che ne pensate dell'eclettismo tecnico come modello a cui ispirarsi nella pratica psicoterapeutica?
Grazie.
Lucio
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che ne pensate dell'eclettismo tecnico come modello a cui ispirarsi nella pratica psicoterapeutica?
Grazie.
Lucio
io sono d'accordo, d'altronde tanti approcci al giorno d'oggi sono "integrati".
Comunque Lucio, questo forum non è più movimentato come una volta!...:asd:
Ciao, a quale di questi tipi ti senti più in assonanza?
L’eclettismo tecnico si divide in due tipi principali: il primo prevede che le tecniche debbano essere scelte valutandole in pratica e non teoricamente, in base alla loro reale capacità di ottenere risultati in campo clinico, quindi unirle in un insieme che forma un singolo trattamento; il secondo, definito accoppiamento prescrittivo, si differenzia non per il modo con cui decidere le tecniche valide, ma su come utilizzarle. Piuttosto che formarne un singolo trattamento utile per tutti i disagi, selezionarle secondo la patologia che il paziente presenta.
Ciao. Lucio
Che palle, noi siamo morti, in pratica, ora ve lo movimento io, così imparate:D
Vi dovete contentare di noi poveretti, vi frustriamo.
Che vor dì, integrato? Che fate un pout-pourri di approcci, così avete sempre ragione voi?
Tanto la psicologia la creano i pazienti, voi siete marionette in mano all'umanità, tieh.:argh:
Comlicata,
non prenderla così il riferimento (mio) era legato in particola alla metodologia (non a te), discussione nella quale anni orsono scrivevano esperti.Comunque non é un pout-pourri di approcci e assolutamente non abbiamo sempre ragione noi; anzi é vero il contrario.
Ciao e grazie per essere entrata nella discussione.
Lucio
ciao lucio, direi la seconda.
Forse ti risparmio un po' di fatica
l’obiezione Sul primo tipo, il problema sollevato, è che un insieme non è solo costituito dalla somma delle parti, disgiunte dal contesto teorico da cui derivano. Anche se uno strumento psicoterapeutico è efficace, quindi, può divenire invalidato dall’utilizzo in un altro approccio teorico. In secondo luogo un singolo trattamento non può rivelarsi utile per tutta la psicopatologia.
Sull’accoppiamento prescrittivo, Safran e Messer sollevano che la diagnosi non prescinde dal soggetto che la presenta: una stessa diagnosi deve essere trattata diversamente secondo il paziente. In secondo luogo, durante il percorso terapeutico e all’interno di una stessa seduta, il paziente cambia e può modificarsi la diagnosi.
Ciao. Lucio
Il primo caso però è divertente, non so se ho capito bene, ma sembra quasi una specie di selezione naturale di insiemi di tecniche e regole. Si accoppiano le più promettenti che in pratica hanno raggiunto buoni risultati, unendole a caso (50% e 50%) senza selezionare le caratteristiche grazie a qualche idea teorica di correttezza, e si salvano via via nei nuovi insiemi (di insiemi) quelle che riescono ad adattarsi meglio nello svolgere i compiti che si desidera che queste svolgano :D.Citazione:
Originalmente inviato da Lucio Regazzo
A lungo andare dovrebbe funzionare 'sto processo di adattamento a qualche compito (che sia possibile eseguire), solo che forse risulterebbe piuttosto lento e bisogna produrre pure molte miscele diverse e che quindi poi potrebbero risultare peggiori.
Alla fine un dispositivo costruito (sarebbe più corretto dire generato) con questo "metasistema" qua dovrebbe funzionare, però non si capirebbe minimamente come dovrebbe funzionare il dispositivo :asd: (gli uccelli volavano già da parecchio, però noi per capire più o meno il sistema che usavano per riuscire a volare ci abbiamo messo un po' di tempo).
Non si avrebbe alla fine alcuna teoria sul funzionamento degli "esemplari sopravvissuti", otterremo alla fine una serie di esemplari abbastanza funzionanti che svolgono certi compiti correttamente. Insomma questo sistema non produce una teoria sul funzionamento della mente, ma certi sistemi per curarla in certi sensi.
Se si osservano gli esseri umani sembra siano stati costruiti per far certe cose appositamente, mentre in realtà sono venuti fuori grazie ad unioni ed eliminazioni senza che qualcuno abbia usato qualche teoria dall'alto o abbia pensato a qualcosa per favorire certe caratteristiche e fargli svolgere certi compiti, è l'incompetenza a certi compiti che elimina certi esemplari direttamente e così vengono fuori dispositivi più adatti, competenti e specializzati a svolgere certi compiti.
Saluti
Anche le strategie evdence based si fondano su prove empiriche.
Il secondo tipo di eclettismo non é un salva-vita, ma é agevole e si muove dal presupposto che il paziente é un essere umano originale e irripetibile.; simile all'impronta digitale, quindi un metodo chee può andare bene per me, può essere deficitario per un altro
Il problema che io vedo é un altro: il lunghissimo percorso da fare per poter utilizzare l'eclettismo.
Ciao. Lucio
Se i metodi possono contenere anche regole condizionali tipoCitazione:
Originalmente inviato da Lucio Regazzo
Se il paziente A fa questo o vive questa situazione il terapeuta preferibilmente deve rispondere e comportarsi così.
Non si pone questa difficoltà. Io immagino che le contengano già pure istruzioni condizionali del genere le psicoterapie. Se si accoppiano i metodi esistenti migliori, il "metodo unione" che "sopravvive", a lungo andare poi dovrebbe selezionare le regole condizionali che si adattano bene alle diverse tipologie di paziente.
Un solo metodo che contiene regole condizionali funziona meglio di metodi distinti e separati con caratteristiche fisse che si applicano a pazienti diversi per tipo una volta per tutte. L'obiezione del cambiamento per me risultava interessante, io non ci avevo pensato a una cosa del genere.
Quando si afferma per esempio "la legge è uguale per tutti" si vuol dire che uno stesso ed unico codice viene applicato indifferentemente a tutti gli individui, ma non è vero che questo codice non terrà conto delle differenze individuali, di età sesso ecc. ecc. Se sei una donna per legge hai diritto ad una pausa per la maternità.
Verrebbero a crearsi delle incongruenze nel caso in cui si costruisse una selva di codici diversi e separati che si applicano direttamente a certi tipi di individui una volta per tutte, perché non si terrebbe conto del fatto che il tipo di individuo può essere transitorio temporalmente, oggi sono impiegato ed ho un certo reddito perciò per legge devo svolgere una serie di compiti obbligatori, ma questa condizione potrebbe non risultare stabile per tutta la mia esistenza. Se sono ricco oggi e domani fallisco e finisco sul lastrico, capiterebbe poi che diversi codici stabili e che si applicano al tipo di individuo una volta per tutte (assumendo a monte che la caratteristica reddito è data una volta per tutte e non può mutare) pretenderebbero magari da me che paghi le tasse ancora in base ad un reddito che oggi non possiedo più.
L'esempio delle impronte digitali è interessante, però bisogna partire dal presupposto che si sia a conoscenza già del fatto che questa caratteristica rimarrà stabile indipendentemente da tutto il resto. Se di questa conoscenza non si è abbastanza certi secondo me si produrrebbero divisioni forzate in funzione del tipo di individuo che risultano disfunzionali. Ragiono soltanto così intuitivamente. Pensavo al "difetto" messo in evidenza nel messaggio che hai riportato, non è proprio debolissimo secondo me come argomento.
Saluti
Ciao, non si rischia di fare condraddizioni con i metodi di cura che vengono accorpati.
Bisognerebbe definire in qualche modo un'operazione di "unione" che lasci il più libere possibile le variazioni per accorpamento (o accoppiamento) e non produca un metodo che contenga istruzioni in pratica contraddittorie (qualcosa di simile alla riproduzione sessuale insomma).
Secondo una qualche teoria possono anche risultare contraddittorie certe condotte pratiche (in astratto, perché non le si dovrebbe applicare insieme se si usa un certo modello ontologico di mente umana), ma immagino che chi propone questa cosa qua non proponga di accorpare le teorie, ma direttamente i metodi pratici di cura derivati da queste, perché forse si presuppone che allo stato dell'arte visto il proliferare di diverse teorie della mente, non si abbia nessuna idea sicura rispetto allo stato ontologico descritto, insomma due pratiche terapeutiche in certi contesti potrebbero risultare identiche appoggiandosi a teorie descrittive della mente diverse.
Per fare una cosa del genere però si dovrebbe passare ad un livello pratico di modellizzazione per istruzioni in base a quel che si osserva, ed esecuzioni che rispondono a queste osservazioni e mettere da parte i diversi punti di vista teorici.
Cioé usare un linguaggio descrittivo che rappresenti cosa fa il terapeuta e in base a quali osservazioni concrete ha deciso di reagire in questo modo. Trasformare insomma il processo terapeutico in una specie di algoritmo.
Non so se è fattibile poi praticamente 'sta cosa, però come idea io non la butterei via :D.
In certi campi l'hanno sfruttata (nel campo informatico), invece di sforzarsi di costruire e pensare direttamente com'è fatto un metodo specifico per svolgere un compito, si prendono insiemi di metodi approssimativi, non perfetti e arruffoni, li si accorpa unendoli in qualche modo e poi li si testa di nuovo, si prendono quelli che migliorano nella generazione successiva e si continua a mischiare di generazione in generazione, a lungo andare i metodi "sopravvissuti" dovrebbero perfezionarsi e specializzarsi meglio rispetto al compito nei confronti del quale vengono testati di volta in volta.
E' un sistema che cerca di scovare il metodo adatto per tentativi ed errori che sfrutta l'accorpamento di certe caratteristiche di metodi meno perfetti.
Immagino che non si mischiano direttamente le teorie della mente, perché non si saprebbe poi nemmeno come fare (una prevede esista un sistema inconscio fatto in un certo modo, un'altra oggetti ontologici diversi, non si capirebbe più niente), ma si prova a mischiare in vari modi e abbastanza liberamente solo i sistemi pratici di cura più promettenti derivati da queste.
Saluti
Io credo che occorra semplificare, e di molto, l'apparato tecnico che si ha a disposizione per lavorare con il paziente. Aderisco ad un'ottica bioniana di semplificazione, che permette di entrare in risonanza con il paziente stesso, di essere at-one-ment. Questo implica delle forti premesse teoriche, in modo da avere un campo di osservazione nitido e di poter definire, man mano che si presentano, le trasformazioni del materiale clinico. La fatica è quella di concepire che lo stesso paziente, quello che entra nella stanza di analisi alla tal ora, il tal giorno, è ogni volta una persona diversa. Tollerare questa fatica significa poter far emergere anche i minimi spazi di novità. Direi che l'eclettismo, in questo caso, è spostato dalla tecnica alla... relazione? Ogni novità che si presenta nel campo mi pare essere una buona base di osservazione per esplorare in profondità e in ampiezza lo psichico.
La base teorica è quella che Bion chiama F (Faith): occorre sostenere un "atto di fede", sospendere attivamente qualsiasi memoria, desiderio, comprensione o impressione sensoriale. Di fronte ad una tale disciplina, di solito si sente montare l'angoscia per qualcosa che si percepisce come assolutamente innaturale, irreale, terrorizzante. La controparte è l'aumentata capacità di entrare in risonanza con quella che è la realtà psichica che si forma in quel preciso momento. L'autenticità non è tanto quella di "rispondere" al paziente, ma quella di dare consistenza e spazio ad una realtà, quella psichica, che è al di fuori delle coordinate di memoria, desiderio, comprensione e impressione sensoriale.
Serve dire che Bion non era certo un eclettico ma uno psicoanalista che pur ha cercato proprie formulazioni teorico-tecniche.
Non riesco a vedere alcun nesso tra Bion e l'eclettismo.
Ciao. Lucio
L’eclettismo tecnico di primo e secondo tipo
Lucio Demetrio Regazzo. 2010. Tratto da Ansia che fare? Prevenzione,farmacoterapia, psicoterapia. Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova. padova
L’eclettismo tecnico si divide in due tipi principali: il primo prevede che le tecniche debbano essere scelte valutandole in pratica e non teoricamente, in base alla loro reale capacità di ottenere risultati in campo clinico, quindi unirle in un insieme che forma un singolo trattamento; il secondo, definito accoppiamento prescrittivo, si differenzia non per il modo con cui decidere le tecniche valide, ma su come utilizzarle. Piuttosto che formarne un singolo trattamento utile per tutti i disagi, selezionarle secondo la patologia che il paziente presenta.
Noi ci sentiamo di aderire al secondo tipo. Vediamo comunque le obiezioni sollevate sull’eclettismo.
Sul primo tipo, il problema sollevato, è che un insieme non è solo costituito dalla somma delle parti, disgiunte dal contesto teorico da cui derivano. Anche se uno strumento psicoterapeutico è efficace, quindi, può divenire invalidato dall’utilizzo in un altro approccio teorico. In secondo luogo un singolo trattamento non può rivelarsi utile per tutta la psicopatologia.
Sull’accoppiamento prescrittivo, Safran e Messer sollevano l’obiezione che la diagnosi non prescinde dal soggetto che la presenta: una stessa diagnosi deve essere trattata diversamente secondo il paziente. In secondo luogo, durante il percorso terapeutico e all’interno di una stessa seduta, il paziente cambia e può modificarsi la diagnosi. In sostanza, affermano gli autori:
“Di conseguenza il terapeuta competente deve costantemente modificare gli interventi in modo sensibile al contesto in accordo con un processo diagnostico in evoluzione, piuttosto che utilizzare uno schema terapeutico predefinito come risposta a una diagnosi statica" (Rice & Greenberg, 1984; Safran, Greenberg & Rice, 1998).
L'incapacità di condurre la ricerca psicoterapeutica in modo sufficientemente sensibile al contesto 5 è probabilmente uno dei fattori sottesi alle difficoltà incontrate da un consistente numero di terapeuti nell'interazione con i loro pazienti (Beutler, 1991; Omer & Dar, 1992).6
Gli Autori sembrano sostenere l’inadeguatezza dell’eclettismo tecnico con argomentazioni logiche, coerenti e corrette.
Rivediamole schematicamente:
1) uno strumento psicoterapeutico efficace all’interno del proprio contesto teorico può divenire inefficace con l’inserimento in un altro approccio teorico;
2) un singolo trattamento non può rivelarsi utile per tutta la psicopatologia;
3) una stessa diagnosi deve essere trattata diversamente secondo il paziente;
4) durante il percorso terapeutico e/o all’interno di una stessa seduta, il paziente cambia e può cambiare la diagnosi, quindi il terapeuta deve modificare continuamente gli interventi in accordo con diagnosi e contesto che mutano. Sostanzialmente non ne sono capaci.
Analisi delle obiezioni di Safran e Messer.
“Uno strumento psicoterapeutico efficace all’interno del proprio contesto teorico, può divenire inefficace con l’inserimento in un altro approccio teorico”.
Riteniamo anche noi che la trasposizione di uno strumento da una cornice teorica a un’altra possa rendere inefficace la tecnica stessa. Tuttavia il rischio è superabile adottando, nel processo integrativo, tecniche compatibili con l’epistemologia in cui sono inserite. Ancora, la stessa può essere modificata, ove possibile sino a renderla congruente con il modello che la mutua. É d’altronde ovvio che un terapeuta cognitivo-comportamentale non possa utilizzare una libera associazione, mentre si può appropriare di interventi paradossali. In definitiva sembra che la critica degli autori derivi da una generalizzazione più che dalla realtà dell’agire clinico.
“Un singolo trattamento non può rivelarsi utile per tutta la psicopatologia”.
Questo non è un problema correlato all’eclettismo tecnico ma a ogni modello. Andando oltre, l’affermazione degli autori appare contraddittoria rispetto alla loro resistenza a ogni approccio integrativo: maggiori sono le tecniche che un clinico è in grado di utilizzare, più semplice è la sua possibilità di adattare il trattamento ai diversi disturbi.
“Una stessa diagnosi deve essere trattata diversamente secondo il paziente”.
Anche su questo passo, ribadiamo che non è una difficoltà dei metodi integrati, ma di qualsiasi strategia.
Il problema è correlato alla preparazione del terapeuta non al metodo che segue: ci troviamo in linea con gli autori differenziandoci per il focus dell’ostacolo, conosciuto da tutti i clinici esperti. Infine, Safran e Messer, nell’articolo citato, sostengono la necessità di cambiare i programmi di formazione degli psicoterapeuti, rendendola più eclettica e meno “libresca”. Quindi la domanda è: formazione più eclettica, ma esercizio della pratica clinica no?
“Durante il percorso terapeutico e/o all’interno di una stessa seduta, il paziente cambia e può cambiare la diagnosi, quindi il terapeuta deve modificare continuamente gli interventi in accordo con diagnosi e contesto che mutano. Sostanzialmente non ne sono capaci”.
Ci rincresce apparire troppo critici e ripetitivi; non possiamo che ripetere esattamente quanto scritto nel precedente passaggio. Sul “Sostanzialmente non ne sono capaci”, aggiungiamo che ciò dipende sia dalla formazione, sia dal fatto sia i trattamenti maggiormente insegnati e convalidati derivano da ricerche sperimentali di tipo R.C.T. e non da ricerche cliniche.
Ormai è opinione comune che la sperimentazione di laboratorio produce protocolli che si rivelano inefficaci in campo ecologico, pur risultando validi in laboratorio.
La realtà sperimentale e quella clinica sono troppo diverse; ciononostante le regole scritte nel documento della divisione 12 dell’ A. P. A. continuano a essere considerate di livello superiore per validare un trattamento, tenendo in secondo piano la ricerca clinica.
Ci soffermiamo su un limite del metodo di Lazarus, l’ideatore dell’ Eclettismo tecnico, che è stato sottolineto da molti, anche se in modo meno carico di Safran e Messer: sostanzialmente si sostiene che le tecniche, private della propria cornice teorica e inserite in altri modelli, mantengono l’efficacia − negata dagli autori più volte citati − ma perdono l’efficienza.
Con questo postulato ci troviamo in pieno accordo; sosteniamo, andando oltre a Lazaruz, che: la tecnica deve essere ricontestualizzata, cioè ricollocata nel modello teorico in cui è utilizzata; non tutti gli strumenti, modificati o meno, posso essere mutuati, “tout court”, in un approccio senza un’attenta valutazione sulla loro compatibilità epistemologica con la strategia “ospite”, con la patologia su cui si deve intervenire e sulla formazione dello psicoterapeuta che deve essere poliedrica, non limitata a un solo modello.
L’eclettismo come via da seguire
D’altronde respingere una qualche forma di eclettismo ha premesse, implicazioni e conseguenze insostenibili o non più accettabili:
- premessa: una strategia o, al contrario, nessuna di esse è considerata, sia epistemicamente, sia come insieme di tecniche con cui opera, superiore alle altre su tutte le psicopatologie e tutte le persone;
- implicazioni: nel primo caso si ricerca il paradigma unico sovraordinato, nel secondo si rinuncia a ogni tentativo di riduzione dei metodi;
- conseguenze: continuare ad aumentare la situazione confusa con l’esponenziale proliferazione delle psicoterapie.
Rimane l’opzione di Safran e Messer che raccomandano l’incontro, nel rispetto delle diversità, per favorire l’integrazione. Infatti la loro analisi si conclude con la proposta di superare una filosofia della scienza relativistica e accogliere il modello pluralistico. Il pluralismo, diversamente dal relativismo, permette una serie di scambi nella quale le diverse posizioni mostrano accettazione reciproca, interagendo senza che nessuno tenti di assimilare l’altra. Esso, pur negando la verità universale e oggettiva, tenta l’integrazione senza negare le differenze, ma evitando un irrigidimento fazioso su un’epistemologia. Siamo certamente attenti a un invito al dialogo e in linea con chi afferma che attraverso lo scambio si ottiene il migliore risultato, ma:
- gli autori considerano scontato il superamento della faziosità ancora esistente tra le diverse correnti e conseguentemente della difficoltà di dialogare.
- Safran e Messer hanno scritto il loro articolo da oltre dieci anni, e da allora il numero di modelli è ulteriormente aumentato; ciò non porta a credere che il loro invito sia stato accolto e abbia grandi possibilità di esserlo.
- pensiamo e crediamo che scambi e dialogo, acquisizioni di elementi tra un sistema e un altro, necessitano della prerogativa di avere delle compatibilità o delle convenienze.
Certamente le scienze procedono come le culture e le lingue. Queste arricchiscono ed evolvono, non solo in modo autogeno, ma anche attraverso continui scambi con sistemi culturali e linguistici diversi, senza il pericolo che una fagociti l’altra. Il saluto veneziano “schiavo vostro” (ciao) è divenuto internazionale, senza che per questo tutto il globo divenisse italiano: semplicemente è stato trovato agevole, simpatico o altro. Alcune parole inglesi sono ormai inserite nel vocabolario di molti popoli: perché più semplice, più parlata nel mondo scientifico o altro che rientra comunque in un vantaggio riconosciuto. Inoltre i popoli che hanno introdotto parole inglesi, per questo non hanno perso la loro identità culturale e linguistica. In una zona dell’isola di Creta, alcuni termini di uso quotidiano derivano dal vecchio dialetto padovano, come “piron” (forchetta) ”carega”(sedia); ma i cretesi continuano a parlare la loro lingua arricchita da questi e altri termini veneti.
Ci chiediamo, allora, se l’opposizione all’eclettismo non derivi anche dal timore che il proprio modello sia contaminato, perda la propria originalità, se acquisisce alcuni strumenti di altri modelli.
Certamente ci sono degli ostacoli pertinenti alla filosofia della scienza, nel perseguire l’eclettismo, ma il timore è che avanti a questo ci sia ancora una propensione per quella che da molti è stata definita “lotta di bottega”.
Parafrasiamo, allora alcune parole di Jung: ho fondato il modello, ma non sarò mai junghiano; forse intendeva dire di non irrigidirsi su un paradigma, per quanto valido e completo sia.
A questo punto può sembrare che siamo in linea con Safran e Messer; siamo sì attenti alla loro proposta, ma insistiamo sull’impossibilità del dialogo tra sistemi che non vogliono dialogare, quindi il pluralismo è realizzabile tra chi accetta di assimilare in quanto compatibili con la propria epistemologia strumenti di altre teorie. Cerchiamo di spiegare quest’aspetto, andando su esempi di acquisizioni linguistiche di altri popoli e vedendo cosa accade quando termini di altri popoli tentano di essere assimilati da culture che per diversi motivi si mostrano refrattarie.
Quando nei paesi di lingua tedesca si è sostituita la ß con la doppia esse, per adeguarsi al vocabolario occidentale, la popolazione si è opposta e tuttora la ß è tornata sillaba prevalente. In un determinato momento storico e politico, il governo francese ha proibito ai locali pubblici di portare denominazioni anglofone.
Facciamo questi ultimi esempi, per ribadire che non esiste assimilazione lenta tra sistemi incompatibili e per sottolineare il nostro scetticismo sulle proposte di Safran e Messer.
Concludiamo questo capitolo ricordando che molte ricerche di tipo ecologico hanno dimostrato che gli psicoterapeuti che ottengono i migliori risultati, sono quelli che utilizzano un metodo eclettico.
Un sondaggio effettuato tra psicologi clinici, terapeuti della coppia e della famiglia, psichiatri e assistenti sociali ha documentato che tra il 59 e il 72 per cento di essi sosteneva di utilizzare preferenzialmente un approccio eclettico (Jensen, Bergin & Greaves, 1990). Da diversi anni, inoltre, c'è una attenzione crescente verso l'integrazione in psicoterapia da parte dei ricercatori e dei clinici (Norcross, 2006; Wolfe, 1995). Da studi recenti è emerso che praticamente tutti i terapeuti di matrice umanistica si percepiscono come praticanti un metodo pluralistico (Schottenbauer, 2005). Per ultimo: solo con un approccio eclettico o integrato si utilizzano tecniche di altri approcci, sce¬gliendo quelle più adatte per aiu¬tare la persona a risolvere i sintomi che lo portano alla terapia e successivamente e/o parallelamente intervenire per ristrutturare la personalità.
Bion era abbastanza eclettico, sia nella vita, sia nella pratica analitica, sia nella sua teoria.
Dall'esperienza come carrista nella prima guerra mondiale, che gli valse una decorazione al merito, alla sua laurea in storia, per passare alla laurea in medicina, alla sua prima analisi con Rickman (col quale tenne la prima fase dell'esperimento di Northfield, sui gruppi, aprendo il campo al secondo esperimento, condotto da Foulkes), attraversando le forche caudine della sua seconda analisi, quella con Melanie Klein (con tutte le diatribe che ne seguirono), ed approdando all'ultimo periodo della sua vita, tra seminari e poesia, nulla di quello che ha fatto o detto Wilfred Bion ha un che di scontato, di dettato dall'alto di un sapere precostituito.
Eppure si fatica a definirlo "eclettico". L'esperimento di Northfield, nella fase condotta da Rickman e Bion, era basato sulla teoria di campo introdotta da Kurt Lewin, uno psicologo della Gestalt. La teoria di campo sarà la base costitutiva dello scritto di Bion "Esperienze nei gruppi". La Società Psicoanalitica Britannica gli chiederà di firmare un documento nel quale l'analista garantiva che non avrebbe più tenuto alcun gruppo. Lui non tenne più alcun gruppo, ma si rifiutò di firmare.
La rivisitazione di alcuni concetti della sua analista, Melanie Klein, sono un palese allargamento di campo rispetto alle concezioni psicoanalitiche classiche: il passaggio dall'idea dell'identificazione proiettiva come materiale da restituire all'analizzando (secondo la teoria kleiniana) ad un approccio più dialogico e comunicativo (cfr. il concetto bioniano di rêverie), sono fratture epistemologiche essenziali per comprendere la profondità del pensiero bioniano.
Il suo continuo interesse rispetto al sapere scientifico ed al suo modo di progredire, spinta che passa per Descartes, Hume, Poincaré, Heisenberg, per citare i primi che mi vengono in mente, dovrebbe mettere in guardia i suoi detrattori che, a volte, per l'oscurità del suo pensiero lo definiscono come un "mistico" (in senso deteriore).
Il concetto bioniano di "mistico" come "genio" va ben al di là di una specie di Buddha caricaturale, affondando le radici in un sapere scientifico, quello sullo psichico, di cui questo analista aveva ben noto l'oggetto. Bontà sua, non si è nemmeno scordato il valore euristico di alcuni momenti del procedere scientifico: dalla capacità negativa all'"atto di fede", per arrivare al concetto di "O", tutto sembra messo lì per ricordare che il progresso è legato al momento della scoperta, in una oscillazione continua tra PS e D.
Scusa lalangue,
sono cose che si trovano anche su WiKipedia. Non volevo criticare o diffamare Bion ma solo dire che non é mai stato un eclettico nel senso proprio del termire.
Certamente era un studioso di ampia cultura ma non un eclettico nella prassi terapeutica: era uno psicoanalista che credeva nella psicoanalisi di gruppo con evidenti riferimenti all'inconscio freudiano.
Bion c'entra poco in questa discussione.
Ciao. Lucio
Ciao Lucio, vorrei chiederti tre cose (mi scuso se sono già state dette ma ora non posso leggere tutto ciò che avete scritto): la prima riguarda il seguente quesito e cioè, se è possibile dare una definizione nell'ambito dell'eclettismo tecnico considerato nei termini dell'accoppiamento prescrittivo in cui maggiormente ti riconosci, del rapporto tra empatia (che è uno dei fattori comuni riconosciuti della psicoterapia - studi iniziali di autori come C. Rogers, Hans Strupp, Jerome Frank ad es. - ed è considerata fondamentale quando vengono utilizzate approcci umanistici esistenziali oltre al fatto di aver permesso ai clinici, di rivolgere l'attenzione più in generale alla qualità dell'interazone terapeutica come primo fattore promotore di un buon andamento ed esito della stessa) ed approcci invece molto direttivi nell'applicazione di tecniche che vengono utilizzati, in modo eclettico, a causa della loro riconosciuta efficacia - sull'efficienza il discorso è più complesso- a breve e medio termine. Tra queste tecniche della terapia cognitiva razionalista, della terapia comportamentale, alcune tecniche paradossali, ecc. Attualmente, viene riconosciuta da alcuni anche la terapia psicodinamica breve focalizzata sul sintomo.
Mi piacerebbe se possibile, conoscere la tua opinione in proposito.
La seconda domanda riguarda il seguente tema: in che modo l'eclettismo tecnico secondo l'accoppiamento prescrittivo si colloca in rapporto all'approccio della psicoterapia Multimodale BASIC ID di Lazarus e le sue diverse prevedibili sequenzialità in base alle necessità ed evoluzione del paziente ed in che modo eventualmente rappresenta una evoluzione di quest'ultimo approccio?
La terza domanda riguarda il ruolo e l'importanza del tailoring in questo ambito di lavoro e di ricerca e del contesto (sia generale dell'individuo che chiede un intervento clinico, sia quello terapeutico )
Quarta domanda: data la necessità di una epistemologia coerente ( aspetto che venne almeno inizialmente criticato e valutato come impossibile o non necessario da Lazarus che di questo approccio eclettico mi sembra possa essere considerato il padre ) relativamente ai diversi modelli da cui le differenti tecniche applicate vengono tratte, se noi ci proponessimo a livello epistemologico, di considerare come oggetto di studio la comunicazione, l'approccio maggiormente privilegiato o/e da privilegiare, sarebbe seccondo te, quello paradigmatico o quello narrativo?
Grazie.
Ciao.
Ciao Gaia,
l'empatia é fondamentale per la scelta della tecnica per qello specifico disturbo in quella specifica persona (almeno per gli esistenzialisti). Pe le tecniche direttive brevi che mirano all'efficienza, credo sia più importante l'individuazione nosografica di Asse I del problema.
Per la seconda domanda ti risponderei che Lazarus é stato il fondatore dell'eclettismo che ora si é evoluto e riconosce l'opportunità di un inquadramento epistemologico delle tecniche in modo che non siano un mosaico scomposto.
La psicoterapia Multimodale BASIC ID di Lazarus, di cui non sono profondo conoscitore non credo badi molto alla ricontestualizzazione delle tecniche (almeno per il secondo tipo).
Comunicativo, nel senso di comunicazione pregmatica (narrativo, anche).
Gaia, non so se ho risposto a tutto, in particolare alla seconda domanda; mi ricordavo bene che i tuoi quesiti erano difficili, bene documentati e frutto di un lungo lavoro.
Eventualmente mi indichi se e dove sono stato poco chiaro.
Ciao e benvenuta.
Lucio
Beh forse l'hai liquidato anche un po' troppo sbrigativamente il povero Bion.
Se si respinge l'idea di vedere Bion come un mistico è però difficile pensare che si possa giungere a dare consistenza ad una realtà psichica dimentica di un impressione sensoriale. Come si crea un campo relazionale tra due soggetti senza una "connessione" sensoriale? Solipsismo o comunione mistica?
E' O.T., lo so, chiedo venia.
Diciamo che l'eclettismo di Bion gli deriva dalle sue radici culturali (è nato in India), dalla sua passione per la storia e la filosofia, dal suo approccio ai gruppi (che poi ha esteso a tutta la sua pratica) che è di forte matrice gestaltista (Kurt Lewin).
Il pensiero di Bion è alla base di alcuni concetti come quello di "sognare l'analisi" (Antonino Ferro) e di "campo bi-personale" (coniugi Baranger), che ricomprendono l'inconscio freudiano, trattandolo tuttavia in un modo completamente diverso. Approfondirò il discorso, magari in un altro thread, anche perché la risposta di RosaDiMaggio mi ha dato le coordinate definitive di questa discussione.
Una "connessione sensoriale" non è necessaria e, anzi, talvolta ostacola l'emergere dello psichico. Il "fatto" che ci siano due (o più) persone in una stanza non deve trarre in inganno: la "bugia" ha bisogno di un pensatore, ma la verità può aleggiare nella stanza in attesa che qualcuno la colga (l'idea di "pensiero senza pensatore"). In questo senso, al modello "archeologico" di freudiana memoria si può affiancare (se non sostituire) un modello euristico, un modo di fare analisi che è simile a quello del fare ricerca: una sonda che allarga il campo che esplora.
Un "fatto", come quello che siano presenti due (o più) persone, può non essere vero, a livello psichico. I "fatti" che sono materiale per l'analisi sono difficili da far emergere e altrettanto difficili da nominare, un po' come l'angoscia: si sa quando è presente, in qualche modo, ma è difficile stabilire di chi sia, che forma o colore abbia, quali attributi presenti. Un fatto psichico appartiene ad un altro campo che non è quello degli eventi fisici, pur facendone parte, per certi versi, a livello fenomenico.
Io questa è una delle obiezioni che non capisco bene, se siamo capaci di estrapolare in maniera astratta uno strumento da una teoria e questo funziona, dovrebbe funzionare indipendentemente dalla spiegazione teorica per cui funziona. Che funziona lo si può osservare, occhio e croce, è il perché funziona che non si può osservare direttamente.Citazione:
Originalmente inviato da Lucio Regazzo
Una persona può usare uno schiaccianoci e la cosa funziona lo stesso anche se questa persona non conosce la teoria delle leve di Archimede. La maggior parte delle volte prima s'è scoperto che qualcosa talvolta funzionava, soprattutto in ambito medico, e solo più tardi s'è arrivati a dare una spiegazione teorica abbastanza plausibile del funzionamento, che ha permesso poi di costruire altri strumenti funzionanti.
Spesso a causa di spiegazioni teoriche scorrette si sono applicate tecniche di cura là dove non si sarebbero dovute applicare. Una cosa è il contesto teorico altra il contesto pratico e osservativo del terapeuta, il contesto teorico rappresenta qualcosa di fittizio che non è detto corrisponda alla realtà (magari corrisponde solo in parte a questa e quando si verificano certe premesse). Poi si potrebbe pensare anche ai contesti teorici direttamente come "pezzi" dello strumento estrapolato, nel caso in cui si abbia bisogno direttamente della teoria per eseguire ragionamenti astratti per arrivare a dare una certa risposta adeguata al paziente.
Secondo me si potrebbero provare a mischiare anche strumenti che certi teorici sostengono debbano funzionare tramite spiegazioni epistemologiche differenti che si escludono a vicenda (che si attivano in certi contesti osservati, come una specie di sottoroutine di un metodo ibrido di metodi derivati) senza avere un'idea precisa dell'epistemologia di fondo che riesca a metterli insieme.
E' vero che potrebbe darsi che non funzionino più mettendoli insieme, ma questo non è necessario, per saperlo bisogna soltanto provare a metterli insieme in pratica e vedere che succede. Se funzionano ancora entrambi e magari pure meglio, là dove chi sosteneva una delle due teorie avrebbe dovuto arrivare a dire che uno dei due non avrebbe dovuto funzionare più "decontestualizzandolo teoricamente", vuol dire che nessuna delle teorie a monte che ne spiegavano il funzionamento erano poi tanto corrette, ma anche che entrambi non avevano tanto torto a sostenere che funzionassero abbastanza.
Certi effetti in contesti di incertezza rispetto alla correttezza teorica, li si può conoscere soltanto provando.
Io penso che l'eclettismo sia utilissimo, però bisogna condividere l'idea che la cosa più importante e fondamentale è capire in quali casi certi strumenti medici funzionano e lasciare come sotto-obiettivo secondario capire il perché funzionano: può darsi che il perché funziona qualcosa in certi casi sia complicatissimo da elaborare.
L'atteggiamento di fondo, ad esempio di uno psicoanalista, spesso è volto ad una conoscenza coerente, strutturale e unitaria della mente e non all'utilità. Utilità per me comunque non significa scollarsi dalla realtà, significa non comprendere tutto (della mente, il cervello, il metrabolismo o di altro) ma avere comunque a disposizione una serie di strumenti funzionanti per vivere e campare bene secondo le proprie inclinazioni.
Spesso si sostiene che si possiedono teorie che inglobano praticamente tutto, ma poi nessuno ha in mano molti strumenti funzionanti che facciano quel che ci aspettiamo.
Saluti
Mi risulta molto difficile pensare che la verità che aleggia cui fai riferimento possa essere recepita dallo psichico senza un'apertura "fisica", che la coerenza dell'organizzazione psichica possa essere turbata e riorganizzata senza passare da un recettore sensoriale.
Non so, mi ritiro a pensare :-D
Certo, ma lo vedi uno psicoanalista ortodosso, con una teoria che si fonda sul concetto d'inconscio, utilizzare la Desensibilizzazione di Wolpe che si rivolge al sintomo come appare e non alla struttura della personalità (nello specifico, all'inconscio)? Dovrebbe avere una grande apertura mentale e una cultura profonda
Ciao. Lucio
Secondo me Benedetta voleva dire solo che le persone dovranno pur essere in contatto tamite un qualche canale comunicativo che alla fine arriva ai loro sensi affinché uno dei due possa influenzare la mente dell'altro e viceversa.
Alla fine pure in parapsicologia si presuppone che una persona possa mettersi in contatto con la mente di un'altra persona senza usare i sensi usuali, ma comunque in questi casi si postula l'esistenza di altri canali di influenza e comunicazione sensoriali che dovranno pur funzionare in qualche modo, la telepatia, la telecinesi e così via.
I soggetti insomma alla fine come comunicano (anche in modo inconsapevole) se si afferma che le connessioni sensoriali non sono necessarie per influenzarsi ed anzi ostacolano questo processo? :mumble:
E' meglio allora che ognuno se ne stia a casa sua (che psicoterapeuta e paziente non si conoscano proprio), così di sicuro è più probabile che non si attivino canali di comunicazione sensoriale che ostacolano l'emergere dello psichico.
Poi bisogna intendersi anche sul senso da dare a termini come "pensiero". Se con pensiero si intende riferirsi ad espressioni e formulazioni linguistiche di un certo linguaggio, il cui senso è ben definito, ovviamente ne possono esistere infinite di espressioni vere, insomma ne possiamo costruire potenzialmente infinite di espressioni descrittive (ad esempio "io ora ho 1.000.000 di capelli in testa"... Credo sia falsa :D) e perciò sembra abbastanza plausibile che non stiano nella mente di qualcuno tutte le verità (i pensieri veri) formulabili con un certo linguaggio.
Potenzialmente ed in astratto possiamo dire che esistono già tutte, ma non è detto che stavano da qualche parte al livello mentale prima che qualcuno le formulasse, ne afferrasse in buona misura il senso e arrivasse a sapere con buone probabilità e grazie ad una serie di prove convincenti e plausubili che sono vere.
Bisognerebbe chiarire che significa dire che una verità aleggia in un gruppo, cosa si intende? Possiamo dire allora che in generale tutte le verità aleggiano nel gruppo di tutti gli esseri umani esistenti e si devono solo andare a prendere e prelevare da questa specie di serbatoio mentale comune che già sa cosa è vero e cosa è falso?
Conoscere la verità di un'asserzione, giustificarla e così via è un processo molto complicato, chiamando "pensieri" le asserzioni vere che via via arriviamo a conoscere (dato che non conosciamo tutte le verità) può spingere qualcuno a postulare l'esistenza di un'entità mentale che dovrebbe contenere un linguaggio astratto con tutte queste connessioni che non sta da nessuna parte.
Mi sta pure bene dire che esistono pensieri senza pensatori nel senso che a certe asserzioni vere nessuno si interessa, però poi che si affermi che un pensiero aleggia in un gruppo come se questo gruppo possedesse una specie di mente che lo contiene questo pensiero e sa già che è vero, non so bene che significhi. Alla fine in questo caso non si afferma che il pensiero non ha pensatore ce l'ha, ma non è nessuno dei partecipanti ad un gruppo, è direttamente il loro insieme gruppale che pensa a questa cosa.
Saluti
Effettivamente come cosa da mettere in pratica risulterebbe complicata, su questo sono d'accordo. Sarebbe un po' come cercare di formare un pittore che padroneggia molte tecniche differenti (piuttosto bene) estratte dai diversi movimenti ideologici (surrealismo, impressionismo, espressionismo, ecc. ecc.).
Ci sono dei limiti insomma anche legati al fatto che un singolo terapeuta non può conoscere molte cose diverse (non certo per colpa sua, ci si specializza), si potrebbe però migliorare 'sta situazione usando delle equipe di persone che provengono da formazioni diverse e cercano di decidere insieme le strategie terapeutiche adattandole al contesto, alle richieste e alle esperienze portate in seduta dal paziente di volta in volta, così si potrebbero provare a formare degli ibridi al livello sperimentale e vedere se funzionano meglio o peggio. Io comunque ho l'impressione, da paziente, che praticamente già le usano altre tecniche gli psicoterapeuti di questa o quella formazione anche se poi dicono che non è così per mantenersi coerenti alla loro scuola.
Comunque sono consapevole che al livello di costi un intervento del genere salirebbe alle stelle, perciò va be' è un'idea un po' campata in aria :asd:.
Non dire che sei "paziente" sennò ci oscurano la discussione.
Già. Però, se l'eclettismo è utilizzato per andare incontro alle varie tipologie di pazienti, Bion ha provato a dare un altro tipo di risposta, rimanendo in ambito psicoanalitico ed espandendo la psicoanalisi per entrare in contatto con ogni (singolo) paziente.
La contaminazione e la vastità di interessi, oltre che un'ottima formazione e una intensa esperienza di vita, hanno fatto il resto.
interessante conversazione. vi pongo una domanda, uno nasce come sistemico relazionale, ad un certo punto si è reso conto che l'approccio puro, insegnatogli a scuola, non risolveva particolari problemi, ha sentito l'esigenza di allargare a tecniche più specifice (comportamentali) ed hoa ottenuto maggiori risultati. Poi è successo che anche queste risultavano inadeguate non solo per certi sintomi ma per certe categorie di persone, allora ha approfondito quelle strategiche e, rendendosi conto che alcuni pazienti le ritenevano inconcepibili, l'allargamento alla tecnica psicodinamica interpersonale lo ha aiutato.
come dovrà considerarsi questo terapeuta? eclettico? come si considera l'applicazione della tecnica diversa (pur con sottostanti teorie differenti) in base al problema, alla persona, alla patologia?
per me è cosa correta e auspicabile
Mi sembra una cosa schizofrenica. Gli interventi tecnici descritti hanno fondamenti epistemologici e visioni dell'essere umano in profondo contrasto tra di esse che per agirle occorrerebbe splittarsi dalle proprie convinzioni.
Mi perplime 'sta cosa.