...è acquisire la consapevolezza delle proprie inquietudini , le sue origini e i suoi significati?
se è così, è da considerarsi risultato sufficiente ?
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...è acquisire la consapevolezza delle proprie inquietudini , le sue origini e i suoi significati?
se è così, è da considerarsi risultato sufficiente ?
Il fine ultimo della psicoterapia, a mio parere, non è la presa di coscienza, ma il cambiamento. Un cambiamento migliorativo della qualità della vita, che comprende ma non si esaurisce nell'assenza sintomatica.
La presa di coscienza è solo una via che può imboccare la psicoterapia, e nemmeno la principale...
Santiago
Il fine ultimo della terapia è risolvere quello che si è concordato con il paziente nel momento dell' accettazione.
Rubens
certo, Rubens.
mi accorgo di essermi espressa male...
intendevo chiedere se secondo voi , per risolvere "quello che si è concordato con il paziente nel momento dell' accettazione" , il passo appena antecedente sia proprio quella consapevolezza di cui parlavo.
ecco, il fatto è che mi riesce difficile immaginare cos'altro (mi) possa servire per risolvere le (mie) inquietudini pur sapendo bene i suoi significati!
Non credo esista un passo antecedente all' accettazione.
In base all' epistemologia di riferimento del terapeuta si concorda, si accetta o meno il caso, proponendo sempre un persorso.
Non è questione di risolvere il sintomo o portare a consapevolezza il cliente, come qualcuno intende affermare.
Il primo passo è ascoltare e capire se possediamo strumenti per poter prendere in carico quel problema.
Che si aumenti la consapevoleza o si risolva un sintomo è sempre la derivazione di un rapporto tra le mie conoscenze e le richieste del cliente.
Voglio ricordare che sarebbe un errore eleggere la propria epistemologia come panacea per tutti i mali. E' più corretto e professionale considerare che ogni problema ha il suo trattamento.
Questa consapevolezza dovrebbe rendermi tranquillo sia nell' accettare che nel rifiutare un caso.
A volte l'intervento sul sintomo può considersi cambiamento, altre volte il cambiamento richiesto può essere più radicale.
ciao
Rubens:)
Rileggendo la tua domanda ho l' impressione di non aver sentito ciò che volevi comunicare.
Se vuoi provare ad esprimerti diversamente per farmi capire sono qui.
Rubens:)
Ho fatto una domanda del genere a una psicoanalista che mi rispose distinguendo.Le psicoterapie si possono dividere in due grandi categorie esenziali:
-quelle cognitivo-comportamentali:mirano soprattutto alla scomparsa sintomatica(superare,per es., una certa paura)
-quelle ad orientamento analitico:mirano ad una ristrutturazione più globale della personalità,che comprende in sè la scomparsa dei sintomi.Ciò al fine di mettere la persona in grado di esprimere al meglio il proprio Sè,ovvero le potenzialità e le capacità che la nevrosi aveva distorto o soffocato.
Penso che la trasformazione sia il fine della psicoterapia.E' una trasformazione del mondo interno del pz e, conseguentemente del suo mondo esterno, che va oltre la conoscenza delle cause delle proprie inquietudini e importa una modificazione del proprio modo di sentire.Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto.
ciao
giusto Ellea
giusto!
Come fine mi sembra azzeccato!Non sono ,invece,d'accordo sull'idea che questo fine sia raggiungibile con una terapia analitica e non con una cognitiva;questa è un'idea che hanno spesso gli psicoanalisti,ma non è vera:sbonk: ... forse la differenza sta soprattutto in cosa ritengono essere la personalità psicoanalisti e cognitivistiCitazione:
Originariamente postato da ellea
Ho fatto una domanda del genere a una psicoanalista che mi rispose distinguendo.Le psicoterapie si possono dividere in due grandi categorie esenziali:
-quelle cognitivo-comportamentali:mirano soprattutto alla scomparsa sintomatica(superare,per es., una certa paura)
-quelle ad orientamento analitico:mirano ad una ristrutturazione più globale della personalità,che comprende in sè la scomparsa dei sintomi.Ciò al fine di mettere la persona in grado di esprimere al meglio il proprio Sè,ovvero le potenzialità e le capacità che la nevrosi aveva distorto o soffocato.
Penso che la trasformazione sia il fine della psicoterapia.E' una trasformazione del mondo interno del pz e, conseguentemente del suo mondo esterno, che va oltre la conoscenza delle cause delle proprie inquietudini e importa una modificazione del proprio modo di sentire.Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto.
ciao
Citazione:
Originariamente postato da ellea
Ho fatto una domanda del genere a una psicoanalista che mi rispose distinguendo.Le psicoterapie si possono dividere in due grandi categorie esenziali:
-quelle cognitivo-comportamentali:mirano soprattutto alla scomparsa sintomatica(superare,per es., una certa paura)
-quelle ad orientamento analitico:mirano ad una ristrutturazione più globale della personalità,che comprende in sè la scomparsa dei sintomi.Ciò al fine di mettere la persona in grado di esprimere al meglio il proprio Sè,ovvero le potenzialità e le capacità che la nevrosi aveva distorto o soffocato.
Penso che la trasformazione sia il fine della psicoterapia.E' una trasformazione del mondo interno del pz e, conseguentemente del suo mondo esterno, che va oltre la conoscenza delle cause delle proprie inquietudini e importa una modificazione del proprio modo di sentire.Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto.
ciao
"Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto."
A me invece questo fine ultimo non piace per niente.
Questa terapia assomiglia più ad un 'lavaggio del cervello' piuttosto che a qualcosa di più costruttivo...
All' interno di percorsi di psicoterapia è implicito un cambiamento...
questo dovrebbe essere teso ad armonizzare la persona...ad integrare diverse istanze di personalità...a creare sintonia.
Lungi dall' intendere un cambiamento nell' accezione di rivoluzione e assunzione di un punto di vista diverso su tutto!...mamma mia!...
Ho inteso l' idea dello 'psicoanalista' anche se è un pò scarna...le terapie che agiscono sul sintomo non sono solo c. comportamentali. Lo stesso si può affermare per le t. che agiscono nel 'profondo'.
Poi esistono diversi 'grigi', forme terapeutiche difficilmente collocabili nei 2 filoni citati.
Cmque fondamentalmente credo sia un errore porsi nell' ottica di fine ultimo della terapia. Stabilire un fine già significa usare un preconcetto nella visione del problema del paziente.
Il fine ultimo della terapia è non anteporre un fine ultimo.
Rubens
Ciao a tutti!
Condivido assolutamente ciò che ha scritto RUBENS sia sui diversi tipi di psicoterapia (io sono iscritta ad una spec. c.comportamentale e non penso che il fulcro sia "solo" eliminare il sintomo e proporre soluzioi pronto-uso: la cosa è impensabile per me che amo parlare di gestione e non di risoluzione della situazione problematica del paziente-cliente) sia sul fine ultimo dell'intervento psicoterapico...
Il fine ultimo della terapia è, secondo me, offrire al paziente gli strumenti adatti alle sue specifiche esigenze, supportarlo con empatia nel momento in cui glieli mostriamo
e spronarlo ad usarli in modo autonomo tutte le volte che ne sentirà il bisogno..il fine ultimo è perciò favorire l'autonomia dell'altro attraverso la gestione personale del sintomo!
ps: il termine "cliente" è utilizzato all'interno dell'orientamento c.comportamentale!
ciao ragazzi
Uddio,un lavaggio del cervello?
Non credo.Cerco di spiegare meglio cosa intendevo per cambiamento e per cambiamento del proprio punto di vista su se stessi e sul resto, anche se dirò cose note .
Io penso che si possa parlare di trasformazione del proprio mondo interno quando, per esempio, una persona depressa e con scarsa autostima che magari vive con un tono dimesso e rinunciatario la propria vita, riesce a comprendere le ragioni di quel sentire e, successivamente, a vedere in se stesso anche altro che quel velo nascondeva e conseguentemente a tirare fuori anche quell"altro",integrandolo, e prendere a vivere una vita più adatta alle proprie esigenze.E' un cambiamento del proprio modo di vedersi.
Se poi pensiamo al meccanismo della proiezione: superare la fase in cui si sposta al di fuori,sugli altri o sulle circostanze,ciò che è all'interno è anch'essa un ribaltamento del punto di vista: a ogni ritiro di proiezione io posso capire qualcosa in più su me stesso e vedere in modo diverso l'altro.E' come se sgomberassi il campo.di roba che offusca la vista di me e dell'altro.
Esempio: spesso a scuola le insegnanti si mettono le mani nei capelli per qualche loro alunno.C'è qualche bambino che loro reputano difficile, problematico ecc. Certo nei bimbi spesso non fila tutto liscio. Però. C'è un però.Può capitare che due insegnanti vedano in modo diverso quello stesso alunno: e allora entra in gioco le proiezione: l'insegnante che ha le mani nei capelli cosa ha visto nell'alunno per lui problematico, difficile, che l'altra vede in modo diverso,magari esprimendosi in modo meno catastrofico? Non è da escludere che abbia visto parti su non riconosciute spostate sul bimbo.E se quell'insegnante si interroga sulle ragioni del suo disagio, forse troverà non solo motivi che rigurdano in effetti il suo alunno, ma anche cose sue che prima non aveva riconosciuto e con le quali non intrattiene un ottimo rapporto.Una volta fatto questo ritiro della proiezione, riuscirà a vivere più serenamente per prima cosa la sua "zona d'ombra" e poi la relazione con l'alunno.A ogni ritiro di proiezione l'altro emerge in modo diverso perchè non è offuscato da lenti che distorcevano.
Più in generale credo che la psicoterpia comporti un "ribaltamento del punto di vista" se si considera, per esempio, che facilita la comprensione di parametri di giudizio convenzionali che si usano per incasellare il mondo e che non sempre coincidono con quelli personali. Autorizzare un proprio modo di sentire , riconoscergli una legittimità che prima non gli riconoscevamo perchè soffocato dal senso di colpa per non omologarsi a quel sentire comune, anche questo è un ribaltamento, e non vedo del tutto negativo se restituisce alla persona una parte di sè che aveva imbavagliato.
Penso che chi va in terapia senta l'esigenza di cambiare, è motivato a farlo, desidera stare meglio.
Evidente, inoltre, che quel cambiamento è il paziente che lo fa!Il lavoro terapeutico è un'interazione, credo, in cui il paziente ha una parte attiva nello sciogliere i suoi nodi e liberare ciò che è già dentro di sè e finorea non è venuto bene fuori.Non è il terapeuta a riversare contenuti altri o a scegliere al posto del paziente.
Certamente no, ci mancherebbe.
Quanto alla scarna distinzione della psicoanalista, non a caso era precisato che la distinzione era essenziale, ridotta all'osso, semplificata...
Credo ,infine,che comunque stabilire un fine, un obiettivo,in modo non rigido ovviamente, possa essere funzionale: io vado in terapia per risolvere un'empasse, mettiamo, per esempio lo stallo esistenziale che deriva dalla depressione: quello è l'obiettivo e ci si aspetta di averlo conseguito,in qualche modo, alla fine del percorso.
Penso sia abbastanza chiara la tua idea.
Riprendendo l' esempio della maestra.
Il meccanismo di difesa di proiezione non è dipersè positivo ne negativo.
(prova a chiederlo allo psicoanalista).
Tutti, in un modo o in un altro proiettiamo. (iniziamo a farlo da molto piccoli, si definisce infatti meccanismo arcaico).
Potrebbe essere eventualmente 'patologico' chi non proietta o chi lo elegge come meccanismo di difesa esclusivo (psicosi).
Il punto credo sia come la proiezione si inserisce all' interno degli altri meccanismi di difesa. Per questo credo sia più corretto parlare di sintonia e di soluzione all' interno delle diverse istanze di personalità.
Rubens
in terapia c'è sempre un obiettivo da raggiungere, motivo per cui si intraprende il percorso.
sono pienamente d'accordo.Citazione:
Il fine ultimo della terapia è, secondo me, offrire al paziente gli strumenti adatti alle sue specifiche esigenze, supportarlo con empatia nel momento in cui glieli mostriamo
e spero sia fattibile specie in quei casi in cui bisogna "ridefinire" la sfera della propria emotività.
....Ribaltamento del proprio punto di vista, trasformazione, ridefinizione, sintonia tra le varie istanze della personalità.... tutti concetti molto validi che convogliano forse in un unico fine:promuovere il benessere del paziente!
Il discorso di Ellea è molto chiaro e condivisibile soprattutto da chi possiede la medesima chiave di lettura...io purtroppo ho una formazione molto diversa, il che mi porta a vedere le cose e i problemi attraverso altre lenti! ( questa consapevolezza comunque non mi impedisce di avere massimo rispetto per i meccanismi di proiezione e interpretazioni di tipo psicoanalitico)
Il fine ultimo della terapia (e del terapeuta!!!) sarebbe anche e soprattutto stabilire in modo "lucido" se l'orientamento del trattamento che proponiamo e applichiamo sia realmente idoneo al caso (ex. trattare l'enuresi infantile non fisiologica con trattamento a orientamento psicoanalitico quando la letteratura incoraggia e sostiene trattamenti di tipo comportamentale)!
Nella mia breve esperienza ho visto purtroppo parecchio "accanimento terapeutico" e caparbietà da parte dello psyco di turno, quando sarebbe bastato orientare la "bussola" verso altri "interni paesi stranieri"!
La puntualizzazione di Marzia mi sembra più che opportuna: la mia è una delle possibili chiavi di lettura, tra l'altro neppure "posseduta" in modo solido perchè sono ancora al 2° anno di psico.E condivido pure il discorso sulla necessità di valutare se l'orientamento è quello adatto o se occorrono "aggiustamenti" di tiro o altre rotte da perseguire anche se questa mi pare piuttosto una valutazione da fare all'inizio o in corso d'opera, più che essere una finalità della psicoterapia.Citazione:
Originariamente postato da marzia78
....Ribaltamento del proprio punto di vista, trasformazione, ridefinizione, sintonia tra le varie istanze della personalità.... tutti concetti molto validi che convogliano forse in un unico fine:promuovere il benessere del paziente!
Il discorso di Ellea è molto chiaro e condivisibile soprattutto da chi possiede la medesima chiave di lettura...io purtroppo ho una formazione molto diversa, il che mi porta a vedere le cose e i problemi attraverso altre lenti! ( questa consapevolezza comunque non mi impedisce di avere massimo rispetto per i meccanismi di proiezione e interpretazioni di tipo psicoanalitico)
Il fine ultimo della terapia (e del terapeuta!!!) sarebbe anche e soprattutto stabilire in modo "lucido" se l'orientamento del trattamento che proponiamo e applichiamo sia realmente idoneo al caso (ex. trattare l'enuresi infantile non fisiologica con trattamento a orientamento psicoanalitico quando la letteratura incoraggia e sostiene trattamenti di tipo comportamentale)!
Nella mia breve esperienza ho visto purtroppo parecchio "accanimento terapeutico" e caparbietà da parte dello psyco di turno, quando sarebbe bastato orientare la "bussola" verso altri "interni paesi stranieri"!
ciao:)
Hai perfettamente ragione, grazie per avermelo fatto notare, sarà stato un "lapsus"?!
In effetti volevo dire come "ultima" cosa, che la mission di un terapeuta, agli ALBORI del rapporto col paziente, sia stabilire se il trattamento che propone è idoneo al caso...
ps:
per essere al secondo anno di psicologia mi sembri comunque già molto in gamba!
ciao.Citazione:
Originariamente postato da marzia78
....Ribaltamento del proprio punto di vista, trasformazione, ridefinizione, sintonia tra le varie istanze della personalità.... tutti concetti molto validi che convogliano forse in un unico fine:promuovere il benessere del paziente!
Il discorso di Ellea è molto chiaro e condivisibile soprattutto da chi possiede la medesima chiave di lettura...io purtroppo ho una formazione molto diversa, il che mi porta a vedere le cose e i problemi attraverso altre lenti! ( questa consapevolezza comunque non mi impedisce di avere massimo rispetto per i meccanismi di proiezione e interpretazioni di tipo psicoanalitico)
Il fine ultimo della terapia (e del terapeuta!!!) sarebbe anche e soprattutto stabilire in modo "lucido" se l'orientamento del trattamento che proponiamo e applichiamo sia realmente idoneo al caso (ex. trattare l'enuresi infantile non fisiologica con trattamento a orientamento psicoanalitico quando la letteratura incoraggia e sostiene trattamenti di tipo comportamentale)!
Nella mia breve esperienza ho visto purtroppo parecchio "accanimento terapeutico" e caparbietà da parte dello psyco di turno, quando sarebbe bastato orientare la "bussola" verso altri "interni paesi stranieri"!
Condivido quest' idea.
Un terapeuta dovrebbe porsi anche in un' ottica di umiltà. Consapevolezza che la propria epistemologia ha dei limiti, tra l' altro intrinsechi ad ogni orientamento.
Rifiutare o inviare a professionisti differenti un caso per il quale non si possiedono strumenti.
Il fine ultimo rimane fornire 'strumenti' validi per poter arrivare al' obbiettivo definito nell' Accettazione.
Un requisito che ritengo essenziale è non anteporre un fine ultimo al paziente mediato dalla nostra epistemologia di riferimento.
In questo senso, il fine ultimo non lo pone il terapeuta ma il paziente.
Il terapeuta ascolta il paziente cercando di interpretare empaticamente la richiesta.
Aldilà dei limiti imposti degli spazi psico-fisici, verso un' acquisizione della prospettiva del paziente.
Qualcosa di profondamente differente rispetto la professione del medico dove si effettua una diagnosi e si prescrive una terapia.
LA DIAGNOSI NON ASSUME SIGNIFICATO. Non c'è diagnosi, c'è la comprensione empatica del disturbo di Mario Rossi, che sarà sicuramente differente dal disturbo di Andrea Bianchi, anche se entrambi hanno ad esempio un disturbo d' ansia generalizzato.
Rubens
Ciao, anche io condivido le tue idee, soprattutto
quando dici che il fine ultimo della terapia è delimitato dal paziente, dai suoi personali e specifici bisogni.
Non è un caso che sia il paziente, più spesso di quanto si pensi, a sentirsi "guarito" grazie al trattamento e dunque decida di interromperlo in modo del tutto autonomo...
mar
C'è una metafora molto semplice ma efficace che descrive il cambiamento prodotto dal processo psicoterapeutico. Il paziente prima di intraprendere la terapia è come un ciclista costretto a pedalare con una pesante scimmia aggrappata attorno al suo collo; il ciclista continua a pedalare ma il peso dell'animale rende assai gravoso il suo compito.
La psicoterapia non elimina la "scimmia" dalla vita del ciclista, ma gli permette di sganciarla dal proprio collo, facendola pedalare al suo fianco, su un'altra bicicletta..
In poche parole il cambiamento dovuto alla terapia non comporta una eliminazione di problemi, ma fornisce al paziente gli strumenti per gestire le situazioni difficili senza esserne schiacciato.
Spesso si intraprende una psicoterapia a causa di uno specifico disagio e si lavora sulla domanda del paziente, ma di fatto una volta terminato il percorso dovrebbe verificarsi nel paziente un cambiamento generale di prospettiva da cui origina un modo nuovo di considerare e gestire le proprie difficoltà, a prescindere dalla loro natura.
Concordo con qualcuno (non ricordo chi scusate!) che ha detto che la psicoterapia cognitiva non si riduce al tentare di avere la scomparsa del sintomo.
Se così fosse potrei evitare di studiare 4 anni.
Quindi gli psicoanalisti farebbero bene a non denigrare ciò che non conoscono e a non ridurre l'ignoto in due sterili paroline che storpiano completamente il senso di realtà.
detto questo, il fine ultimo della psicoterapia, a prescindere da essere concordato col paziente attraverso il contratto terapeutico, è definito in base a ciò che tu credi essere l'origine del suo malessere... o meglio, ciò su cui tu credi si debba agire per produrre una modificazione fino a soddisfare il contratto terapeutico fatto.
Un esempio: la psicoterapia cognitiva pensa che (spero di spiegarmi bene) il problema di fondo derivi da un'insieme di avvenimenti che determinano chi sei e le idee irrazionali che sei venuto a trovarti ad avere e queste idee ti creano emozioni esasperate che producono malessere e rinforzano le idee irrazionali, provocando un crollo a catena.
Se devo agire su un paziente, ciò che faccio è agire sia a livello delle sue idee irrazionali, cercando di individuarle e ristrutturarle cognitivamente (detta così sembra facile, ma non ci si mette due minuti!) e agire a livello delle sue emozioni.
L'obiettivo da raggiungere è di tipo emotivo, cioè riguarda la modificazione di un'emozione, al fine di farla divenire un’emozione positiva o, se resta comunque negativa, deve divenire almeno meno grave e più tollerabile (es. da disperazione a tristezza).
L'assunto su cui si basa (da ciò che ho capito :P) è che in ogni disturbo psicologico le emozioni sono sempre esasperate (es depressione - tristezza; ansia - paura)... se si riesce a "far rientrare" le emozioni in una sorta di normalità, ridimensionandole, si riesce ad agire di riflesso meglio, anche sulle idee irrazionali del paziente :)
Mamma mia... spero di essermi spiegata.... chiedo venia comunque perchè ho iniziato la scuola di specializzazione da gennaio e questo è quello che, bene o male, ho capito e mi è stato detto, fin'ora :)
A presto
fay
E' vero Mar!.Citazione:
Originariamente postato da marzia78
Non è un caso che sia il paziente, più spesso di quanto si pensi, a sentirsi "guarito" grazie al trattamento e dunque decida di interromperlo in modo del tutto autonomo...
mar
Quando un trattamento volge al termine si sente nell' aria.
E' un sensazione che si rende evidente. Quando il tempo della fine della terapia inizia ad apparire,lo psicologo ed il paziente assistono allo spettacolo.
Comunque, quei pazienti che vedendo risultati abbandonano la terapia senza consultarmi li considero degli Abbandoni.
'La fine è importante in tutte le cose' Hagakure
Rubens
Infatti Rubens, sulle conseguenze che comportano prematuri abbandoni potremmo scriverci papiri immensi...purtroppo il rischio di drop-out è sempre in agguato se non si riesce a creare la tanto agognata "alleanza terapeutica" (credo che questo sia uno tra i pochi concetti su cui convergono tutte le psicoterapie)... Comunque ci sono degli abbandoni, parlo per modestissima esperienza personale, che non rappresentano una sconfitta del processo terapeutico ma piuttosto un'importante fase di crescita ed espansione del paziente che non sempre lo stesso riesce a comunicare. Spesso gli eventi quotidiani possono far saltare più di un appuntamento col terapeuta, in altri casi è difficile invece riprendere le fila del rapporto a seguito di importanti cambiamenti lavorativi e/o stravolgimenti esistenziali..E pian piano, quel legame a cui ci si attaccava come "sanguisughe"( per capire, per guarire, per star comunque meglio con se stessi e con gli altri) viene meno...si spezza apparentemente quel senso di continuità!Tuttavia lo psicoterapeuta non percepisce l'assenza come fallimento... sente che è ormai stato perfettamente introiettato e metabolizzato dal paziente, alla stregua di tutte le figure significative da cui, crescendo, ci rendiamo autonomi e indipendenti!E' ovvio che io mi riferisca a rapporti terapeutici che hanno dato buoni frutti, percorsi che stanno volgendo al termine e che lo stesso terapeuta considera "successi" per il paziente e per se stesso, non a relazioni teraputiche appena nascenti o che si trovano all'acme o a un punto nodale!
E', secondo me, un pò ciò che prova un genitore, quando, senza proferire parola, vede un figlio che comincia (o ricomincia) a camminare con le sue gambe e sparisce dalla sua vista, a volte per sempre..se si è fatto un buon lavoro, entrambi sanno di poter contare sull'altro ovunque andranno..
Ps
per finire...e poi stoppo il mio logorroico intervento... anche io come swwwetfay, concordo con chi diceva qualcosa di più verosimile sull'orientamento cognitivo-comportamentale (rubens mi sa che eri sempre tu?!) e soprattutto con lei, visto che, anche se le scuole son diverse, anche io sono al primo anno di una scuola cognitivo-comportamentale...
Vi saluto tutti, mar
"Concordo con qualcuno (non ricordo chi scusate!) che ha detto che la psicoterapia cognitiva non si riduce al tentare di avere la scomparsa del sintomo.
Se così fosse potrei evitare di studiare 4 anni.
Quindi gli psicoanalisti farebbero bene a non denigrare ciò che non conoscono e a non ridurre l'ignoto in due sterili paroline che storpiano completamente il senso di realtà."
Hai ragione, cara, hai perfettamente ragione! Ma cosa intendi per "scomparsa del sintomo"?
"L'assunto su cui si basa (da ciò che ho capito ) è che in ogni disturbo psicologico le emozioni sono sempre esasperate (es depressione - tristezza; ansia - paura)... se si riesce a "far rientrare" le emozioni in una sorta di normalità, ridimensionandole, si riesce ad agire di riflesso meglio, anche sulle idee irrazionali del paziente".
Così però parli come quegli analisti che del turpiloquio hanno fatto ragion d'esistere......depressione, ansia, paura, tristezza NON sono emozioni esasperate, e visto che qui si parla con facilità di sintomatologia, che ne dite di sviscerare l'argomento? D'altronde il fine di un percorso terapeutico ha tra gli obiettivi ANCHE (non solo) la scomparsa sintomatologica. Da qualche parte accenni agli attacchi di panico e dei centri Jonas; bene; vogliamo partire da lì per capire?
"L'obiettivo da raggiungere è di tipo emotivo, cioè riguarda la modificazione di un'emozione, al fine di farla divenire un’emozione positiva o, se resta comunque negativa, deve divenire almeno meno grave e più tollerabile (es. da disperazione a tristezza)."
Ptremmo proseguire cercando di capire quando un'emozione è positiva, e quando è negativa. Esempi clinici o da strada, è indifferente. Grazie.
Te la senti (Laura, giusto?) di intraprendere questo ragionamento?
Ale
è proprio questo il punto che mi riguarda personalmente.Citazione:
"L'obiettivo da raggiungere è di tipo emotivo, cioè riguarda la modificazione di un'emozione, al fine di farla divenire un’emozione positiva o, se resta comunque negativa, deve divenire almeno meno grave e più tollerabile (es. da disperazione a tristezza)."
Ptremmo proseguire cercando di capire quando un'emozione è positiva, e quando è negativa. Esempi clinici o da strada, è indifferente. Grazie.
Te la senti (Laura, giusto?) di intraprendere questo ragionamento?
di parlarne pubblicamente e dettagliatamente, sinceramente non me la sento.
ho riflettuto tanto al riguardo, ed ora ho iniziato una terapia che spero riesca a fare ordine tra le molteplici e contrastanti emozioni che provo: amore/odio/nostalgia/rimpianto/rassegnazione...
alimentate essenzialmente da una idealizzazione delle persone. ed è su questo elemento che dovrò far luce.
"è proprio questo il punto che mi riguarda personalmente.
di parlarne pubblicamente e dettagliatamente, sinceramente non me la sento."
Ciao tesoro, perdonami ma non facevo riferimento a te, ma ad un'altra Laura. Tra l'altro fatti rinforzare: fai proprio bene a non parlarne pubblicamente! Qui è meglio rimanere nel generico o, più specificatamente, nel metateorico; o, optimum, nel clinico.
"ho riflettuto tanto al riguardo, ed ora ho iniziato una terapia che spero riesca a fare ordine tra le molteplici e contrastanti emozioni che provo: amore/odio/nostalgia/rimpianto/rassegnazione...
alimentate essenzialmente da una idealizzazione delle persone. ed è su questo elemento che dovrò far luce."
Quelli che citi sono sentimenti, istintivi ed affettivi.
Bene, buona fortuna.
Infatti, una sconfitta sarebbe un termine troppo pesante per definire un processo che, anche se interrotto, ha portato verso cambiamenti.Citazione:
Originariamente postato da marzia78
Comunque ci sono degli abbandoni, parlo per modestissima esperienza personale, che non rappresentano una sconfitta del processo terapeutico ma piuttosto un'importante fase di crescita ed espansione del paziente che non sempre lo stesso riesce a comunicare.
Tuttavia considero l' ultima seduta tra le più importanti. La consapevolezza di essere giunti alla fine di un percorso ed avere acquisito strumenti utili.
Come dire, una celebrazione della vetta dopo una scalata impegnativa.
Chi non giunge alla vetta potrà assaporare il piacere delle altitudini, di essere capace di mettersi in marcia, ma la vetta rimane una tappa essenziale. Poi magari, potranno esserci altre vette da scalare.
Come scrisse Yamamoto Tsunetomo ".......la fine è importante in tutte le cose".
Rubens
Penso di non essere stato io a parlare di t. c. comportamentale, allora chi è stato?
Ma sarà che sono un pò rinco?
Il qualcuno a cui si riferiva swwwetfay....ero io!!!!!ci credo che concordavo con l' incipit del suo intervento...!Comunque il mio riferimento aveva un significato diverso...parlavo di non "semplice" eliminazione" del sintomo da parte di un' impostazione cogn/comp. in un discorso ben preciso (vedi thread precedenti)...
Però mi ricordavo che anche tu Rubens, forse in un'altra discussione, parlavi delle scuole di psicoterapia in generale ( e quindi anche della cognitivo-comportamentale)... da qui la confusione...
tu sei sistemico, mi sembra (correggimi se sbaglio)?
...Agex che bello trovarti qua, ci siamo confrontati al volo su Terri Schiavo e trovo i tuoi interventi sempre molto stimolanti!
A proposito dell'ultima parte del discorso di Swwwetfay sull'obiettivo da raggiungere (di tipo emotivo, rientro dell'emozione ecc), qui non mi ritrovo molto.. (essendo diverse le scuole che frequentiamo anche l'impostazione subisce inevitabilmente variazioni)..
Tuttavia ci sono abbastanza sul discorso delle idee irrazionali (preferisco però parlare di "distorsioni cognitive" che il soggetto costruisce e che vengono rinforzate attraverso la messa in atto di condotte disfunzionali e patologiche che vengono apprese)...!
Secondo voi a chi sta definire la valenza negativa o positiva dell'emozione?
Al terapeuta o al paziente?
ps scusate se ho fatto un pò di confusione, spero tuttavia di essere arrivata in modo chiaro ai rispettivi interlocutori..
mar
x agex: ci sto eccome ad addentrarmi in questo discorso, fermo restando però che le mie conoscenze in merito della terapia cognitivo-comportamentale, sono limitate a quelle acquisite in 3 mesi di we di lezione.... quindi, per antonomasia, LIMITATE!
Per cui se ci addentriamo di più in questo discorso, posso risponderti per ciò che sò e ho capito... oltre, devi aspettare che me lo spiegano :P
p.s. come sai che mi chiamo "laura"?! non ho mai parlato di Jonas.... dove l'hai letto? :)
A parte questo, concordo in pieno con Marzia78... l'altra cosa che mi preme sottolineare è che, come giustamente dici anche tu, probabilmente frequentiamo scuole diverse, ma la cosa più imposrtante è un'altra: anche nella mia stessa scuola ho due didatti che sono di posizioni quasi diametralmente opposte...
uno è psicologo psicoterapeuta cognitivo in senso stretto ed è quello che ripete a macchinetta che lo scopo della terapia è la modificazione dell'emozione ( x positiva o negativa intendevo solo dire che ad es. si può riuscire a trasformare la tristezza in serenità/gioia e quindi da negativa a positiva o si può limitare l'emozione negativa, ridimensionandola ad es. da disperazione a tristezza)
e l'altro invece è uno psichiatra, psicoanalista con visione evulzionista della psicologia, che poi ha fatto formazione con Liotti in terapia cognitiva.
Quando si parla di psicoterapia e psicoterapeuti cognitivi comportamentali quindi, bisogna innanzi tutto distinguere su chi propende x uno o per l'altro aspetto e poi, all'interno di questi due "schieramenti", distinguere tra i mille sottoinsiemi differenti che si differenziano per infinite sfumature e distinzioni.
Il mio didatta, formato da Liotti, spiegava come addirittura tra Guidano e Liotti (padri del terapia cognitiva italiana), benchè lavorassero insieme e dalla loro collaborazione fosse nata l'attuale psicoterapia, ci fossero enormi differenze, tanto che tra i terapeuti formati dall'uno e dall'altro c'è una vera e propria diversità.
Quindi parlare di terapia cognitivo-comportamentale in senso stretto è troppo riduttivo.
Che differenza c'è tra psicoterapia comportamentale e quella cognitiva?
La prima puntava alla pura scomparsa sintomatologica. Un es: vuoi smettere di fumare? io, ogni volta che ti accendi una sigaretta, ti metto sotto al naso l'ammoniaca che è fastidiosa e puzza. Dopo un po' di volte ti sarai condizionato (stile cane di pavlov) e appena prenderai in maneo una sigaretta ti verrà nausea. Bel metodo, peccato che non funzioni. Perchè? perchè si è visto che facendo così c'era la "scomparsa del sintomo" ma solo apparente, poichè, come insegnano gli psicoanalisti, il sintomo non scompare ma si "sposta" :)
Ecco perchè qualcuno ha deciso di indagare un po' più a fondo della mente e ha scoperto che, quando una persona ha un sintomo (disturbo), ha anche delle idee irrazionali (distorsioni cognitive) che lo sostegnono e queste a loro volta, producono un'emozione che rinforza a sua olta la distorsione e così via.
Quindi, l'assunto è per farla semplice, se sistemiamo con la ristrutturazione cognitiva, le distorsioni cognitive e il suo assetto emozionale, scompare anche il sitnomo, che ne è l'espressione esterna.
E' vero che l'obiettivo della terapia è generalmente la scomparsa del sintomo, ma quando il sintomo non può scomparire come la mettiamo?
Faccio un esempio... se lavoro in un hospice e faccio psicoterapia a malati terminali che hanno un cancro e me ne si presenta uno che ha una vera e propria depressione secondaria al suo cancro, io cosa gli dico? caro signore, il suo cancro la sta uccidendo, sono cavoli suoi perchè questo problema non è risolvibile e dunque nemmeno il suo sintomo...arrivederci, son 60 euro, grazie.
Non credo proprio si possa fare così. Si può però ridimensionare l'emozione "negativa" che in questo caso è disperazione e trasformarla in tristezza. Certo che non posso farlo diventare felice. E la stessa cosa la posso fare sui parenti del medesimo malato che stanno male perchè intravedono la futura morte del congiunto. Idem se viene una signora a cui è morto il marito... non posso risolverle il "problema" se no sarei Dio. Però posso aiutarla a superare la situazione "riducendo" l'emozione negativa.
Per questo parlavo di ridimensionare l'emozione e non togliere il sintomo.
E' ovvio che l'obiettivo top è non avere più la sintomatologia che fa star male, ma spesso non si può fare,quindi per me l'obiettivo generale è ridimensionare l'emozione.
Come lo faccio? ovviamente agendo sia sulle distorsioni cognitive che sulle emozioni stesse. Come si faccia, nello specifico, ve lo dirò più avanti, quando ci avrò capito meglio anch'io :)
Spero di essere stata più chiara :)
E spero di non aver detto cavolate, perchè ragazzi ripeto, volevo solo sottolineare che la terapia cognitiva non è una cosa da due soldi del tipo, ti tolgo il sintomo come con un farmaco, ma di te, di cosa pensi e provi, non me ne frega niente.... ma purtroppo per ora ho idee in testa che sto ancora cercando di riordinare ed è quindi per me difficile, spiegare ad altri quello che io stessa sto ancora assimilinado :)
a presto
fay
"...Agex che bello trovarti qua, ci siamo confrontati al volo su Terri Schiavo e trovo i tuoi interventi sempre molto stimolanti!"
Grazie tesoro, piacere mio! Bene, aiutami a ragionare allora, ok?
"Secondo voi a chi sta definire la valenza negativa o positiva dell'emozione?
Al terapeuta o al paziente?"
A nessuno dei due, perché non esiste valenza positiva e negativa delle emozioni; sfido chiunque a portarmi un esempio di emozione negativa.
"x agex: ci sto eccome ad addentrarmi in questo discorso, fermo restando però che le mie conoscenze in merito della terapia cognitivo-comportamentale, sono limitate a quelle acquisite in 3 mesi di we di lezione.... quindi, per antonomasia, LIMITATE!
Per cui se ci addentriamo di più in questo discorso, posso risponderti per ciò che sò e ho capito... oltre, devi aspettare che me lo spiegano
p.s. come sai che mi chiamo "laura"?! non ho mai parlato di Jonas.... dove l'hai letto? "
Ok, sono certo che potremo capire molte cose, a prescindere dalla tua scuola. Che ti chiami Laura ce l'hai scritto sotto, non rimandi forse al tuo sito? Mi sono iscritto alla lista psixo-prof, e ho partecipato subito al forum telematico in relazione ai casi clinici; mi arrivano molte e-mail, vorrei rispondere a quelle sui disturbi alimentari, ma non so come accedere ai forum! Conosco analisti Jonas, ci sarebbe molto da dire.
"uno è psicologo psicoterapeuta cognitivo in senso stretto ed è quello che ripete a macchinetta che lo scopo della terapia è la modificazione dell'emozione ( x positiva o negativa intendevo solo dire che ad es. si può riuscire a trasformare la tristezza in serenità/gioia e quindi da negativa a positiva o si può limitare l'emozione negativa, ridimensionandola ad es. da disperazione a tristezza)"
La tristezza non è una emozione, bensì un sentimento disforico dispiegatosi dall'assorbimento-riconoscimento-tolleranza di un evento frustrante nel dolore: il dolore viene riconosciuto in quanto tale, il livello di soglia rimane il primo, c'è equlibrio omeodinamico tra il Sistema Aspecifico Facilitatorio e il Defacilitatorio (inibitorio); a meno che uno stato melanconico sintomatico suggerisca una crisi della presenza, una tensione del tronco (seconda soglia), e l'inibizione conseguente (dalla grigia periacqueduttale deriva il sintomo sine materia). La gioia: piacere o mania? Di certo non è mai sintomatica, al contrario della melanconia o depressione; disperazione: plasmazione della rabbia per decongestionare il sistema, pensa al cordoglio nell'elaborazione del lutto. Insomma, mettiamo un po' di ordine nei concetti di pertinenza cerebrale.
"Che differenza c'è tra psicoterapia comportamentale e quella cognitiva?
La prima puntava alla pura scomparsa sintomatologica. Un es: vuoi smettere di fumare? io, ogni volta che ti accendi una sigaretta, ti metto sotto al naso l'ammoniaca che è fastidiosa e puzza. Dopo un po' di volte ti sarai condizionato (stile cane di pavlov) e appena prenderai in maneo una sigaretta ti verrà nausea. Bel metodo, peccato che non funzioni. Perchè? perchè si è visto che facendo così c'era la "scomparsa del sintomo" ma solo apparente, poichè, come insegnano gli psicoanalisti, il sintomo non scompare ma si "sposta" "
C'è un po' di confusione. MA non è colpa tua, bensì dei tuoi maestri che spacciano per sintomo ciò che non lo è. La dipendenza non è un sintomo, questo sopraggiunge laddove la sgolia di reclutamento dello stesso (Central Grey Matter) mi permette il fastidio o quant'altro verso la dipendenza tossica. Attraverso l'ammoniaca appunto SI CREA UN SINTOMO LADDOVE NON C'E', E INFATTI IL CANE DI PAVLOV E' L'ESEMPLIFICAZIONE DELLA FORMAZIONE DELLA MEMORIA RIMOSSA E DELLA PATOLOGIA SENZA SINTOMO VERSUS MEMORIA AUTOBIOGRAFICA. L'ho già spiegato in altri post, Pavlov prima di Freud ha scoperto il rimosso, la paranoia, la patologia, poi il sintomo con il giochetto infame ellissi/cerchio (atetosi emotiva: ansia). Bene: impariamo che non c'é scomparsa del sintomo perché in realtà viene creato il sintomo, mentre la ricerca della dipendenza permane, e si manifesterà in altre forme patologiche con o senza sintomi. Questo è un punto imprescindibile per chi fa clinica, sia cognitivista che psicoanalista o quant'altro!
"Ecco perchè qualcuno ha deciso di indagare un po' più a fondo della mente e ha scoperto che, quando una persona ha un sintomo (disturbo), ha anche delle idee irrazionali (distorsioni cognitive) che lo sostegnono e queste a loro volta, producono un'emozione che rinforza a sua olta la distorsione e così via. "
Questo qualcuno dovrebbe cercare di studiare più a fondo le emozioni, allora comprenderebbe che il cervello emotivo o limbico (prosencefalo basale sino alla settale), nell'integrazione con il talamo intralaminare tramite sinapsi corticali, permette il pensiero in elaborazione, l'immaginazione e quant'altro; laddove prevale il facilitatorio (eccitazione) non c'è pensiero, ma istinto. Tra l'altro il sintomo non è il disturbo, c'è il disturbo (patologia) e il riflesso di evitamento (sintomo).
"E' vero che l'obiettivo della terapia è generalmente la scomparsa del sintomo, ma quando il sintomo non può scomparire come la mettiamo?
Faccio un esempio... se lavoro in un hospice e faccio psicoterapia a malati terminali che hanno un cancro e me ne si presenta uno che ha una vera e propria depressione secondaria al suo cancro, io cosa gli dico? caro signore, il suo cancro la sta uccidendo, sono cavoli suoi perchè questo problema non è risolvibile e dunque nemmeno il suo sintomo...arrivederci, son 60 euro, grazie."
Chi lo dice che il sintomo non può scomparire? Per favore, lasciamo in pace sti sintomi....il sintomo rappresenta un segnale di allarme, un riflesso di evitamento, grazie al cielo! Gli psicotici non hanno sintomi!!! Se non scompare vuol dire che ancora il paziente è imparanoicato!!
Senza se...io lavoro anche in un hospice con i malati neoplastici anche in fase terminale: MA CHE E' LA DEPRESSIONE SECONDARIA AL CANCRO? La depressione rappresenta l'inibizione!!! Il paziente non tollera la malattia, aumenta il dolore da cancro, vuole farla finita e l'inibitorio lo blocca, all'interno di un circolo cortocircuitantesi! La depressione non evolve con la proliferazione metastatica, l'intolleranza sì! E noi dobbiamo crudamente lavorare su quella! La vita è dignitosa e va vissuta dignitosamente fino alla fine! Sto scrivendo questi punti cruciali in un libro di formazione per gli operatori che operano nelle équipe multidisciplinari degli hospice domiciliari oncologici, spero che entro l'anno sia nelle librerie. Comunque l'argomento è complesso, va sviscerato.
"Si può però ridimensionare l'emozione "negativa" che in questo caso è disperazione e trasformarla in tristezza. "
Bene. Diciamo dolore versus depressione, per l'esattezza.
"Idem se viene una signora a cui è morto il marito... non posso risolverle il "problema" se no sarei Dio. Però posso aiutarla a superare la situazione "riducendo" l'emozione negativa.
Per questo parlavo di ridimensionare l'emozione e non togliere il sintomo."
Elaborazione del lutto. Ne vogliamo parlare? Ridurre l'emozione che vuol dire? Dov'é il sintomo? Ad esempio: la donna piange: plasma la rabbia: con chi ce l'ha? Con Dio? Sogna il marito morto: cosa segnala il sogno? Quale desiderio? Va al cimitero: quale significato assume? Prova dolore: bene, non c'è bisogno di un sintomo. E' lipotimica: c'è sintomo: che è successo? Insomma, anche questo argomento va sviscerato con più dovizia di particolari e con più attenzione.
"E' ovvio che l'obiettivo top è non avere più la sintomatologia che fa star male, ma spesso non si può fare,quindi per me l'obiettivo generale è ridimensionare l'emozione"
Ovvero? Distruggendo l'amigdala? Non si può ridimensionare un'emozione, nessuno scienziato lo sa fare. MA si può mutare le soglie di attivazione emotiva.......parliamone......le soglie cerebrali.....
"Come lo faccio? ovviamente agendo sia sulle distorsioni cognitive che sulle emozioni stesse. Come si faccia, nello specifico, ve lo dirò più avanti, quando ci avrò capito meglio anch'io "
Sono in trepidante attesa; da anni studio tali eventi, e solo la ricerca psicoanalitica (neurologica) mi ha permesso di carpire il funzionamento emotivo. Ma agirvi sopra.......
"E spero di non aver detto cavolate, perchè ragazzi ripeto, volevo solo sottolineare che la terapia cognitiva non è una cosa da due soldi del tipo, ti tolgo il sintomo come con un farmaco, ma di te, di cosa pensi e provi, non me ne frega niente...."
Nessuna cavolata, stai cercando come tutti noi. Brava.
Ale
Più o meno. Frequento la scuola sistemico-relazionale.Citazione:
Originariamente postato da marzia78
Però mi ricordavo che anche tu Rubens, forse in un'altra discussione, parlavi delle scuole di psicoterapia in generale ( e quindi anche della cognitivo-comportamentale)... da qui la confusione...
tu sei sistemico, mi sembra (correggimi se sbaglio)?
Io sono un pragmatico. Ciò che mi interessa è solo risolvere i problemi della gente. Sono pronto anche a dare un calcio a 4 anni di specializzazione, se non mi aiutano in questo scopo.
Difendere la t. sistemica mi interessa meno di zero.
Mi interessa difendere quelle epistemologie che più di altre funzionano, in base al caso che si presenta.
Ritengo molto interessante anche la psicoterapia cognitiva o la t. breve strategica. forse anche lo psicodramma, ma non ho esperienze su quest' approccio.
E' interessante anche qualcosa della psicoanalisi, il lavoro sulle difese e sul sogno in particolare.
Mi specializzerò per altro 10 anni come minimo.
Più strumenti hai più hai possibilità, però devono giustificare un investimento e sopratutto devono risolvere!.
Rubens
Concordo molto con quanto hai detto Rubens...
Confidando sul fatto che ogni psicoterapia ha strumenti buoni che funzionano meglio su determinate patologie, piuttosto che su altre, mi sono chiesta più volte come fare a scegliere.
Io ho scelto quella più affine al mio modo di lavorare ed essere.
Mi aveva incuriosito molto anche la scuola di psicoterapia integrata (che è ciò che in fondo mi piace di più: mettere insieme il buono di tutto con flessibilità), ma alla fine non l'ho scelta. Perchè?
perchè mi son detta che era meglio concentrarsi su un modello (peer evitare confusione nella mia testa) e poi, una volta finiti i 4 anni, specializzarmi attraverso quei master che molte scuole di psicoterapia fanno per chi è già psicoterapeuta, e integrare le mie conoscenze e competenze, con ciò che di buono posso attingere e integrare dagli altri approcci psicoterapeutici.
Anch'io ero molto attratta dal sistemico relazionale della selvini palazzoli, di cui ho sentito parlare benissimo e che sembra essere trattamento d'eccellenza per le problematiche della coppia o degli adolescenti (io sò questi, ma probabilmente c'è molto di più) e la scuola strategica di Nardone. Personalmente ho seguito un corso tenuto da una sua collaboratrice. Non sò se sia vero che le persone guariscono alla velocotà della luce come spesso sento dire riguardo alla terapia strategica... quel che è vero è che è un approccio innovativo, che ha forti risultati comprovati in alcune patologie. Inoltre, le tecniche usate, come la comunicazione strategica, le tecniche delle prescrizioni paradossali, ecc, possono essere un'arma in più da utilizzare all'occorrenza con alcuni tipi di pazienti.
Quindi perchè limitarsi ad un unico approccio? :-)
Forse continuerò anch'io a specializzarmi ancora per 10 anni e più.... ma in fondo, chi l'ha detto che dopo 4 anni si è specializzati? lo stato? un foglio di carta?
la teoria della mente e la psicoterapia in genere, sono in continua evoluzione, essendo teorie e tecniche abbastanza nuove. Quindi che dire?
Continuare a studiare ed aggiornarsi e acquisire nuovi strumenti per fare questo lavoro al meglio, credo sia doveroso per ognuno di noi.
Questa ovviamente però, è solo la mia opinione :-)
fay
"Concordo molto con quanto hai detto Rubens..."
Noi non lo condividiamo molto il Rubens; siamo (molto garbatamente) distanti dal Rubens pensiero.
".. la scuola di psicoterapia integrata (che è ciò che in fondo mi piace di più: mettere insieme il buono di tutto con flessibilità), ma alla fine non l'ho scelta. Perchè?" Ci spieghi cosa è il buono? Cioccolato, pensieri, affetti, istinti, o altro???? ecc.
".perchè mi son detta che era meglio concentrarsi su un modello (per evitare confusione nella mia testa) e poi, una volta finiti i 4 anni, specializzarmi attraverso quei master che molte scuole di psicoterapia fanno per chi è già psicoterapeuta, e integrare le mie conoscenze e competenze, con ciò che di buono posso attingere e integrare dagli altri approcci psicoterapeutici. Anch'io ero molto attratta dal sistemico relazionale della selvini palazzoli, di cui ho sentito parlare benissimo e che sembra essere trattamento d'eccellenza per le problematiche della coppia o degli adolescenti (io sò questi, ma probabilmente c'è molto di più) e la scuola strategica di Nardone. Personalmente ho seguito un corso tenuto da una sua collaboratrice. Non sò se sia vero che le persone guariscono alla velocità della luce come spesso sento dire riguardo alla terapia strategica... quel che è vero è che è un approccio innovativo, che ha forti risultati comprovati in alcune patologie. Inoltre, le tecniche usate, come la comunicazione strategica, le tecniche delle prescrizioni paradossali, ecc, possono essere un'arma in più da utilizzare all'occorrenza con alcuni tipi di pazienti."
Si, tutto bello, vero e affascinante, ma non abbiamo capito il modello...potresti colmare la lacuna????
"Quindi perchè limitarsi ad un unico approccio? "
Bene quindi coerenza: spiegaci il modello!!!
"Forse continuerò anch'io a specializzarmi ancora per 10 anni e più.... ma in fondo, chi l'ha detto che dopo 4 anni si è specializzati? lo stato? un foglio di carta? la teoria della mente e la psicoterapia in genere, sono in continua evoluzione, essendo teorie e tecniche abbastanza nuove. Quindi che dire? Continuare a studiare ed aggiornarsi e acquisire nuovi strumenti per fare questo lavoro al meglio, credo sia doveroso per ognuno di noi. Questa ovviamente però, è solo la mia opinione "
Noi ti lanciamo una provocazione per la prosecuzione del dibattito: per noi il fine ultimo della psicoterapia è nel mettere il paziente nelle condizioni di essere il terapeuta di se stesso!!! Se ce ne darai modo te lo racconteremo, come farlo...tu cosa ne pensi? Ovvero come pensi di attuarlo il nostro fine, se lo condividi...ovviamente.
Ignoravo che avessimo un Papa tra di noi...Citazione:
Originariamente postato da agex
"Noi non lo condividiamo molto il Rubens; siamo (molto garbatamente) distanti dal Rubens pensiero.
O forse è un Re?
Noi, willy61, per disgrazia di Dio e nessuna volontà di nessuna Nazione ecc. ecc. dichiariamo che siamo sopraffatti dalla saggezza e dall'erudizione di agex e dal suo codice binario.
Proponiamo cordialmente (essendone follemente innamorati) di immetterlo su di un binario (morto) e colà dimenticarvelo!:confused:
Willy 61:
Originariamente postato da agex
"Noi non lo condividiamo molto il Rubens; siamo (molto garbatamente) distanti dal Rubens pensiero.".postato da Willy: "Ignoravo che avessimo un Papa tra di noi... O forse è un Re? Noi, willy61, per disgrazia di Dio e nessuna volontà di nessuna Nazione ecc. ecc. dichiariamo che siamo sopraffatti dalla saggezza e dall'erudizione di agex e dal suo codice binario. Proponiamo cordialmente (essendone follemente innamorati) di immetterlo su di un binario (morto) e colà dimenticarvelo! "
Crediamo, e siamo pronti a ricrederci se ci viene offerta l'opportunità, che fra i vari motivi dell'innamoramento di willy61 per agex ci sia una certa sostanza e che derivi dall'analisi delle votazioni: Willy 13- agex 24. Noi anche se siamo lontani dal Rubens pensiero lo riteniamo utile e valido per il dibattito, ma l'innamoramnento di Willy è un'altra cosa!!! Un evento che capita, succede, secondo il nostro autorevole parere, sono gli scherzi dell'amore inteso in un certo modo, comunque il "codice binario" come modello di lavoro, nonostante gli auspici, non è finito nel deposito, è vivo e vegeto e lotta insieme a noi..hasta la victoria siempre!!! Ola. In ultimo condividiamo, in generale ovviamente, l'aneddoto: Contro la stupidità, nemmeno gli dei possono nulla...
In ultimo concedeteci di sostenere il Rubens nella sua richiesta: è da un mese e più che aspetta che gli venga risposto :"Quale libro di Erickson mi consigli? " Chiediamo allo staff della stanza di attivarsi in aiuto alla richiesta di Rubens: non è corretto far aspettare tanto un consiglio così accorato...
Originariamente postato da swwetfay76
Concordo molto con quanto hai detto Rubens...
Confidando sul fatto che ogni psicoterapia ha strumenti buoni che funzionano meglio su determinate patologie, piuttosto che su altre, mi sono chiesta più volte come fare a scegliere.
Io ho scelto quella più affine al mio modo di lavorare ed essere.
Concordo anch' io con quanto hai detto. Anche la mia scelta è stata mediata da gusti personali.
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Mi aveva incuriosito molto anche la scuola di psicoterapia integrata (che è ciò che in fondo mi piace di più: mettere insieme il buono di tutto con flessibilità), ma alla fine non l'ho scelta. Perchè?
perchè mi son detta che era meglio concentrarsi su un modello (peer evitare confusione nella mia testa) e poi, una volta finiti i 4 anni, specializzarmi attraverso quei master che molte scuole di psicoterapia fanno per chi è già psicoterapeuta, e integrare le mie conoscenze e competenze, con ciò che di buono posso attingere e integrare dagli altri approcci psicoterapeutici.
Anch' io credo sia necessario concentrarsi su un modello, perlomeno all' inizio. Successivamente noto che, indipendentemente dal modello, è anche importante avere strumenti che possano aiutare il terapeuta nel lavoro con il paziente.
Ad esempio, mi piacerebbe avere strumenti accurati per lavorare ed interpretare i sogni, anche se 'sono' un sitemico.
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....... e la scuola strategica di Nardone. Personalmente ho seguito un corso tenuto da una sua collaboratrice. Non sò se sia vero che le persone guariscono alla velocotà della luce come spesso sento dire riguardo alla terapia strategica... quel che è vero è che è un approccio innovativo, che ha forti risultati comprovati in alcune patologie. Inoltre, le tecniche usate, come la comunicazione strategica, le tecniche delle prescrizioni paradossali, ecc, possono essere un'arma in più da utilizzare all'occorrenza con alcuni tipi di pazienti.
Quindi perchè limitarsi ad un unico approccio? :-)
Sì, la comunicazione strategica è un' arma efficace che si può utilizzare anche con altre epistemologie di riferimento.
Su Nardone si dice bene e male. Personalmente (conosco bene la persona e le tecniche), credo sia un approccio efficace ed efficiente.
Dipende, come abbiamo detto, dal disturbo. Per un certo tipo di problema è sicuramente valida. Per altri è una perdita di tempo.
Ciò che si può reclamare in questo ed in altri casi di scuole di specializzazione è la presenza di una mentalità rivolta più al businness piuttosto che ad indicare anche 'quando non risolve'.
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Forse continuerò anch'io a specializzarmi ancora per 10 anni e più.... ma in fondo, chi l'ha detto che dopo 4 anni si è specializzati? lo stato? un foglio di carta?
la teoria della mente e la psicoterapia in genere, sono in continua evoluzione, essendo teorie e tecniche abbastanza nuove. Quindi che dire?
Continuare a studiare ed aggiornarsi e acquisire nuovi strumenti per fare questo lavoro al meglio, credo sia doveroso per ognuno di noi.
Questa ovviamente però, è solo la mia opinione :-)
Secondo me la differenza la fa sempre il terapeuta, a prescindere dalla formazione tecnica che riceve è la sua personalità che entra in gioco in terapia.
Se non trovo 'feeling' con il terapeuta, anche se costui è bravissimo probabilmente non mi servirà. Diciamo un 'esempio placebo al contrario'.
Rubens (nice to meet you)
Anche io ho scelto la scuola di specializzazione che sentivo maggiormente "rappresentativa" per il modo di essere e agire.. Per ora questa scelta mi sta appagando molto dal punto di vista pratico e teorico, eppure anche a me non interessa difendere a spada tratta l'orientamento cognitivo-comportamentale rispetto alle altre impostazioni...Ciò che voglio adesso è sicuramente formarmi avendo come riferimento un solido modello teorico ma soprattuto riuscire ad acquisire una modalità terapeutica "personalissima", condensato di ciò che sono, di ciò che ho vissuto e di ciò che sono in grado di "restituire" ad un'altra persona...(soltanto in preda a un delirio d'onnipotenza si può pensare che basti applicare la formuletta a memoria per curare le "ferite" di chi si rivolge allo psicoterapeuta...)
Non esiste "l'orientamento" per eccellenza, anche se alcuni di essi, dati alla mano, sembrano essere elettivi per certi disturbi rispetto ad altri...Esiste forse un modalità propria di essere psicoterapeuta, un'orecchio teso all'ascolto empatico, uno sguardo che si sintonizza al mood del paziente...(ciò quindi che, a mio avviso, nessuna scuola può darti, se non lo possiedi già!).
Anche secondo me è necessario non fossilizzarsi su un'unica scuola di pensiero... ognuna di essa ha da offrire strumenti utili e vantaggiosi per il benessere psicologico del nostro paziente...la difficoltà e la professionalità sta proprio nel decidere quali, tra questi, siano maggiormente idonei al caso!
Marzia
"Anche io ho scelto la scuola di specializzazione che sentivo maggiormente "rappresentativa" per il modo di essere e agire.. Per ora questa scelta mi sta appagando molto dal punto di vista pratico e teorico, eppure anche a me non interessa difendere a spada tratta l'orientamento cognitivo-comportamentale rispetto alle altre impostazioni...Ciò che voglio adesso è sicuramente formarmi avendo come riferimento un solido modello teorico ma soprattuto riuscire ad acquisire una modalità terapeutica "personalissima", condensato di ciò che sono, di ciò che ho vissuto e di ciò che sono in grado di "restituire" ad un'altra persona...(soltanto in preda a un delirio d'onnipotenza si può pensare che basti applicare la formuletta a memoria per curare le "ferite" di chi si rivolge allo psicoterapeuta...)
Non esiste "l'orientamento" per eccellenza, anche se alcuni di essi, dati alla mano, sembrano essere elettivi per certi disturbi rispetto ad altri...Esiste forse un modalità propria di essere psicoterapeuta, un'orecchio teso all'ascolto empatico, uno sguardo che si sintonizza al mood del paziente...(ciò quindi che, a mio avviso, nessuna scuola può darti, se non lo possiedi già!).
Anche secondo me è necessario non fossilizzarsi su un'unica scuola di pensiero... ognuna di essa ha da offrire strumenti utili e vantaggiosi per il benessere psicologico del nostro paziente...la difficoltà e la professionalità sta proprio nel decidere quali, tra questi, siano maggiormente idonei al caso!"
Vorremmo capire anche noi qualcosa: la psicoterapia ha come fine ultimo la terapia dei malati, o dei sani??? Potreste aiutarci a capire "quali malati"...
Agex, secondo me, questa distinzione tra malati e sani è fuorviante, un pò come voler definire se un'emozione sia positiva o negativa...
Io personalmente ho parlato di benessere psicologico di un paziente, classificazione nosografica a parte del disturbo di cui eventualmente può essere affetto (le persone hanno una patologia, non sono quella patologia: questa premessa penso sia necessaria per non incappare in una logica sterile di "etichettamento")!
Io penso, e qui mi ripeto per l'ennesima volta, che il fine ultimo della psicoterapia (a prescindere dall'orientamento) sia fornire degli strumenti efficaci che rendano le persone autonome, una volta uscite dallo studio del terapeuta , ed offrire loro un ruolo pienamente attivo nei confronti dei loro problemi.
E' dunque un progetto di crescita e autonomia che lo psicoterapeuta mette a punto per quanti gli si rivolgono, senza le distinzioni di cui sopra, dato che la linea di demarcazione tra normalità e patologia è estremamente labile.
Mi chiedi quali malati?Dopo le premesse fatte, penso di aver già risposto...se poi volete sapere quali sono, secondo me, i trattamenti elettivi per certi disturbi, il discorso è un altro e lo possiamo affrontare tranquillamente, anche e soprattutto col contributo di tutti gli altri partecipanti!!
un saluto,
marzia