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autismo e attaccamento
ciao! sto facendo una tesi sull'autismo ed uno dei possibili collegamenti che voglio fare riguarda sia il ruolo della componente genetica che l'incidenza della componente ambientale (= stili di attaccamento) nel ritiro sociale che caratterizza soggetti con sindromi dello spettro autistico. sapreste consigliarmi libri o articoli a riguardo?? grazie!!
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LeLa1988
ciao! sto facendo una tesi sull'autismo ed uno dei possibili collegamenti che voglio fare riguarda sia il ruolo della componente genetica che l'incidenza della componente ambientale (= stili di attaccamento) nel ritiro sociale che caratterizza soggetti con sindromi dello spettro autistico. sapreste consigliarmi libri o articoli a riguardo?? grazie!!
L'autismo è un disturbo neurologico e l'attaccamento non c'entra nulla. Non fare delle tesi di cui poi potresti pentirti o - peggio - vergognarti.
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moltodifficile
L'autismo è un disturbo neurologico e l'attaccamento non c'entra nulla. Non fare delle tesi di cui poi potresti pentirti o - peggio - vergognarti.
Lo stile d'attaccamento genitoriale non centra!E un disturbo neurologico che potrebbe essere dovuto anche (non si sa con certezza) a fattori ambientali ma non certo dallo stile di attaccamento.
Tutti i genitori dei miei bimbi autistici sono persone meravigliose.
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LePleiadi
Lo stile d'attaccamento genitoriale non centra!E un disturbo neurologico che potrebbe essere dovuto anche (non si sa con certezza) a fattori ambientali ma non certo dallo stile di attaccamento.
Tutti i genitori dei miei bimbi autistici sono persone meravigliose.
Condivido appieno. Spero che la collega non si spaventi per queste energiche risposte, siamo disponibili ad aprofondirne il discorso, magari suggerendoti un bel testo semplice e lo stesso profondo di Uta Frith, L'autismo. Spiegazione di un enogma, oppure direttamente il classico Baron Cohen, L'autismo e la lettura della mente.
ciaz.
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LePleiadi
Lo stile d'attaccamento genitoriale non centra!E un disturbo neurologico che potrebbe essere dovuto anche (non si sa con certezza) a fattori ambientali ma non certo dallo stile di attaccamento.
Tutti i genitori dei miei bimbi autistici sono persone meravigliose.
Va bene tutto, ma questa sembra la fiera del politically correct...
Che sia unicamente un disturbo neurologico o un disturbo dall'eziologia molto più complessa - e qui il dibattito è ancora molto aperto, per giunta -, non vedo perchè ci sarebbe addirittura da "vergognarsi" nell'indagare eventuali modalità relazionali tra genitori e bambini autistici, tenendo presente che le relazioni causa-effetto saranno tutt'altro che semplici da ipotizzare.
Insomma muoversi tra la Scilla della patologizzazione a tutti i costi e la Cariddi dell'idealizzazione potrebbe essere buona cosa per una ricerca di tipo scientifico.
Saluti
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no mi sono spiegata male probabilmente.. so che l autismo ha causa neurologica (mi sto documentando sull argomento e non mi spiacerebbe capire esattamente QUALE CAUSA)... nella struttura dove sto facendo tirocinio seguiamo bambini e ragazzi a cui sono state dati diagnosi di autismo in maniera impropria, poichè il ritiro sociale ( carateristica delle patologie dello SPETTRO AUTISTICO,alle quali mi riferivo) si è scoperto dovuto a devianze nello stile di attaccamento genitoriale o ad esperienze traumatiche vissute in famiglia. x questo cercavo un collegamento tra ritiro sociale/emotivo ed incidenza dello stile di attaccamento. (in parole povere, anche se trattato trasversalmente, un manuale che spieghi nel dettaglio la formazione dell attaccamento). Non mi spaventano i toni "forti",anzi, è un modo per accorgermi quando utilizzo termini impropri oppure dico direttamente strafalcioni! grazie!
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gieko
Va bene tutto, ma questa sembra la fiera del politically correct...
Che sia unicamente un disturbo neurologico o un disturbo dall'eziologia molto più complessa - e qui il dibattito è ancora molto aperto, per giunta -, non vedo perchè ci sarebbe addirittura da "vergognarsi" nell'indagare eventuali modalità relazionali tra genitori e bambini autistici, tenendo presente che le relazioni causa-effetto saranno tutt'altro che semplici da ipotizzare.
Insomma muoversi tra la Scilla della patologizzazione a tutti i costi e la Cariddi dell'idealizzazione potrebbe essere buona cosa per una ricerca di tipo scientifico.
Saluti
No, nessuna fiera, specie quando si lavora tutti i santi giorni con questo tipo di tragica malattia. A prescindere dal fatto che non si ha una precisa sicurezza del problema a livello genetico, comunque sia la sindrome autistica è altamente specifica con problematiche specificatamente relative alla cecità mentale, comportamenti stereotipati, grave riduzione o assenza di linguaggio, riconducibili al paradigma della assenza di una teoria della mente dell'altro nell'autistico. L'insorgenza è situabile tra i 9 e i 18 mesi.
Purtroppo è un disturbo neurologico che ha avuto una storia di indagini complicata e soltanto negli ultimi decenni e soprattutto nell'ultimo decennio si è riusciti a raffinare gli strumenti diagnostici e di ricerca, oltre a mettere a punto una serie di tecniche riabilitative altamente produttive.
Nessuno vieta naturalmente di indagare le "modalità relazionali" tra la famiglia e il figlio/a autistico, qualora sia nella direzione di sostegno e non di gravi e strampalate interpretazioni a cui la psicoanalisi si è resa responsabile in passato.
Quindi non c'è niente di politacamente corrretto nè aria da fiera quando si ha a che fare con la dolorosa storia di una famiglia e di un membro di essa autistico.
ciaz.
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moltodifficile
Non fare delle tesi di cui poi potresti pentirti o - peggio - vergognarti.
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LePleiadi
Lo stile d'attaccamento genitoriale non centra!E un disturbo neurologico che potrebbe essere dovuto anche (non si sa con certezza) a fattori ambientali ma non certo dallo stile di attaccamento.
Tutti i genitori dei miei bimbi autistici sono persone meravigliose.
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neuromancer
Quindi non c'è niente di politacamente corrretto nè aria da fiera quando si ha a che fare con la dolorosa storia di una famiglia e di un membro di essa autistico.
Carissimo, trovo invece molto da fiera i toni che sono stati usati ed il totale rifiuto di ipotesi che - sebbene con tutti i limiti e sulla base degli errori del passato - coinvolgano altri livelli di lettura dell'autismo. Se è vero che si è esagerato con ipotesi decisamente poco sostenibili e colpevolizzanti da un lato, è altrettanto vero che non si può andare all'eccesso opposto.
Saluti
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gieko
Carissimo, trovo invece molto da fiera i toni che sono stati usati ed il totale rifiuto di ipotesi che - sebbene con tutti i limiti e sulla base degli errori del passato - coinvolgano altri livelli di lettura dell'autismo. Se è vero che si è esagerato con ipotesi decisamente poco sostenibili e colpevolizzanti da un lato, è altrettanto vero che non si può andare all'eccesso opposto.
Saluti
Ma non c'è affatto un totale rifiuto, ben vengano ipotesi suffragate dalle ricerche e approcci clinici sempre più utili per rendere un servizio riabilitativo all'autistico e di sostegno sociale, psicologico ed economico alla famiglia.
ciaz.
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Magari non da parte tua, ma i precedenti interventi...
Saluti
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gieko
Va bene tutto, ma questa sembra la fiera del politically correct...
Che sia unicamente un disturbo neurologico o un disturbo dall'eziologia molto più complessa - e qui il dibattito è ancora molto aperto, per giunta -, non vedo perchè ci sarebbe addirittura da "vergognarsi" nell'indagare eventuali modalità relazionali tra genitori e bambini autistici, tenendo presente che le relazioni causa-effetto saranno tutt'altro che semplici da ipotizzare.
Insomma muoversi tra la Scilla della patologizzazione a tutti i costi e la Cariddi dell'idealizzazione potrebbe essere buona cosa per una ricerca di tipo scientifico.
Saluti
Potrebbe anche essere un disturbo più complesso ma secondo me la relazione genitore figlio è da esludere totalmente.
Nella gravità dell'autismo entrano in gioco fattori come il Q.I. che non sono modificabili neanche nelle migliori relazioni genitori figli.
Piuttosto che indagare la relazione madre e figlio sarebbe utile spendere i soldi per formare meglio alcune neuropsiciatre delle UOMPIA che inviano presso il nostro centro riabilitativo ipotetici bambini sordi che invece autistici...nel 2010:swear:
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LePleiadi
Potrebbe anche essere un disturbo più complesso ma secondo me la relazione genitore figlio è da esludere totalmente.
Nella gravità dell'autismo entrano in gioco fattori come il Q.I. che non sono modificabili neanche nelle migliori relazioni genitori figli.
Dipende sempre dal vertice di osservazione che si intende adottare. Se parliamo dell'organizzazione emotivo-affettiva e dei significati soggettivi non è possibile escludere totalmente il ruolo dei rapporti genitore-bambino. Anche se non avessero valenza nella eziopatogenesi del disturbo, sono infatti presenti e ovviamente producono specifiche modalità di relazione, attese, fantasie più o meno consapevoli. E non possiamo pensare che tutto ciò non venga comunicato, come a propria volta il bambino comunica - con la modalità limitata che è propria di questa patologia - il proprio mondo interno.
Per questo motivo non vedo come l'esplorazione di questi aspetti non possa essere di utilità alcuna per chi sceglie di adottare quest'ottica. E possibilità di miglioramento - per il bambino, per i genitori - credo ci possano essere, almeno sul versante affettivo.
Citazione:
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LePleiadi
Piuttosto che indagare la relazione madre e figlio sarebbe utile spendere i soldi per formare meglio alcune neuropsiciatre delle UOMPIA che inviano presso il nostro centro riabilitativo ipotetici bambini sordi che invece autistici...nel 2010:swear:
Questo, però, è un altro discorso e magari un formazione più approfondita sulla materia gioverebbe oltre che alla diagnosi e al trattamento di questo tipo di patologia non solo da parte degli operatori della UONPIA, anche a tutti coloro che si occupano di questo difficile disturbo e tendono ad estremizzare le proprie posizioni.
Saluti
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gieko
Dipende sempre dal vertice di osservazione che si intende adottare. Se parliamo dell'organizzazione emotivo-affettiva e dei significati soggettivi non è possibile escludere totalmente il ruolo dei rapporti genitore-bambino. Anche se non avessero valenza nella eziopatogenesi del disturbo, sono infatti presenti e ovviamente producono specifiche modalità di relazione, attese, fantasie più o meno consapevoli. E non possiamo pensare che tutto ciò non venga comunicato, come a propria volta il bambino comunica - con la modalità limitata che è propria di questa patologia - il proprio mondo interno.
Per questo motivo non vedo come l'esplorazione di questi aspetti non possa essere di utilità alcuna per chi sceglie di adottare quest'ottica. E possibilità di miglioramento - per il bambino, per i genitori - credo ci possano essere, almeno sul versante affettivo.
Partiamo allora dall'osservazione del fatto che nell'autismo vi è un drastico deficit della capacità di produrre una teoria della mente dell'altro e della propria. Ma questoa non è una posizione soggetiva, ma il risultato di una serie di ipotesi suffragate dalle ricerche sul campo. Questo implica una cascata di disastrose conseguenze: impossibilità di autocoscienza ed enorme deficit del linguaggio, assenza di comprensione del livello significativo/interpretativo del linguaggio e delle emozioni/sentimenti, il tutto con notevoli e gravi ripercussioni sullo sviluppo dell'apprendimento oltre che della possibilità di un senso di identità nel tempo.
Ecco, certo che viene comunicato una moltitudine di segni, per noi che possiamo trasformare in segnali e poi in simboli ect ect. Ma non per la persona autistica. Ora, anche nei casi migliori, i savant, rimangono gli incredibili deficit sociali e di mentalizzazione dell'autistico.
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gieko
Questo, però, è un altro discorso e magari un formazione più approfondita sulla materia gioverebbe oltre che alla diagnosi e al trattamento di questo tipo di patologia non solo da parte degli operatori della UONPIA, anche a tutti coloro che si occupano di questo difficile disturbo e tendono ad estremizzare le proprie posizioni.
Saluti
Ma non si tende ad estremizzare, piuttosto si fa il punto su una complessa situaizione neuropsicologica. Proprio dove si fallisce ci sono ottime possibilità di ricerca. Così ci sono nuove strategie di contatto con il mondo autistico. Il nostro contatto, non richiesto dall'autistico.
ciaz.
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LePleiadi
Potrebbe anche essere un disturbo più complesso ma secondo me la relazione genitore figlio è da esludere totalmente.
Nella gravità dell'autismo entrano in gioco fattori come il Q.I. che non sono modificabili neanche nelle migliori relazioni genitori figli.
Piuttosto che indagare la relazione madre e figlio sarebbe utile spendere i soldi per formare meglio alcune neuropsiciatre delle UOMPIA che inviano presso il nostro centro riabilitativo ipotetici bambini sordi che invece autistici...nel 2010:swear:
Però, però...
Forse la relazione madre-figlio non è tra le cause o le concause dell'autismo.
Però è tra gli strumenti utilizzabili per migliorare la situazione dei bambini autistici, e consentire un'evoluzione (anche del QI, che non è un rene o un fegato; non è che o c'è o non c'è, e di disturbi psichici che determinano variazioni del QI ce ne sono parecchi).
Capisco che si dia molta attenzione ai metodi "validati" come l'ABA o il TEACCH, ma esistono anche altri metodi e progranni di trattamento dei disturbi dello spettro autistico che, pur essendo in via di validazione scientifica, sembrano, dai dati preliminari, consentire buoni outcomes.
Ad esempio, il metodo DIR-FLOORTIME di Stanley Greenspan, fondato su alcuni aspetti della teoria psicoanalitica, si basa quasi completamente sulla relazione emotiva genitori-bambino, piuttosto che sull'acquisizione di informazioni o di pratiche.
Mi permetterete di riportare parte dell'introduzione all'edizione italiana di "Bambini con bisogni speciali", di Stanley Greenspan e Serena Wieder:
Citazione:
La relazione rappresenta il terzo pilastro del modello DIR. Ma sul significato di questa parola vale la pena soffermarsi un poco. Relazione è infatti una di quelle parole su cui sembra facile trovare un consenso anche se probabilmente non tutti intendono la stessa cosa. Poiché nel sistema DIR la relazione rappresenta ciò che veramente fa la differenza rispetto ad altri metodi terapeutici che propongono esercizi senza essere attenti a come essi si innestano e traggono spunto dalla relazione, vale la pena cercare di capire con precisione ciò che Greenspan e Wieder intendono con questa parola. Il fatto che il modello sia basato sulla relazione può innanzitutto far erroneamente pensare che si tratti di un modello di tipo psicoterapeutico: a tal proposito Stanley Greenspan è molto deciso nel volere che il lettore non commetta questa errore. La relazione su cui si basa il DIR non deve essere confusa con la relazione psicoterapeutica nella quale l’atteggiamento empatico e di sostegno al bambino non comprende interazioni che promuovono attivamente lo sviluppo del bambino secondo obiettivi predeterminati. Il termine relazione nella accezione di Greenspan non ha neppure a che fare con le rappresentazioni mentali delle relazioni che sono invece il focus principale delle psicoterapie. Nel volume in realtà le rappresentazioni delle relazioni sono prese in considerazione ma non relativamente alle relazioni interne del bambino, quanto relativamente ai pattern genitoriali e ai nodi generazionali che possono limitare le capacità dei genitori di interagire positivamente con un bambino difficile.
Il concetto di relazione nel linguaggio di Greenspan sembra essere in realtà molto più vicino a quello di interazione. Tuttavia l’uso di questa parola, al posto di relazione, potrebbe rischiare di non rendere ragione della complessità della relazione che secondo Greenspan deve comunque mantenere al suo interno uno stretto legame con le emozioni e gli affetti. Quindi se la parola relazione rischia di essere intesa in un modo esclusivamente psicoterapeutico, la parola interazione rischia di spostare eccessivamente il fuoco sul semplice comportamento. Sembra dunque che relazione significhi per Greenspan tutto ciò che è ‘interazione carica di affetti e di emozioni’: è a questo tipo di interazioni che Greenspan riserva il termine relazione.
Una relazione così intesa, e la sua costruzione a partire da brevissimi brani interattivi fino ad arrivare a lunghe sequenze interattive, è veramente il fulcro del modello DIR: in tal senso gli aspetti legati alla conoscenza dello sviluppo e delle differenze sensoriali – gli altri due pilastri del modello - vanno a rappresentare i prerequisiti di queste interazioni attraverso le quali il bambino con autismo può imparare a connettersi col mondo, e forse anche a migliorare le difficoltose connessioni del suo sistema nervoso centrale. La relazione, nella visione di Greenspan, è infatti strettamente connessa a quella di un cervello che costruisce le proprie connessioni attraverso le relazioni e cioè attraverso le sempre più complesse sequenze di interazioni cariche di affetti e di emozioni.
Ora, ognuno può legittimamente preferire un modello od un altro, soprattutto quando parliamo di uno spettro di disturbi come quelli autistici, per i quali non esiste accordo circa la genesi e lo sviluppo.
Ma credo che a nessuno debba venire vietato di esplorare aspetti che non vengono presi in considerazione dal proprio modello di riferimento.
Buona vita
Guglielmo
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Bisogna capire cosa intendi per evoluzione a proposito della relazione tra madre e figlio (e il padre?... sparito?). In una sindrome neuropsicologica si parte con premesse che non permettono un approccio di tipo psicologico/terapeutico.
Non mi sognerei mai di lavorare nella relazione genitori - figlio autistico per consentire una evoluzione dei "disturbi psichici". Non si può parlare di disturbo psichico nell'autismo come è ammissibile nella clinica psicopatologica. A meno che premesse dogmatiche di certi apparati dottrinari avanzino proposte inverosimili...
E non si vieta affatto di proporre nuovi scenari per questo complesso quadro neuropsicologico (anche perchè il divieto solleciterebbe una valanga di contromosse).
Insomma il contributo dei vari gruppi di ricerca nel campo sono sempre i benvenuti, soltanto che non si può omettere che ci sono certi vincoli ahimè che non possono essere sconosciuti o elusi quando si fanno certe affermazioni.
E' come dire, la mia epistemologia mi permette di poter speculare su ogni quadro neuropsicologico a prescindere dalla impraticabilità evolutiva e neuropsichica del paziente.
Anche il fatto che non vi sia assoluta certezza sulla eziogenesi mi sembra sia un falso problema, dal momento che diventa enormemente più interessante il come si sviluppa (e qui invece abbimo molti studi e risultati attendibili), quali processi (procedurali) sono limitati e quali possibilità e sfide pone una tale presa d'atto.
Ho letto la tua citazione, e rimango perplesso pur non conoscendo il metodo DIR-FLOORTIME di Stanley Greenspan. Fa una distinzione fra relazione terapeutica e interazione di tipo comportamentistica per approdare ad un concetto di relazione di tipo interattivo emotivo affettivo tra madre e figlio per risolversi in un miglioramento del cervello. Ora chiedo scusa se sono semplicistico, ma le mie perplessità non sono così immotivate quando ancora una volta viene trascurata un aspetto essenziale dell'autistico di Kanner: l'incredibile deficit delle conoscenze sociali, l'isolamento sociale, il limite del linguaggio soprattutto nel suo aspetto connotativo, ampiamente ricollocabile da numerose ricerche nella compromissione del modulo neuropsicologico operante nelle capacità di mentalizzazione (conoscenza procedurale, non processo cosciente).
Ecco, io pongo le mie perplessità, ma in fondo quando si tratta di gestire tali complessi, seri e gravissimi casi, ogni contributo in fondo farà la sua parte, sperando che l'ortodossia o certi dogmatismi non finiscano per legittimare interventi professionali irresponsabili.
ciaz.
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neuromancer
Bisogna capire cosa intendi per evoluzione a proposito della relazione tra madre e figlio (e il padre?... sparito?). In una sindrome neuropsicologica si parte con premesse che non permettono un approccio di tipo psicologico/terapeutico.
Non mi sognerei mai di lavorare nella relazione genitori - figlio autistico per consentire una evoluzione dei "disturbi psichici". Non si può parlare di disturbo psichico nell'autismo come è ammissibile nella clinica psicopatologica. A meno che premesse dogmatiche di certi apparati dottrinari avanzino proposte inverosimili...
E non si vieta affatto di proporre nuovi scenari per questo complesso quadro neuropsicologico (anche perchè il divieto solleciterebbe una valanga di contromosse).
Insomma il contributo dei vari gruppi di ricerca nel campo sono sempre i benvenuti, soltanto che non si può omettere che ci sono certi vincoli ahimè che non possono essere sconosciuti o elusi quando si fanno certe affermazioni.
E' come dire, la mia epistemologia mi permette di poter speculare su ogni quadro neuropsicologico a prescindere dalla impraticabilità evolutiva e neuropsichica del paziente.
Anche il fatto che non vi sia assoluta certezza sulla eziogenesi mi sembra sia un falso problema, dal momento che diventa enormemente più interessante il come si sviluppa (e qui invece abbimo molti studi e risultati attendibili), quali processi (procedurali) sono limitati e quali possibilità e sfide pone una tale presa d'atto.
Ho letto la tua citazione, e rimango perplesso pur non conoscendo il metodo DIR-FLOORTIME di Stanley Greenspan. Fa una distinzione fra relazione terapeutica e interazione di tipo comportamentistica per approdare ad un concetto di relazione di tipo interattivo emotivo affettivo tra madre e figlio per risolversi in un miglioramento del cervello. Ora chiedo scusa se sono semplicistico, ma le mie perplessità non sono così immotivate quando ancora una volta viene trascurata un aspetto essenziale dell'autistico di Kanner: l'incredibile deficit delle conoscenze sociali, l'isolamento sociale, il limite del linguaggio soprattutto nel suo aspetto connotativo, ampiamente ricollocabile da numerose ricerche nella compromissione del modulo neuropsicologico operante nelle capacità di mentalizzazione (conoscenza procedurale, non processo cosciente).
Ecco, io pongo le mie perplessità, ma in fondo quando si tratta di gestire tali complessi, seri e gravissimi casi, ogni contributo in fondo farà la sua parte, sperando che l'ortodossia o certi dogmatismi non finiscano per legittimare interventi professionali irresponsabili.
ciaz.
:approved:
l'incredibile deficit delle conoscenze sociali, l'isolamento sociale, il limite del linguaggio
Queste cose sono migliorabili (altrimenti l'Aba non avrebbe senso) ma non con interventi simil psicoterapeutici...e comunque io dopo anni di lavoro l'autismo prima con Teacch poi con Aba rimango del mio parere...certi fattori sono in parte modificabili altri no e il Q.I. è tra quelli ed è anche il fattore che più influisce nel percorso educativo e riabilitativo.
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Riferimento: autismo e attaccamento
Se il Q.I.fosse modificabile con una buona relzione non avremo bimbi a basso funzionamento.
In parte il rapporto con i genitori può influire su certi aspetti, un genitore più attivo e partecipe può ad es.far generalizzare meglio le competenze, ma tutto si ferma qui.
Aspettative, desideri dei genitori non vengono percepite dai bambini che spesso non colgono nemmeno i minimi aspetti sociali:rolleyes:
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neuromancer
In una sindrome neuropsicologica si parte con premesse che non permettono un approccio di tipo psicologico/terapeutico.
Dipende molto da quali sono gli obbiettivi dell'approccio di tipo psicoterapico, perchè se sono focalizzati sulla narrazione ed l'area del significato, non si può che essere d'accordo. Se invece si parla di operare al livello emotivo e delle aree di pensabilità delle emozioni le cose sono diverse.
Citazione:
Originalmente inviato da
neuromancer
Insomma il contributo dei vari gruppi di ricerca nel campo sono sempre i benvenuti, soltanto che non si può omettere che ci sono certi vincoli ahimè che non possono essere sconosciuti o elusi quando si fanno certe affermazioni.
Temo che ci sia proprio un'incomprensione di fondo. Dalle parole che scrivi mi sembra di capire che certe ipotesi di lavoro proprie della psicoanalisi sono speculazioni impraticabili in questi casi. Eppure sono interventi che vengono fatti in questi casi, e non sembra che portino ad esiti particolarmente disastrosi. Hanno certamente dei limiti, così come hanno limiti altre tipologie di intervento...
Quindi ben lungi dall'idea che in queste situazioni si verifichino miracoli, si lavora per sviluppare per quanto possibile aree di condivisione delle emozioni dirompenti e non metabolizzabili che vivono questi bambini. Non è questione di mentalizzazione, di capacità autoriflessive e simili, quindi, ma di vicariare a queste funzioni per lui impossibili.
Se poi queste sono ritenute scelte di intervento irresponsabile, fate voi...
Saluti
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Dire che l'autismo è una sindrome neurologica non vuol dire dire che un autistico vive e si sviluppa nel vuoto.
Il suo comportamento come il comportamento di tutti gli organismi viventi sarà il risultato della sua struttura biologica e della sua storia di apprendimento nell'ambiente.
Detto questo (banalità che credo chiunque condivida) è indubitabile che l'ambiente familiare influenzi lo sviluppo dell'individuo autistico.
E infatti ogni terapia comporta cambiamenti ambientali (il teech, l aba sono, in questo senso, ambienti fisici ed interattivi che vengono costruiti intorno all'individuo autistico).
Stessa cosa se si lavora sui genitori, cercando di modificare l'interazione che i genitori offrono al bambino.
Citazione:
Se il Q.I.fosse modificabile con una buona relzione non avremo bimbi a basso funzionamento.
In parte il rapporto con i genitori può influire su certi aspetti, un genitore più attivo e partecipe può ad es.far generalizzare meglio le competenze, ma tutto si ferma qui.
Aspettative, desideri dei genitori non vengono percepite dai bambini che spesso non colgono nemmeno i minimi aspetti sociali
Io direi che il Q.I., in questi casi, è una misura del comportamento funzionale dell'individuo. Se la terapia funziona il Q.I. si alza. Se non si alza o la terapia non funziona o si stanno misurando le cose sbagliate.
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Postman Pat
Io direi che il Q.I., in questi casi, è una misura del comportamento funzionale dell'individuo. Se la terapia funziona il Q.I. si alza. Se non si alza o la terapia non funziona o si stanno misurando le cose sbagliate.
Se mi dici "Ci sono bimbi che hanno un Q.I. di quaranta ma grazie a un buon programma educativo saturano le loro competenze sono d'accoro" ma il Q.I. non si alza.
Non ho mai visto nessuno ne con Aba ne con Teacch partire da un Q.I. di quaranta e arrivare a settanta:D...sarebbe troppo bello se fosse vero.
Putroppo ne ho vista passare di acqua sotto i ponti e la cosa che fa la differenza negli apprendimenti è proprio il Q.I., poi ho visti bimbi che sono stati lavorati bene (buon training educativo a casa e a scuola)che hanno raggiunto un buon livello IN RELAZIONE ALLE LORO POTENZIALITA' .
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Originalmente inviato da
Postman Pat
Dire che l'autismo è una sindrome neurologica non vuol dire dire che un autistico vive e si sviluppa nel vuoto.
Il suo comportamento come il comportamento di tutti gli organismi viventi sarà il risultato della sua struttura biologica e della sua storia di apprendimento nell'ambiente.
Detto questo (banalità che credo chiunque condivida) è indubitabile che l'ambiente familiare influenzi lo sviluppo dell'individuo autistico.
E infatti ogni terapia comporta cambiamenti ambientali (il teech, l aba sono, in questo senso, ambienti fisici ed interattivi che vengono costruiti intorno all'individuo autistico).
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Per dirla in Aba, è chiaro che l'ambiente e il rapporto con i genitori influenza il bimbo autistico X, certi comportamenti vengono rinforzati, estinti dalle conseguenze che i caregiver mettono in atto, ma nel bambino non vi è una dimensione di aspettative, di desideri perchè il deficit di un autistico sta anche qui!
A me piace Aba perchè non considera gli aspetti interni ma solo gli aspetti osservabili.
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LePleiadi
Se mi dici "Ci sono bimbi che hanno un Q.I. di quaranta ma grazie a un buon programma educativo saturano le loro competenze sono d'accoro" ma il Q.I. non si alza.
Non ho mai visto nessuno ne con Aba ne con Teacch partire da un Q.I. di quaranta e arrivare a settanta:D...sarebbe troppo bello se fosse vero.
Putroppo ne ho vista passare di acqua sotto i ponti e la cosa che fa la differenza negli apprendimenti è proprio il Q.I., poi ho visti bimbi che sono stati lavorati bene (buon training educativo a casa e a scuola)che hanno raggiunto un buon livello IN RELAZIONE ALLE LORO POTENZIALITA' .
Qui non sei molto comportamentista però.
Credo che non sia corretto considerare il Q.I. una misura di potenzialità (o di capacità) mentale. Ammesso che una cosa come "la potenzialità di quello che un individuo può imparare" esista realmente da qualche parte (nella sua testa) e possa essere misurata, non credo che il Q.I. la possa misurare.
Il Q.I. è una misurazione fatta a partire da un campione di comportamento dell'individuo. Ci dice in maniera molto sintetica cosa l'individuo fa. Comunica? Parla? Sa fare cose? Capisce quello che gli si dice?...
Se l'individuo impara a comunicare meglio, a fare più cose, a capire meglio il suo Q.I. si alza.
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Riferimento: autismo e attaccamento
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Originalmente inviato da
LePleiadi
A me piace Aba perchè non considera gli aspetti interni ma solo gli aspetti osservabili.
E che saranno mai questi aspetti interni, dei mostri? Perchè dovrebbero contare solo gli "aspetti osservabili"?
Saluti
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L'INTERVISTA
«Autismo, false credenze e pochi fondi»
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Il disturbo è riconosciuto e viene affrontato solo in età infantile,dopo i 18 anni è «disabilità mentale grave»
ROMA – Quando compiere 18 anni non conviene. Succede ai bambini autistici quando diventano adulti. Alla maggiore età, infatti, «scompaiono». «Perdono l’etichetta che li aveva contraddistinti fino a quel momento e passano sotto la categoria generica di "handicap mentale grave", con tutto quello che ne consegue in materia di servizi socio-sanitari dedicati – che sono scarsi –, entrando così a far parte del calderone dei disabili mentali ma con l’aggravante che gli psichiatri non conoscono a fondo la patologia. Ma l’autismo non è solo un disturbo infantile: dall’autismo non si guarisce». Secondo Carlo Hanau, docente di Programmazione e organizzazione dei servizi sociali e sanitari all’Università di Modena e Reggio Emilia e membro del comitato scientifico dell’Angsa (Associazione nazionale genitori soggetti autistici), è questo il problema maggiore in materia di autismo, insieme alle «false credenze> terapeutiche che ogni tanto si diffondono, ai pochi fondi disponibili e alle differenze di trattamento a livello regionale.
Qualche soluzione per risolvere il problema? «Bisognerebbe far prevalere la specializzazione dei medici rispetto all’età anagrafica dei pazienti, come fanno all’estero. L’autismo resta per tutta la vita, ma quello che viene offerto dopo i 18 anni in materia di servizi non è adeguato. Se lavorano, ad esempio, lo fanno solo in un ambiente protetto perché in Italia mancano figure come quelle del tutor o del job-coach, che potrebbero favorire invece l’inserimento in un contesto lavorativo normale soprattutto per forme più leggere di disturbi pervasivi delle sviluppo come la sindrome di Asperger. Il rischio vero è la perdita di autonomia, associato all’abuso di farmaci per sopperire alla mancanza di idonei interventi psico-educativi o di un’adeguata organizzazione degli spazi di vita».
Qual è il punto della situazione sull’autismo in Italia? «In Italia non si fa molto. Gli ultimi finanziamenti, circa 500 mila euro, sono stati stanziati dal governo nel 2007 ma sono arrivati solo nel 2009. E dopo le raccomandazioni redatte dalla Società italiana di neuropsichiatria infantile e le indicazioni date dal Tavolo nazionale sull’autismo, riunitosi due anni fa e promosso dal ministero della Salute, ora stiamo aspettando la metà di ottobre per avere le linee guida generali elaborate dall’Istituto superiore di sanità. A livello locale, invece, solo la metà delle regioni si sono dotate di linee guida in materia di autismo: all’appello mancano il Lazio, il Veneto e la situazione è a macchia di leopardo. Inoltre, dopo la fascia pediatrico adolescenziale manca la specializzazione dei medici».
E a livello internazionale? «Un grosso impulso viene dagli Stati Uniti che ha stanziato l’equivalente di 200 milioni di euro per la ricerca biomedica e la pedagogia speciale. Investire nella ricerca è fondamentale per riuscire a fare, in prospettiva futura, una qualche forma di prevenzione. Nel 90% dei casi la causa dell’autismo è ignota. Sappiamo solo che ha un’origine genetica, anche se ora è spuntata un’ipotesi di causa virale che si trasmetterebbe con gli spermatozoi al momento del concepimento. Ma è necessario investire anche sulla pedagogia speciale, perché è nei primissimi anni di vita dei bambini autistici che si riesce a lavorare sull’autonomia e sul loro comportamento».
Professor Hanau, quanti sono i soggetti autistici? «Se si calcolano quelli segnalati dai servizi socio-santitari, si conta che l’autismo colpisca all’incirca un bambino ogni mille. In realtà sono di più: in Italia si stimano più o meno 500 mila persone diagnosticabili. Ma alcune indagini hanno messo in luce il crollo numerico delle diagnosi di autismo dopo i 18 anni. Di recente però, uno studio americano è andato a cercare i disturbi pervasivi delle sviluppo prima che venissero diagnosticati. Questo metodo ha visto salire vertiginosamente la percentuale di soggetti autistici: circa l’uno per cento della popolazione. Le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità parlano invece di una persona su 150. Oggi si fa un gran parlare di metodi e protocolli per trattare l’autismo… In Italia si sono indegnamente sparse parecchie false credenze: omotossicologi, omoterapisti, chi dice che è colpa dei vaccini, il metodo Dan!. Tutte teorie non convalidate scientificamente, o addirittura già sbugiardate dalle riviste mediche, ma che nonostante tutto continuano a essere riproposte. A tutt’oggi, gli unici interventi riconosciuti e validati come efficaci nel migliorare la condizione autistica sono quelli di tipo educativo, cognitivo e comportamentale (i cosiddetti Aba, Applied behaviour analysis, e cioè l’analisi del comportamento applicata). La dimostrazione scientifica che questi trattamenti danno risultati di tutto rispetto si è avuta da uno studio condotto dall’Istituto Mind in California». (Fonte Agenzia Redattore Sociale)
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Riferimento: autismo e attaccamento
Oltre all'articolo, ho avuto modo di leggere la testimonianza di un genitore che poi è quella della maggior parte dei genitori di persone autistiche o con disabilità di altro tipo. Credo che sia un discorso che travalichi gli orientamenti e ponga la necessità di interventi istituzionali ed organizzativi, per cui però i fondi sono sempre scarsi o inesistenti. Poter lavorare su più fronti sarebbe indubbiamente una possibilità straordinaria.
Saluti
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LePleiadi
Per dirla in Aba, è chiaro che l'ambiente e il rapporto con i genitori influenza il bimbo autistico X, certi comportamenti vengono rinforzati, estinti dalle conseguenze che i caregiver mettono in atto, ma nel bambino non vi è una dimensione di aspettative, di desideri perchè il deficit di un autistico sta anche qui!
A me piace Aba perchè non considera gli aspetti interni ma solo gli aspetti osservabili.
A me ABA piace perché raggiunge gli obiettivi che dichiara di voler raggiungere.
Quanto agli aspetti interni... il panorama che vedi guardando dalla finestra dipende dalla finestra a cui ti avvicini. E non è che il panorama scompare se cambi finestra. Semplicemente non lo vedi tu.
Buona vita
Guglielmo
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Riferimento: autismo e attaccamento
@gieko-tustin
l'approccio scientifico e tutte le ricerche fatte fin ora hanno ormai etichettato come dannoso - senza ombra di dubbio - l'approccio psicodinamico.
Anzi, invito tutti gli psicologi di impostazione psicodinamica non solo a non occuparsi di autismo, ma a convertirsi all'ippica o - se preferiscono - alla cucina. Cucineranno magari una schifezza, ma faranno meno danni.
FIRMATO: il padre di un bambino autistico
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Mi spiace per l'esperienza negativa fatta. Tuttavia non penso sia corretto generalizzare, dal momento che ci sono anche interventi di stampo psicoanalitico in questo campo - come in altri - che hanno prodotto risultati.
Saluti
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Riferimento: autismo e attaccamento
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Originalmente inviato da
gieko
Mi spiace per l'esperienza negativa fatta. Tuttavia non penso sia corretto generalizzare, dal momento che ci sono anche interventi di stampo psicoanalitico in questo campo - come in altri - che hanno prodotto risultati.
Saluti
Stupidaggine! Nessun intervento psicodinamico ha mai prodotto risultati. E non parlo solo dell'autismo.
Purtroppo tale approccio sopravvive solo nella nostra povera Italietta (e in Francia). In Inghilterra, ti troveresti davvero a lavorare in cucina.
Meriteresti di essere rinchiuso dentro un frigorifero-madre.
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Riferimento: autismo e attaccamento
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Riferimento: autismo e attaccamento
Reduce dal primo incontro full time di un ciclo di 4 giornate, con Thomas Caffrey, esperto di Aba ect ect, qui a Roma, confrontandomi con i genitori (ma c'erano insegnanti, psicologi, operatori scolastici), posso dirvi che la sofferenza e la fatica e le difficoltà economiche a cui sono sottoposti è incredibile.
Mi spiace che poi qui si rischi di ridurre il discorso ad un conflitto tra psicodinamica e altri approcci (soprattutto di stampo comportamentistico). Anche io non sono immune da questa antinomia, per ragioni soprattutto "neurologiche". Forse con la debole speranza che partendo da questa premessa possiamo approfondire e proporrre scenari più praticabili e con margini di successo insperati. Ma in realtà mi pare che ogni qual volta si faccia menzione di neurologia o neuropsicologia o di aspetti cognitivi, si scivoli nell'arrendevole pregiudizio del riduzionismo.
ciaz.
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Riferimento: autismo e attaccamento
"During spontaneous 'floor time' play sessions, adults follow the child's lead utilizing affectively toned interactions through gestures and words to move the child up the symbolic ladder by first establishing a foundation of shared attention, engagement, simple and complex gestures, and problem solving to usher the child into the world of ideas and abstract thinking.This process is illustrated by a case example of a young boy on the autism spectrum interacting with his father during 'floor time' over a 3 year period."
Questo si propone l'ultimo articolo. Su un solo caso, nel periodo di tre anni ( che se sono nella fase dello sviluppo sono falsificabili in poche battute).
Caro Willy, leggerò gli altri abstract dopo quando avrò più energie e più tempo, ma spero che gli altri articoli siano più promettenti.
ciaz.
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Riferimento: autismo e attaccamento
Infatti questo non è ancora un approccio validato.
Ora, io cerco, mi pare, di essere passabilmente chiaro. Provo a farlo anche su questo tema.
Se per "approccio psicoanalitico all'autismo" intendiamo la teoria delle "madri-frigorifero" come responsabili dell'autismo, dal mio punto di vista e per quel che ne so, è una cosa che non sta né in cielo né in terra.
Se per "trattamento psicoanaliticamente informato dell'autismo" intendiamo che il bambino autistico viene messo su un lettino 4 volte a settimana e trattato a furia di interpretazioni più o meno freudiane da un analista maschio adulto in giacca e pantaloni neri, camicia bianca e cravatta che sta solitamente silenzioso per il 90% del tempo, credo siamo tutti fuori strada.
Se invece si pensa che un bambino autistico, semplicemente perché affetto da una sindrome complessa, che comporta rilevanti deficit neurologici, sia per queso privo di inconscio dinamico, secondo me ci si sbaglia di nuovo.
Il mio non è un discorso teso a dire "o/o". Cerco gli "e/e".
Buona vita
Guglielmo
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Riferimento: autismo e attaccamento
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Originalmente inviato da
willy61
Se invece si pensa che un bambino autistico, semplicemente perché affetto da una sindrome complessa, che comporta rilevanti deficit neurologici, sia per queso privo di inconscio dinamico, secondo me ci si sbaglia di nuovo.
Il mio non è un discorso teso a dire "o/o". Cerco gli "e/e".
Buona vita
Guglielmo
Privo o non privo siamo nella logica o/o.
Magari ci fosse, ammettiamo che esista un inconscio dinamico, per tutto quello che può significare. Resta da capire che tipo di relazioni può avere con le complicazioni neuropsicologiche e cognitive. Mi pare che la psicodinamica non sia molto interessata agli aspetti cognitivi e procedurali delle problematiche mentali. O forse dovrei dire molti psicodinamici di questo forum.
ciaz.
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Riferimento: autismo e attaccamento
Probabilmente non servirà a nulla ribadire che Bruno Bettelheim non era uno psicoanalista, nonostante si dichiarasse tale e come tale sia stato percepito comunemente. Il suo percorso formativo in tal senso non iniziò nemmeno perchè non superò i colloqui, evidentemente per le problematiche personali che lo portarono poi ai nefasti fatti di cui si parla anche negli articoli sopra riportati.
Se non altro mi auguro che serva ad aggiungere un po' di chiarezza.
Dopo di che - e rispondo a neuromancer - non mi sembra che nessuno qui si sia scagliato contro altre modalità di trattamento di una patologia complessa come l'autismo, nè ne neghi le importanti implicazioni a livello neurologico e cognitivo. Si sta solo cercando di sostenere l'idea che possa essere utile operare da diversi punti di vista, ognuno con finalità proprie. Ritengo che un intervento psicoanaliticamente orientato, che nulla ha a che vedere con parentectomie o simili sciocchezze, possa contribuire unitamente ad altri metodi per ciò che è il suo specifico. Magari sarà poca cosa, magari sarà secondaria... ma può produrre risultati.
Saluti
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Originalmente inviato da
gieko
Probabilmente non servirà a nulla ribadire che Bruno Bettelheim non era uno psicoanalista, nonostante si dichiarasse tale e come tale sia stato percepito comunemente. Il suo percorso formativo in tal senso non iniziò nemmeno perchè non superò i colloqui, evidentemente per le problematiche personali che lo portarono poi ai nefasti fatti di cui si parla anche negli articoli sopra riportati.
Se non altro mi auguro che serva ad aggiungere un po' di chiarezza.
Dopo di che - e rispondo a neuromancer - non mi sembra che nessuno qui si sia scagliato contro altre modalità di trattamento di una patologia complessa come l'autismo, nè ne neghi le importanti implicazioni a livello neurologico e cognitivo. Si sta solo cercando di sostenere l'idea che possa essere utile operare da diversi punti di vista, ognuno con finalità proprie. Ritengo che un intervento psicoanaliticamente orientato, che nulla ha a che vedere con parentectomie o simili sciocchezze, possa contribuire unitamente ad altri metodi per ciò che è il suo specifico. Magari sarà poca cosa, magari sarà secondaria... ma può produrre risultati.
Saluti
ciao gieiko,
potresti brevemente descrivere qual è l'approccio psicoanalitico all'autismo?
aiuterebbe ad uscire dalle barricate ideologiche e confrontarci su cose concrete
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Originalmente inviato da
Postman Pat
ciao gieiko,
potresti brevemente descrivere qual è l'approccio psicoanalitico all'autismo?
aiuterebbe ad uscire dalle barricate ideologiche e confrontarci su cose concrete
Sono d'accordo, meglio partire dal concreto anche per evitare fraintendimenti derivati dalla troppa teoria.
In buona sostanza l'approccio psicoanalitico all'autismo corrisponde in buona sostanza a quanto viene descritto dalle linee guida della Società Italiana di Neuropsichiatria infantile in questo documento:
http://www.sinpia.eu/atom/allegato/148.pdf
In particolare si vedano le pagine relative alle strategie di intervento (pagg. 46 e seg), dove sono descritti sia i metodi di tipo cognitivo-comportamentale, che quelli definiti "evolutivi (o interattivi)" che sono di matrice analitica.
Come è riportato nello stesso documento, data la complessità del disturbo autistico rimane - allo stato attuale delle conoscenze - fondamentale lavorare su diversi fronti. Gli interventi di tipo comportamentale sono specificamente adatti per lo sviluppo di competenze relative a quest'area, e si integrano con gli interventi di matrice evolutiva che sono più mirati agli aspetti emotivi.
Saluti
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Riferimento: autismo e attaccamento
Appunto... Stanley Greenspan è uno psicoanalista http://stanleygreenspan.com/about-dr-greenspan/ Il fatto che la comunità psicoanalitica ufficiale gli abbia contribuito diverse onorificenze mi fa pensare che le idee in materia di autismo siano, se non altro, molto cambiate.
Proprio impossibile pensare che non tutti gli psicoanalisti siano affezionati alla teoria della madre-frigorifero?
Sull'integrazione ho già detto che un lavoro in rete sia necessario oltre che auspicabile.
Un'ultima cosa. Rispetto la tua posizione e te come persona. Chiederei lo sforzo di fare, almeno sul piano personale, la stessa cosa.
Saluti
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Riferimento: autismo e attaccamento
Anni fa, per l'esame di psicobiologia dello sviluppo, studiai un libro, del prof. Zappella, primario a siena di neuropsichiatria infantile.
Racconta i miglioramenti dei soggetti autistici, con il metodo (AERC) ATTIvAZIONE EMOTIVA E RECIPROCITà CORPOREA.
Secondo l'autore del libro, l'autismo non sarebbe legato esclsavmaente a patologie neurologiche, ma anche ad affettive, difatti racconta di netti miglioramenti avuti con bambini, autistici, senza segni evidenti di disturbi neurologici. (comunque in questi giorni ho intenzione di rileggerlo bene.)
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Originalmente inviato da
moltodifficile
Michele Zappella, l'inventore dell'AERC, è la causa di tutti i mali dell'autismo in Italia. Il motivo primo ed ultimo per cui ci sono ancora - in alcuni luoghi - psicologi/psicanalisti che osano affrontare l'autismo con la psicoterapia junghiana, facendo danni incommensurabili.
Vorrei, in questa sede, correggere Gieko. Non c'è stato solo Bettelheim. Dopo Bettelheim c'è stata anche in Italia una lunga genìa di "professionisti" che hanno dato la colpa alle madri e alla situazione familiare in generale. A partire da Zappella, che velatamente l'ha sempre pensato che era colpa della mamma ma che è arrivato a dire "la mamma non c'entra nulla", continuando per la mefitica (davvero disgustosa) Frances Tustin, passando per il vecchio ma ancora attivo Romeo Lucioni, continuando per tutto il "centro autismo" del Niguarda di Milano, tutta l'AIAS di tutta la Lombardia, l'ANFFAS di Varese, la psicologa del nido che ha frequentato mio figlio... Insomma Bettelheim è stato un maestro per tanti di voi, nonostante (come ha scritto Gieko) fosse un millantatore laureato in filosofia etc. etc.
E diciamoci la verità. L'approccio psicodinamico ha fallito completamente, al cento per cento. Non siete riusciti mai a guarire un depresso: ve li trascinate per anni e anni in psicoterapie infinite che non portano mai a nulla. Non siete mai riusciti a guarire un bulimico, un anoressico. Nessuno.
Solo terapie infinite, nell'illusione che la cura sia la terapia stessa.
Risultati: zero. Niente.
Che senso ha un approccio che non ottiene risultati? Se una ragazzina anoressica va da uno psicologo cognitivo comportamentale, magari nemmeno questo riuscirà a guarirla, ma perlomeno userà tutte le tecniche possibili per guarirla e mandarla "fuori dalle scatole, nel mondo".
In un trattamento come lo intendete voi, il futuro è il lettino. Per sempre.
E' terribile.
Eppure continuate ad esistere, cari amatissimi psicodinamici, continuate a sfornare le vostre buone Frances Tustin e a dire: "Ma Bettelheim non era uno psicologo".
Sono d'ccordo con te in parte, nel senso che l'approccio psicodinamico, è poco consigliato per certi approcci (è scritto anche nel dsm), ma affermare che non funziona mai, è una generalizzazione, uscendo dal discorso autistico, ed entrando in quelli in asse II, la ricerca ci dice che speso le terapie del profondo, funzionano di più nei disturbi di personalità, che di quelle cognitivo comportamentali comportamentali. ( ho parlato di un altro disturbo, perchè hai citato, anche l'anoressia e depressione).