come problematico non collima.
Anche un esponente politico potrebbe tirare fuori questa storia della rigidità psichica se qualcuno non lo sostiene, e questa è una bella mossa retorica :asd:. Chi non vuol votare per lui perché pensa semplicemente che gli scopi che questo tale vuol portare avanti, (non so portare la nazione in guerra con questo o quel paese) non coincidono affatto con quel che si vorrebbe ottenere allora si viene qualificati come rigidi e non disposti al cambiamento, non disposti a negoziare riguardo agli scopi. Ma se quel tipo di cambiamento non ci interessa, non rappresenta una soluzione, ma perché mai dovremmo cambiare?!?
Un saluto
Rigido rispetto al tipo di richiesta che una psicoanalisi avanza, perciò rigido rispetto al cambiamento di prospettiva che gli si propone. Sto dicendo che quel paziente non è adatto alla psicoanalisi, perciò non lo prenderei in terapia. Di certo non posso risarcirlo rispetto a promesse che non gli ho mai fatto!
Convengo con te: se un certo tipo di cambiamento non ti interessa, perché dovresti cambiare? Alla fine, ritorniamo sempre lì: ma tu cosa cerchi? Se non cerchi nulla, è inutile che tu chieda. Se cerchi qualcosa per cui non c'è risposta, è altrettanto inutile. Se cerchi altro, prego! Se cerchi di stabilire cosa è sbagliato per te e, di conseguenza, cerchi di allargare il discorso al resto del mondo, forse c'è qualcosa che non va.
Cioé se io sono in contrasto con tipi di realtà che per ora nessuno è capace ancora di modificare non è che il vostro aiuto mi tornerà utile, quello su cui non riesco a concordare con quello che dite qui o altrove è che avete in mente di poter mettere a posto le cose, ma se qualcosa per me è storto, solo qualcuno che ha il potere di raddrizzarlo davvero mi può aiutare, il resto non risolve nulla.Citazione:
Originalmente inviato da lalangue
Io cerco diverse cose, se vuoi potrei anche elencartele, cerco certi tipi di relazioni ad esempio, quelle che trovo mi lasciano fortemente insoddisfatto, che tu mi dica che non esistono le relazioni che cerco, come hai fatto in un altro post ad esempio, dicendo che le relazioni che cerco non sono da persona matura non risolve il problema di fondo che pongo, che sia inutile chiedere aiuto di fronte all'irrimediabile non aggiusta di sicuro ciò che è irrimediabile, non è che poi mi si viene a dire che questo male siccome lo creo io è qualcosa di patologico (altra cosa che in una certa misura mi è stata detta), questo mi sembra ovvio, qualcosa è male per me, non esiste un male oggettivo. E contro questo tipo di male che espongo voi non disponete di vere soluzioni, su questo almeno dovrete essere comunque d'accordo, a meno che non ci si metta di nuovo a giocare con la semantica e il linguggio. Io uso il linguaggio "in modo rigido" per voi, perché occhio e croce so abbastanza precisamente quel che dico, ed è così anche per le cose che vorrei ottenere, certo se si cambiano certi problemi in altri mettendosi a giocare retoricamente sulle loro formulazioni si può risolvere tutto, io voglio solo evidenziare che questo metodo di di risoluzione poetico che fa uso di metonimie e altro a me non sta bene e chissà, se lo si mettesse bene in evidenza forse non starebbe bene nemmeno ad altre persone. Se un cerchio non lo si può quadrare con riga e compasso non lo si può quadrare, non è che poi si va dallo psicoanalista e questo ci permette di risolvere i problemi alla radice, se il problema alla radice è ad esempio questo nessuno può risolverlo, ed il male che ne consegue resta tale. Io poi non ho niente altro da aggiungere.
Saluti
Direi che abbiamo risolto! :D