Originalmente inviato da
willy61
Benché sia assai pessimista circa la possibilità di farti comprendere un punto di vista molto, ma molto distante dal tuo, provo a risponderti.
Con una premessa: non me ne frega un accidente né di convincere, né di convertire. Mi piacerebbe, semplicemente e prosaicamente, che tu provassi ad assumere un punto di vista diverso da quello che adotti comunemente. Così, per provare a vedere cosa cambia. Poi scegli se mantenere il "vecchio" o adottare quello "nuovo".
Sapendo che una tale operazione non è banale, e non è indolore.
Ora, metti sempre molte, molte cose assieme, come se fossero equiparabili (il che, per me, non è). Quindi discuterò le tue affermazioni una ad una, prima, e complessivamente, poi.
Questa è esattamente la proposta della psicoanalisi. Assodato che la coscienza non basta a rendere conto delle proprie azioni, la proposta è di iniiziare un viaggio di scoperta di cosa ci determina. Sai, non è banale. Normalmente si considera la psicoanalisi come una forma di psicoterapia, e la si valuta sulla base degli esiti. Il problema è che la psicoanalisi non è semplicemente una delle tante psicoterapie, né si propone come tale. Di fatto (e teoricamente) si propone come una delle forme di conoscenza possibili. Con regole e metodi del tutti suoi, che non appartengono a nessun'altra corrente di pensiero (o pratica).
Quindi, si è tenuti a rispondere di sé, semplicemente perché ogni cosa che pensiamo, sogniamo,, diciamo o facciamo, siamo noi a pensarla, sognarla, dirla o farla. Se io sogno di uccidere qualcuno, a quella parte di me stesso che considera l'omicidio come sbagliato ho da rispondere qualcosa. Se dentro di me scopro la presenza di un istinto omicida, o di un sentimento d'amore, a una parte di me devo pur rispondere.
Nel senso che ho esplicitato prima. Il che implica la disponibilità a mettere in discussione tutto di sé, a non considerare solo le risposte scontate, quelle che ci vengono in mente al momento, o quelle che servono a giustificare noi stessi.
E' una cosa che, in quel che scrivi, non vedo. Tu non scrivi semplicemente come una persona convinta di quel che dice. Scrivi come una persona che non vede (letteralmente) altre possibilità oltre a quelle che dice. Ma io ti invito a pensare se le possibilità che non vedi davvero non esistano, oppure hai in qualche modo deciso di impedirti di pensarle?
E questa è un'incomprensione assai seria del tema, a mio parere.
Ho mai parlato di "cause storiche"? Sinceramente, se c'è una cosa che, dal punto di vista psicoanalitico, non presenta alcun interesse, è proprio la successione storica di una serie di avvenimenti... Quel che viene indagato, e ricercato, è il significato emotivo del ricordo di alcuni avvenimenti.
Una volta che hai stabilito che a tre anni ti sei scottato la lingua col latte caldo, che cosa ne puoi ricavare? Ma se associato a quel ricordo (che è già di suo altamente improbabile) vi è anche la convinzione affettiva che la balia volesse ucciderti, capisci che le cose cambiano un pochino?
Quindi, metti da parte la storia, metti da parte le successioni cronologiche, i diari, le ricostruzioni cognitive. E lascia che ad interrogarti siano le connotazioni affettive, i sentimenti e le sensazioni. Ad uno psicoanalista non importa un accidente ricostruire una qualche verità storica...
Ognuno si prende la propria responsabilità. Se tutti e tre stanno nella catena causale, e tutti e tre hanno contribuito all'evento, tutti e tre hanno da rispondere. E, di solito, accade proprio così. Magari la moglie sviluppa una depressione, come conseguenza di un senso di colpa, che costringe il marito a interrompere l'attività di capitano per curare la compagna. E, magari, il timoniere decide di frequentare un'associazione di volontariato per mettere alcune sue competenze a disposizione di altre persone colpite da incidenti di vario tipo...
E, in ogni caso, la proposta psicoanalitica è questa: quel che avete fatto, per quali motivi l'avete fatto? Oltre ai motivi che conoscete, o che vi vengono in mente, è possibile che ce ne siano altri dei quali non siete avvertiti, che non sono coscienti e che, magari, sono quelli che hanno favorito, o determinato, la successione di alcune delle vostre azioni e decisioni?
Questo si fa a livello legale o sociale. A livello clinico si fanno cose molto diverse. Se non riesci a comprendere che c'è una differenza tra la clinica e la società o la giurisprudenza, non so che farci...
E dagli... Sei una zucca dura, ma dura davvero... Io insisto a parlare di molteplicità, di non linearità, e tu insisti a voler ricondurre ogni avvenimento ad una causa unica. Ma quando mai? Ma nessun terapeuta tenterà mai una simile operazione. E' semplicemente idiota. Ci sono solo molte cause, ognuna delle quali contribuisce al risultato finale. Punto. Non esiste "LA" causa "DETERMINANTE".