Salve a me hanno detto che con la laurea in psicologia nn si trova tanto lavoro,è vero?
lo chiedo a voi che siete esperti
Printable View
Salve a me hanno detto che con la laurea in psicologia nn si trova tanto lavoro,è vero?
lo chiedo a voi che siete esperti
verissimo!!! anzi drammaticamente vero...
e te lo dice una che è laureta da dieci anni...
ciao tania,
sicuramente la situazione non è rosea ed in alcuni settori è proprio stagnante... personalmente credo che la Psicologia in realtà abbia enormi potenziali attualmente non sfruttate e valorizzate
vedremo noi giovani cosa saremo in grado di fare per costruirci un futuro più sicuro e professionalmente gratificante :P
un saluto,
nicola piccinini
grazie per le risposte
cmq tengo a precisare che io sono al primo anno e ancora ne avrò d strada da fare!
Sono iscritta in scienze e tecniche psicologiche,che differenza c'è con la facoltà di psicologia? Che sbocchi lavorativi c sono?
QUal'è l'ambito lavorativo piu' richiesto?
Quali sono le specializzazioni?Chi mi dà 1 elenco?
L'ambito più richiesto è psicologia del lavoro
Purtroppo è vero NON C'E' LAVORO!
Tuttavia se hai degli agganci ben fatti
Purtroppo è la verita!
Tuttavia se hai dei buoni agganci ce l'ha puoi fare (es. il papà medico, l'amico primario, la mamma presidentessa di una cooperativa ecc.)
A chi è incerto se cominciare questa facoltà gli direi "Non farlo"
Per me è stato un percorso molto frustrante e attualmente sono molto sfiduciata.
Cmq. in bocca al lupo e spero davvero che a te vada meglio!
Laura.
colgo la palla al balzo pèer chiedere una cosa a laura ops: ma tu sei brava? con quanto sei uscita? che media avevi= hai fatto letture altre rispetto ai manuali delgi esami? ti sei sbattuta per cercare qualcosa?
lo chiedo a te perchè nell'altro topic nessuno ha risposto, e vorrei sapere se la situazione è cosi o magari la gente dà colpa all'esterno per non vedere le proprie mancanze.
Daevorn Li.
o magari, anche se fosse, non è poi così intenzionale...Citazione:
Originariamente postato da Daevorn Li
magari la gente dà colpa all'esterno per non vedere le proprie mancanze.
magari cose come l'orientamento, il bilancio di competenze, il career counseling, il problem setting, ecc... esistono perché hanno una loro efficacia e non è così scontato che tutti lo sappiano fare :P
e ciò, ovviamente, non si riferisce al post di laura, ma ad una più generale situazione in cui l'università (fra le altre cose) non riesce a passarti questi strumenti e meta-competenze in realtà critiche :argh:
parallelamente, rimane comunque una congiuntura economica in cui delle difficoltà ci sono...
:ciao:
Io ho avuto modo di conoscere una ragazza che ha fatto pure il dottorato (quindi non si può dire che non è brava se è arrivata fin li) e ora sta facendo la scuola di psicoterapia... bè, ha 30 anni e si lamenta per il lavoro... lavora 2 pomeriggi a settimana in un ospedale a 8 euro all'ora (quindi contratto di collaboratore) e fortunatamente (appunto perchè è brava) li in ospedale è girata un pò la voce ed è riuscita ad avere quache cliente nel privato (a cui fa cmq prezzi bassi, essendo all'inizio). So che fa qualche lavoretto qua e là, ma economicamente non è contenta... tolto l'affitto e la rata per la scuola le rimane ben poco...
Poi chissà magari a qualcuno va meglio...
Io cmq ho deciso di prendere il ramo di psicologia del lavoro (anche se ero partita volendo fare clinica) sperando in più fortuna...
Sono una laureata in psicologia che si é iscritta nel mitico anno '89, quando hanno aperto il corso di laurea a Torino. Da quello che ne so, i colleghi che si sono laureati per primi nella mia facoltà sono quelli ad aver avuto più possibilità e alcuni di loro sono inseriti e svolgono molte attività interessanti in più contesti. Quando frequentavo, mi hanno sempre ripetuto di non perdere tempo a mantenere la media alta , ma ho sempre pensato che il voto finale alto fosse un biglietto da visita per il mondo del lavoro...Mi sbagliavo, ma non si può tornare indietro, solo cercare di ritagliarsi un proprio spazio con fatica e tanta perseveranza.
Inoltre credo che sia una spirale: per poterti formare adeguatamente (scuole di specializzazione, ma anche solo i seminari, che stanno diventando costosi) devi avere soldi e per guadagnare devi lavorare...e se non trovi lavoro, rimani indietro rispetto agli altri o fai la mantenuta/o a vita...Lo scenario non é tra i più rosei, non lo si può nascondere...Se poi aggiungi la crisi economica attuale che porta la gente a risparmiare e spendere meno ( e le sedute dallo psicologo sono considerate come un lusso), non c'é da essere ottimisti. Ho un amico che esercita come psicoterapeuta da molti anni e mi raccontava che i suoi pazienti sono diminuiti e quelli rimasti non riescono a fare nemmeno una seduta a settimana perché non ce la fanno economicamente.
Lavoro Zero !
Sfruttamento Tanto !
Quindi non è molto importante il voto con cui si esce?Citazione:
Originariamente postato da whitestar
Quando frequentavo, mi hanno sempre ripetuto di non perdere tempo a mantenere la media alta , ma ho sempre pensato che il voto finale alto fosse un biglietto da visita per il mondo del lavoro...Mi sbagliavo, ma non si può tornare indietro, solo cercare di ritagliarsi un proprio spazio con fatica e tanta perseveranza.
Anche nel campo della psicologia del lavoro?Citazione:
Originariamente postato da Dampyr
Lavoro Zero !
Sfruttamento Tanto !
Mi sono iscritto oggi a OPSonline :pc:, e colgo l'occasione del mio primo intervento per salutare le persone che partecipano a questa comunità :salute:.Citazione:
Originariamente postato da TANIALIS
grazie per le risposte
cmq tengo a precisare che io sono al primo anno e ancora ne avrò d strada da fare!
La mia esperienza in qualche riga (ma già so che mi dilungherò...):
ho iniziato a lavorare come cameriere :frust: prima di finire gli studi, e ci ho messo 8 anni per terminarli (psico clinica), ma me li sono pagati e sono uscito nel 2000 con un ottimo voto. Prima della laurea ho cominciato ad insegnare informatica in piccole aziende. Poi il tirocinio in Alitalia, un primo lavoro in una piccola impresa come consulente formatore, poi un call center perché faticavo a trovare lavoro (solo 6 mesi!), poi una piccola ma buona impresa nel campo dell'e-learning che successivamente è fallita, poi ancora un call center (ma solo 9 mesi...), poi la mia attuale grande occasione: una azienda finalmente solida, con un progetto pluriennale, un ottimo stipendio e buone prospettive di crescita :smoking:.
E solo quando ho beccato questa opportunità ho smesso di lavorare come cameriere.
Alla fine della fiera, per la mia esperienza e per quelle che ho sentito, questi sono i fattori che contano, tutti correlati e ognuno in una quota che oscilla anche secondo gli andamenti del mercato (l'Italia è in grossa recessione):
- le proprie ambizioni e il proprio carattere
- la visibilità del percorso di studi (università di provenienza, master, studi ulteriori, dottorati, tipo di tesi)
- competenza personale e livello di specializzazione in un ambito teorico e pratico (cioè saper fare cose concrete)
- saper stare nelle organizzazioni in modo pacato e collaborativo e sapersi assumere delle responsabilità (a cominciare dal finire presto l'università e dal partecipare con lo stesso atteggiamento alla vita universitaria)
- studiare sempre, scegliendo un ambito ristretto e specifico (anche solo studiando libri e tenendosi sempre aggiornati)
- la rete di contatti (fondamentale, da ricordare per tutta la precaria vita lavorativa, è il mezzo più potente per conoscere opportunità lavorative e per avere visibilità nelle selezioni; la maggior parte delle selezioni sono informali e avvengono per passa parola, del tipo "conosci per caso uno che può ricoprire il ruolo x? Fammi avere il curriculum"). Questo punto è diretta conseguenza di quelli precedenti: se in passato hai lavorato in un posto e conosciuto persone, queste ti richiamano solo se hai lasciato un buon ricordo di te (detto anche "affidabilità"). La filosofia è "un contatto è meglio di cento curriculum spediti"
- non scambiare i contatti per raccomandazioni. La raccomandazione se ce l'hai usala, ma se non ce l'hai nulla puoi contro uno che ce l'ha, ma comunque in ogni posto di lavoro serve sempre qualcuno che sappia lavorare, e di solito i raccomandati sono destinati ai posti più inutili (e penano una vita da lecchini, anche se con lauti stipendi e con poche responsabilità sui risultati). Di solito i posti per raccomandati sono sempre lontani dal proprio ambito lavorativo.
- non mollare mai: se il desiderio è migliorare nel lavoro, è l'unica scelta possibile.
Ultima cosa: il "lavoro", inteso come "un posto che attende di essere occupato da noi", paradossalmente non esiste. Se c'è, come nella fecondazione dell'ovulo, oggi più che mai, ci sono tante persone che sgomitano per occuparlo. I soldi in giro sono pochi, i progetti stentano a partire, e la professionalità in giro è scarsa (gente da cui imparare, come gli artigiani a bottega).
Esistono invece idee valide a altre meno; prassi valide e altre meno; capacità di creare o meno. Chi ce l'ha è fortuato, e se è testardo, oggi vince la selezione 'della specie'.
Ultimissima cosa :cool:: in tutto questo il background universitario c'entra al 10% se sei uno studente nella media e al 40% se sei uno studente modello :ez:.
Purtroppo la scissione università-lavoro c'è, è grossa ed è una realtà. Ma comunque è un'organizzazione dove cominciare a muoversi in modo organizzato e deciso, un mondo di persone e ruoli che è una palestra per il dopo.
Mi autocensuro perché altrimenti non la finisco più...
Scusate la lunghezza, ma è animata da questo tema (un tema marchiato a fuoco nell'era del precariato moderno :frust: e dal desiderio di contribuire alla discussione. :)
benvenuto quifab dimrom e grazie per averci riportato la tua esperienza (complimenti!!!) e consigli!
Volevo chiederti una cosa se non sono indiscreta: tu sei uno psicologo clinico che sta facendo lo psicologo del lavoro in un'azienda, giusto? Per scelta o perchè non hai trovato niente in ambito clinico, mentre trovare lavoro presso un'azienda "se ci sai fare" è meno difficile? Grazie!
Grazie per il benvenuto! Fa piacere.
La tua domanda non è indiscreta, anzi mi da l'occasione per riflettere sul mio percorso e per allargare a chi vuole la riflessione su questo tema, che direi è fondamentale per la psicologia.
Mi sono iscritto a psicologia motivato dall'interesse verso la psicoanalisi, che avevo cominciato a conoscere attraverso i mitici "tascabili della Newton" (psicopatologia della vita quotidiana, l'interpretazione dei sogni).
Così ho scoperto l'universo parallelo del simbolismo emozionale e come il rapporto tra questo e il pensiero sia una variabile importante per il benessere delle persone. Quindi anche del mio benessere... che a 18 anni era pittosto vacillante... :omg:
Così, troppo introverso e poco autonomo per chiedere un aiuto :help:, rimandai i problemi iscrivendomi alla facoltà di psicologia, con l'idea (magica) che un giorno, diventando psicoterapeuta, avrei perseguito prima di tutto il mio benessere.
Nulla di più sbagliato, evidentemente, ma all'entrata della facoltà non c'era nessuno a spiegarmelo. Solo lunghe code in segreteria (il mio record personale è stato 3h e 30! :aaaa: ).
Fatto sta che l'unico approccio che pensavo esistesse era la psicoanalisi, e l'unica professione lo psicoterapeuta.
In facoltà, ho poi conosciuto "le psicologie", un arcipelago di approcci, teorie e prassi che scazzottavano fra loro :obiwan:, ma non mi ponevo ancora il problema di quale professione stessi costruendo (e neanche i prof me lo ponevano).
Finché, al triennio, un prof di psicologia clinica alla prima lezione, al suo primissimo intervento in aula, ha esordito con una domanda la cui risposta sembrava scontata fino a quel momento: "Che tipo di professione pensate di andare a fare in futuro? Cioè, quale sarà il prodotto del vostro operato?".
La risposta collettiva fu "Cureremo le persone che soffrono di malattie quali ansia, attacchi di panico, depressione, fobie, attraverso la terapia".
E lui :cool:: "E dove è descritta precisamente, con riscontro scientifico, l'origine dei fenomeni che citate, tanto da chiamarle con un nome che deriva dal gergo medico, cioè malattia?".
Da lì in poi è cambiata la mia prospettiva.
Appresi poi in un'altra lezione, questa utilissima informazione: "Ma voi avete capito che cos'è l'inconscio? Beh, vi rispondo con le parole del poeta... che diceva 'tu chiamale,se vuoi… emozioni'…".
Questo prof è Renzo Carli, uno tra tanti altri seri professionisti, che ha riflettuto molto sulla professione psicologica e sulle etichette che si danno alle professioni psicologiche (vedi psicologia clinica, psicologia del lavoro, ecc.).
Appresi anche che un modello del funzionamento della mente, che afferma la compresenza di 'ragione e sentimento' nel comportamento (pensiero e inconscio), può essere applicato anche ai contesti organizzativi, con l'obiettivo di trainare (training) verso performance migliori e verso quello che ultimamente Avallone (un grandissimo) ha concettualizzato come 'benessere organizzativo'.
Così cominciava a farsi strada l'idea che usciti dall'università le cose erano complicate e che bisognava uscire con le idee chiare su cosa fare e come proporsi. E che anche la psicologia ha lo stesso tipo di problema, cioè capire cosa può fare e come proporsi (da qui nasce il problema delle etichette e non dai modelli utilizzati nella prassi).
E anche l'idea della professione diventava più interessante, perché capii che esistono due grandi famiglie di prodotti psicologici:
- quelli simili al prodotto dei fisioterapisti, che è la riabilitazione, che hanno lo scopo di rimettere in piedi una persona che ha difficoltà a starci (con più o meno successo in base allo stato di partenza); e questa è la prassi psicoterapeutica e l'ambito della psicopatologia, che è differente dalla psicologia clinica;
- quelli simili al prodotto degli allenatori, che hanno lo scopo di permettere di saltare un ostacolo o di giocare al meglio una partita, facendosi i muscoli, imparando nuove strategie o cambiando mentalità; e qui rientra la psicologia applicata alle organizzazioni (in sostanza l'ambito della psicologia della salute).
Quindi, ho iniziato a seguire, all'interno del percorso di laurea in psicologia clinica un percorso orientato alla psicosociologia (con esami opzionali di psicologia del lavoro), cioè orientato all'applicazione di 'modelli clinici' nelle organizzazioni (ad esempio uno dei libri più significativi, secondo me, di Avallone è "Lavorare in ospedale. Ricerca psicosociale sulla condizione professionale degli infermieri"). Così l'università, così la mia storia professionale (tirocinio e lavoro).
Saper guardare dietro e dentro i nomi (e le parole in generale), andando ad esplorarne i significati emotivo-cognitivi, è una tra le competenze chiave degli psicologi, e al di là dell'etichetta con la quale ci si presenta, sono i risultati che contano.
Psicologia clinica evoca nel cliente obiettivi di 'riabilitazione', e quindi è giusto e necessario chiamare in un altro modo la propria professionalità, nascondendo sotto giacca e cravatta le origini psicosociologiche della psicologia del lavoro europea (in particolare italiana e francese, anche se gli americani fanno sempre più figo…).
E anche qui c'è un grosso equivoco che origina dall'impressione (senz'altro favorita dall'atteggiamento di alcuni prof dell'indirizzo del lavoro) che la psicologia del lavoro nasca sulle ceneri dell'inconscio e della vita emotiva nelle organizzazioni, vita emozionale che andrebbe 'censurata' a favore degli aspetti cognitivi.
E vengo al dunque della tua domanda:
"tu sei uno psicologo clinico che sta facendo lo psicologo del lavoro in un'azienda, giusto? Per scelta o perchè non hai trovato niente in ambito clinico, mentre trovare lavoro presso un'azienda "se ci sai fare" è meno difficile?.
L'origine della tua considerazione sicuramente non nasce esclusivamente da te, ma la mia impressione è che tu ti faccia portatrice di un dilemma spesso comune e spesso condiviso dagli studenti che debbono scegliere l'indirizzo del triennio.
E' il dilemma nato nella psicologia italiana quando ha deciso di diventare "del lavoro" e quando ha deciso di diventare indirizzo di una facoltà; quando ha deciso di proporsi alle aziende in una veste nuova, diciamo più efficace secondo i modelli del marketing. Quando ha deciso, assecondando le lamentele delle aziende, di schierarsi dalla parte del mondo manageriale che chiede una conoscenza delle dinamiche psicologiche solo delle persone che devono essere selezionate e mai dell'organizzazione e del management. Quelle, secondo loro, non devono essere conosciute, perché vanno bene così. E attenzione, sto parlando di dinamiche psicologiche, non di psicopatologia. Allora siccome i vissuti in azienda sono scomodi, va di moda il cognitivo, cioè il mito della "programmabilità del comportamento" (in una certa misura).
Questo è vero, come dici tu il cognitivo (psicologia del lavoro) vende di più, "se ci sai fare" è più facile da piazzare (vedi l'interesse suscitato dalla PNL).
Allora il dilemma dello studente è: che faccio? Rinuncio alla parte psicodinamica della psicologia, che ho studiato al biennio, che è difficile da maneggiare, che richiede tanto lavoro su se stessi, che non vende, ma che è anche il cuore della psicologia e del plusvalore della psicologia? Oppure faccio lo psicologo clinico, dove però i prof mi dicono che non raggiungerò mai l'illuminazione del Budda, lo spirito di Freud non si incarnerà mai in me, dovrò sudare tanti anni prima di vedere un paziente, e magari questo alla fine della seduta mi dirà che non ha i soldi per pagare? (Vedi un precedente intervento di whitestar in questo forum).
Seguo la passione che mi ha fatto interessare alla psicologia destinandomi alla morte per fame o mi piego al vil denaro dell'aziendale che mi chiede di censurare l'interesse verso i vissuti, i sentimenti e le emozioni, quando firmerò il contratto?
Breve precisazione. Gli aspetti di realtà ci sono, non è che siano considerazioni del tutto campate in aria. Sembrerebbe, confrontando i listini e i programmi delle scuole di specializzazione con quelli dei master post lauream in psicologia del lavoro, che la formazione alla psicoterapia (non alla psicologia clinica) è più costosa, più lunga, più faticosa sul piano personale e sicuramente gli aspetti di gratificazione personale, possono essere diversi dal lavorare per le organizzazioni. La responsabilità è invece, secondo me, in tutti e due i casi, funzione del livello di professionalità che si vuole acquisire.
Ma questi aspetti sono anch'essi figli del dilemma e dell'equivoco di cui sopra.
Perchè certamente quando si incontra un committente (individuo o organizzazione) la cosa più facile da fare è "fare quello che ci chiede di fare". Ci chiede un corso di formazione? Eccolo pronto per te, firma e paga. Questo approccio in altre parti è stato definito "a domanda rispondo". E' il fast food degli investimenti dei committenti. E' quello che nei libri che scrivono quelli che fanno i master post lauream si dice non si debba mai fare, però poi non dicono come si acquisisce un approccio consulenziale.
È un approccio diffuso, che ho praticato io stesso la maggior parte delle volte, per campare (che secondo me è una nobile ragione, se non altro indispensabile…).
Questo però è il nostro grosso darci, come psicologi, la zappa sui piedi. Perché è il motivo per cui le aziende non cercano psicologi, ma formatori o selezionatori, che possono avere un background da economisti, filosofi, ingegneri, non ha importanza, tanto il risultato sono le solite slide di power point.
La richiesta di questa tipologia di committenti è "dagli (ai destinatari) un poco di zucchero e la pillola va giu…", cioè i corsi di formazione che io definisco "suppostoni indorati".
Il problema tecnico (e non scherzo a chiamarlo così) è che di solito questi hanno i soldi e sono poco disposti a negoziare.
Invece sai qual è la cosa bella? Che più frequento le aziende e più consolido l'impressione che il comportamento razionale (il cognitivo) non è il punto di partenza dal quale originano i comportamenti irrazionali. Bensì il contrario. È tutto un magma di vissuti, di pregiudizi e regole implicite piuttosto distaccati da una condotta razionale, un magma a partire dal quale, faticosamente, occorre costruire o ri-costruire un filo logico che permetta di 'rendere efficace il comportamento', per finalizzarlo a qualcosa di utile per l'azienda e per i clienti dell'azienda.
Questo è un prodotto di cui individui e organizzazioni hanno bisogno e che in mille modi chiedono implicitamente di ottenere da noi psicologi. E il mio background 'clinico' mi aiuta a fare proprio questo.
Ma certamente questo è un prodotto tecnicamente difficile da gestire e poco vendibile in sé (a individui o organizzazioni), perché richiede lo sforzo di rivedere i propri punti di vista sulle cose, le proprie sicurezze, richiede tempi lunghi, i tempi della vita emotiva.
Certo, devo crescere ancora molto come consulente, ma la direzione che ho preso è questa. E lavorare con un approccio consulenziale è la cosa più difficile, ma anche più gratificante.
Allora l'hai detto tu stessa, scegliere la psicologia del lavoro evita il problema di utilizzare modelli "tecnicamente" difficili da gestire e da vendere (quelli psicosociali), modelli scomodi, ma allo stesso tempo pone il problema di rinunciare a quei modelli che sono il cuore della psicologia e dll'interesse dell'uomo verso la psicologia.
Io ho studiato modelli psicologici che danno strumenti per comprendere i comportamenti organizzativi e per intervenirci, che spaziano dalla psicosociologia al cognitivismo. Il tutto "legalmente", seguendo il corso di psicologia clinica, omettendo l'esame di psicopatologia e studiando esami opzionali di psicologia del lavoro.
Questa scelta nasce dalla scoperta dei contesti organizzativi e dalla prospettiva di entrare in un ambito sfidante, in modo sfidante.
Ma il problema è sempre lo stesso.
È l'ambito che scelgo a determinare il livello di difficoltà e la quantità di lavoro disponibile, o il livello di competenza che riesco a raggiungere nella prassi psicologica? E quanto conta la motivazione personale?
Renzo Carli è veramente un grande! Anch'io comunque ho qualche insicurezza sull'utilizzare il modello dinamico e consulenziale nelle organizzazioni, cioè, per dirla alla Carli, per non colludere con il committente, scodellandogli la pappa che lui vuole. L'azienda è abbastanza matura da differire la gratificazione? Senza sentirsi frustrata per non ricevere subito il giocattolo? Perché, se l'azienda mi chiede un corso di formazione, e io non colludo, quella si rivolge a un altro psicologo pronto a colludere ed esaudire la sua richiesta e ''mi toglieil pane di bocca'', lasciandomi all'asciutto! :rolleyes:
A parte questo, fab, come hai iniziato a lavorare per le organizzazioni? Cioè, come sono arrivati i primi incarichi, come sei entrato in contatto con il mondo aziendale come formatore... se non sono indiscreta :rolleyes:
Ciao Neofita,
sono laureata dal 2003 (in 4 anni e tre mesi) ho raggiunto un voto di laurea buono e ho fatto il tirocinio, contemporaneamente ho vinto il concorso nel servizio civile, poi studiano e lavorando (intanto mi ero iscritta alla specializzazione) ho avuto la fortuna di trovare su internet un lavoro come selezionatrice del personale. Continuo a studiare, a seguire seminari e tra un po' inizierò lo studio privato, ma non mi demoralizzo, i pazienti arriveranno! Mi fa piacere trovare persone attive come me che si riescono a destreggiare tra lavoro, studio, seminari vari e specializzazione. Mi è piaciuto molto ciò che hai scritto, volere è potere, ma tu questo già lo sai!
A presto,
Lucid Dream.
Errore imperdonabile: volevo dire: "Caro quifab dimrom........"
Bravissimo è proprio quello il dilemma che vivo da qualche mese...
devo dire che leggendo questi messaggi sembra che non ci altra alternativa che cambiare strada.uffa ma xkè è sempre così difficile raggiungere ciò ke più ci piace?
Ciao Lucid Dream, grazie per aver letto il mio intervento :) . Sono contento che una in gamba come te :approved: l'abbia apprezzato.Citazione:
Originariamente postato da luciddream
Ciao Neofita,
sono laureata dal 2003 (in 4 anni e tre mesi) ho raggiunto un voto di laurea buono e ho fatto il tirocinio, contemporaneamente ho vinto il concorso nel servizio civile, poi studiando e lavorando (intanto mi ero iscritta alla specializzazione) ho avuto la fortuna di trovare su internet un lavoro come selezionatrice del personale...
Stavo comunque leggendo la discussione sullo sviluppo (in)sostenibile della psicologia. E' un argomento sicuramente correlato al nostro, che ne rappresenta una parte. Credo cioè che la nostra discussione si potrebbe chiamare "E il nostro personale sviluppo lavorativo, sarà sostenibile?". Nel senso che nell'altra stanza si parla delle politiche della comunità degli psicologi (rappresentata dagli Ordini) per fermare o deviare lo sviluppo insostenibile che sta già prendendo corpo. E di qua parliamo invece di come uscire, intanto, noi stessi dalle difficoltà che incontriamo a stare nel mercato.
A tal proposito sto pensando qualcosa per capitalizzare la nostra discussione, affinché non rimanga solo uno sfogatoio… :corteo:
Ciao ste203xx,Citazione:
A parte questo, fab, come hai iniziato a lavorare per le organizzazioni? Cioè, come sono arrivati i primi incarichi, come sei entrato in contatto con il mondo aziendale come formatore... se non sono indiscreta :rolleyes: [/B]
grazie per aver letto l'intervento e per la domanda che mi poni.
Intanto sull'approccio consulenziale ci sarebbe un sacco da dire, a cominciare dal fatto che viene senz'altro meglio se sei un professore universitario che riceve una richiesta perché qualcuno l'ha visto parlare ad un seminario :ez: , piuttosto che l'ultimo collaboratore ad entrare in azienda… :look: Ma comunque, senza fare troppo la vittima, come dicono i cinesi, :crossed: "un viaggio di mille miglia comincia con un passo…". Nel senso che si può cominciare anche dal basso semplicemente dando feedback in maniera opportuna, o facendosi notare per la "lucidità" nel gestire le situazioni. Per dirla con il prof Massimo Grasso serve anche mantenere un livello minimo di collusione se non si vuole essere espulsi dalle relazioni. E poi c'è da dire che i libri di solito si riferiscono al committente che si rivolge ad uno studio di consulenza, non al proprio subordinato (situazione classica del formatore in azienda). Ciò nonostante è possibile lavorare con scienza e coscienza (o almeno sicuramente la seconda!).
Bene, mi chiedevi del mio percorso.
Alla luce della mia esperienza ti posso solo dire che le occasioni di avere visibilità sono talmente poche che ogni opportunità, anche di pochi giorni, va sfruttata al meglio e con il massimo impegno, per costruire un'immagine di sé per gli altri come persona affidabile.
Semplicemente, come dicevo in un precedente intervento, a dare le maggiori opportunità concrete è la rete di rapporti che ti crei. Banalmente un tot di persone che ti ricordano con affetto e rispetto, e che possano parlare di te come di uno che ci sa fare, è serio, è utile sul lavoro.
La mia esperienza dice che è fondamentale farsi trovare pronti quando ci sono le occasioni, quando incontri i nodi della rete.
Cronistoria:
- due anni prima di laurearmi ho avuto l'opportunità di lavorare per il ragazzo di una mia amica che aveva una piccola azienda IT. Lui cercava docenti di informatica e io ero pronto, perché studiavo come diventare formatore e conoscevo l'informatica. Perché la conoscevo? Perché prima di finire il liceo avevo intuito che era un mercato in espansione e che era fondamentale conoscerla bene.
- tesi con la cattedra di uno forte, che mi affida ad un progetto di ricerca con un tutor forte, uno lucido, preparatissimo e innovativo. La tesi la faccio sul possibile uso dell'elearning negli interventi psicosociali.
- il tutor forte apprezza la tesi e mi dice che c'è l'opportunità di fare uno stage presso l'azienda dove lavora. E chi se l'è fatto scappare? Detto fatto. Passo un anno fondamentale per la mia formazione in cui ho anche l'occasione di fare piccole consulenze extra per piccole imprese (tipo progettazione e co-docenze sulla formazione al ruolo)
- anche se alla fine dello stage non c'è posto in azienda (il mio viene occupato da un collega raccomndatissimo) :adieu:, il tutor (ritenendo di poter fare bella figura presentandomi) mi procura un contatto che va a buon fine, e là sto per otto mesi (altri colloqui, tipo Banca di Roma, non vanno a buon fine);
- dopo finisce il progetto e anche il contratto e faccio altro per sbarcare il lunario;
- poi, dopo un bel po’, l'ultima impresa per la quale avevo lavorato mi procura un altro contatto, sapendo che cercavano gente in un'azienda di consulenza di direzione
- la sto per un anno e qualcosa, dopo il quale la piccola impresa è costretta a naufragare come tante altre (ma ho appurato che non sono io a portare sfiga…); si riformano ma visto che non hanno soldi, faccio altro per sbarcare il lunario e apro partita iva per lavori saltuari come docente ecdl;
- poi, ancora l'ultima azienda per la quale avevo lavorato, mi segnala la mia attuale azienda, e va in porto.
Così è stato, eccomi qua.
Opportunità + rete + essere sempre pronti e aggiornati.
In mezzo ci sono centinaia di curricula inviati e una decina di colloqui non andati a buon fine (che non significa necessariamente andati male).
Ti segnalo comunque la discussione sull'insostenibile sviluppo della psicologia per avere un quadro più esauriente dello scenario in cui ci ritroviamo. L'è dura.
Inoltre ho idea di parlare del rapporto tra lavoro e autorealizzazione, che mi sembra sia il tema che esce negli ultimi interventi.
E di te che mi dici? Qual è la tua ricetta personale?
Benvenuto quifab dimrom !
la tua testimonianza corrobora la mia opinione che sia il settore della psicologia del lavoro che "tira" di più per noi psicologi(mi riferisco ovviamente al fatto di trovare un lavoro e, come nel tuo caso, anche molto interessante). Non voglio entrare nel merito dei "bravi" o "cattivi", nel senso di chi ha raggiunto i suoi obiettivi prima di altri,in quanto penso che ognuno di noi agisca in base a eventi che in parte si é costruito e in parte gli vengono offerti...Le tue parole mi suscitano alcune riflessioni: penso che sia complesso per uno psicologo clinico modificare i suoi strumenti, approcci, obiettivi per adattarsi a quelli richiesti a chi fa selezione di personale. Ho una preparazione clinica al 100%, in quanto ho sempre dato la priorità al mio interesse, che escludeva quasi del tutto la psicologia del lavoro, il marketing ecc...(si faccia eccezione per i lavori di bion, meltzer ecc...). Solo alcune settimane fa , ho partecipato ad un seminario su Bateson organizzato da una scuola sistemica torinese. Nel corso del seminario, é intervenuto uno psicoanalista, Mario Perini, che ha presentato la sua esperienza personale rispetto al passaggio da un contesto clinico (il suo studio di psicoterapeuta) ad uno aziendale (consulente presso una ditta). E' stato un intervento molto interessante perché ha descritto la grande difficoltà incontrata nel cambiare cornice, setting. Da uno in cui l'obiettivo era la cura dei disturbi psichici e della sofferenza emotiva ad un altro , diametralmente opposto, in cui erano la produzione , il rendimento, la valutazione delle capacità dei dipendenti ad essere centrali. All'interno di un'azienda, spiegava, non é possibile chiedere al capo, direttore o dirigente di mettersi in discussione perché, ad esempio, una delle cause della disfunzionalità all'interno dell'equipe, é proprio il suo comportamento , le sue aspettative ecc... Tu, consulente,devi far funzionare l'equipe, i dipendenti, come se fossero "pezzi rotti" di un ingranaggio, ma senza chiamare in causa la dirigenza. E' un discorso non sempre accettabile da parte di chi , come appunto lo é uno psicologo clinico, lavora sull'autoconsapevolezza e sulla elaborazione dei conflitti. Infatti, lo stesso Perini, ha rifiutato il compito.
Lo ricollego ad una tua frase in cui dici che in realtà , nell'organizzazione aziendale, ad una facciata razionale si contrappone un coacervo di vissuti, irrazionalità, emotività , conflitti.... Mi domando però cosa si possa fare quando questa "componente irrazionale" parte dai vertici di una azienda e , come nel caso che ho riportato,si rivela ingestibile per una mancanza di flessibilità da parte di chi dirige.
Rispetto al discorso che le possibilità te le fai tu ,in base alla rete di rapporti che ti crei (al fatto di aver lasciato un buon ricordo di te), credo che a volte non sia così vero. Esiste il rischio di sfruttamento, per cui credi di esserti creato questa cerchia,ma in realtà ti accorgi che arriva un perfetto sconosciuto che ,in più di te ha una raccomandazione , e vedi che tutto svanisce. Non voglio fare la disfattista, bensì mettere in guardia anche da queste possibilità che diventano frequenti nel momento in cui lo psicologo senza lavoro é disposto anche a fare ore in più, volontariato ecc...
Scusa ma il tuo discorso mi sembra che non tenga conto di questi ostacoli: fortunato tu che non li hai incontrati, ma ti assicuro che non fa piacere sentirsi dare dei "vittimisti" .
grazie quifab dimrom,
direi che sei stato chiarissimo!!!
inoltre quello che dici corrisponde a quello che vedo (e sento in giro) anch'io!
buona fortuna a tutti noi!!!
Ciao, io sono laureata da un paio d'anni, ho finito il tirocinio l'anno scorso ed è un annetto che lavoricchio: pochi soldi e molto sfruttamento, ma vista la situazione è meglio che niente...
Sono d'accordissimo con te su due punti: è necessario avere dei contatti (se non conosci o non trovi un canale, secondo me non vai tanto lontano) ed è verissimo che bisogna vere idee valide e la capacità di crederci e portarle avanti, però, mi sembra che nel tuo discorso e nella tua scalata (ammirabilissima) ci sia un piccola differenza che sposta tutto il punto di vista: tu lavori in un'azienda, da quello che ho capito, che è l'unico settore in cui al momento tutti cercano psicologi per selezione personale o altro...ma, senza aver nulla in contrario alla psicologia del lavoro, sinceramente ho fatto questa facoltà con altre motivazioni, e non mi interessa andare in un'azienda, perciò, quello è il problema, che l'unico settore con possibilità al momento è quell, secondo me...
Ciao a tutti e buona fortuna!
Ciao io mi sono laureata 5 anni fa e da due anni e mezzo sono iscritta all'albo. Ora lavoro come psicologa con un contratto a progetto da circa due anni. Il guadagno è di 500 euro al mese e se non fosse per i corsi on line ed i seminari introduttivi, non avrei avuto la possibilità di formarmi in nessun modo. Purtroppo i corsi costano ed io oltretutto abito in un paesetto del sud salento e questo significa doversi spostare per frequentare i corsi e per spostarsi occorre pagare. La situazione non è rosea a meno che non hai le tue belle conoscenze. Il mio contratto scadrà a dicembre ed in prospettiva ho preso la qualifica di OSA. Penso che deciderò di trasferirmi al nord per iniziare anche come assistenza domiciliare( chi non viene da una famiglia benestante deve anche accontentarsi di questo ) . Anzi pregherei i miei amici di ops di aiutarmi segnalandomi siti dove possa reperire nel nord italia lavoro nel sociale in questo ambito.
Ciao a tutti,
non è facile trovare lavoro come psicologo, sono d'accordo che devi conoscere tizio e simpronio, ma è anche vero che questa professione si sceglie per passione ed è solo questa che ti fa resistere. se non hai una forte motivazione lascia perdere la facoltà di psicologia oppure scegli l'indirizzo del lavoro che ha sicuramente più agganci.
CMQ io ho finalmente trovato un lavoro dopo tante porte in faccia e bocconi amarissimi.
buona fortuna a tutti
Ciao a tutti,
non è facile trovare lavoro come psicologo, sono d'accordo che devi conoscere tizio e simpronio, ma è anche vero che questa professione si sceglie per passione ed è solo questa che ti fa resistere. se non hai una forte motivazione lascia perdere la facoltà di psicologia oppure scegli l'indirizzo del lavoro che ha sicuramente più agganci.
CMQ io ho finalmente trovato un lavoro dopo tante porte in faccia e bocconi amarissimi.
buona fortuna a tutti
Vorrei rispondere a daevornLi. A mio avviso non conta quanto una persona sia brava: di fatto c'è una richiesta di lavoro enormemente superiore rispetto alla domanda. Tornando indietro non rifarei MAI questa facoltà, anche se le materie sono molto interessanti. Detto questo penso che ognuno abbia il diritto di provare senza lasciarsi scoraggiare. Non si sa' mai... comunque se qualcuno conosce un posto dove offrobno lavoro da impiegato me lo comunichi!(va bene anche inserimento dati.., in fondo è l'unica cosa che ti fan fare al tirocinio e non ti pagano neanche! :P
Vorrei rispondere a Daevorn Li. Secondo me non importa quanto uno psicologo sia bravo: di fatto c'è un'offerta(di lavoratori) spaventosamente superiore alla domanda. Se tornassi indietro non rifarei MAI questa facoltà,anche se le materie sono molto interessanti. Questo non vuol dire che una persona non abbia il diritto di provare, non si sa' mai...
ciao a tutti! questo è il mio primo post..anche se è già da un pò di tempo che sbircio il sito...
io mi sono appena iscritta all'albo, ho dato a ll'ordine i 250 euro benedetti!!! del resto c'è sempre da pagare.....
ma nel periodoin cui praparavo l'esame di stato, ho contattato circa una trentina di enti, fra cooperative e comunità da Rimini a Ravenna più o meno.... Morale della favola, non è vero quando all'università ti dicono che in questi ambiti c'è lavoro per lo psicologo o almeno la mia esperienza non è stata cos' per questi motivi:
1) buona parte delle cooperative mi hanno detto che utilizzano gli educatori al posto degli psicologi, e che sono già al completo
2) altre mi hanno risposto che preferiscono assumere infermieri professionali e che per l'aspetto psicologico si arrangiano
3) un'altra versione è che ci sono i tirocinanti e bastano quelli
4) ah... dimenticavo, qualcuno ha avuto il coraggio di dire che la laurea in psicologia non è equipollente a quella di educatore, strano pensavo valesse qualcosina di più.!!!
5) per quanto riguarda le c omunità terapeutiche il ritornello è sempre lo stesso, c'è poca utenza non ci serve lo psicologo
Spero che l'esperienza di chi leggerà il mio posto sia decisamente migliore della mia.
Per quanto riguarda l'area del lavoro e aziende, in cui sto cercando attualmente lavoro, per il momento i colloqui che ho fatto sono stati deludenti, .....forse perchè come dice un mio amico laureato in scienze politiche c'è la concorrenza non solo degli psicologi ma anche dei sociologi, ed altre lauree umanistiche..
Comunque l'importante è restare ottimisti! Domani in fondo è un altro giorno!!!!! :approved:
Ciao Nery
Ma davvero l'ambito più richiesto è questo?Citazione:
Originariamente postato da eliseaaa
L'ambito più richiesto è psicologia del lavoro
Mi spiego.. io dovrei laurearmi nella triennale a settembre e poi volevo scegliere proprio come specialistica quello in cui si trova anche l'ambito di orientamento e lavoro. Ma sapete dirmi qualcosa di più su questo settore??
Ho mille dubbi in testa... :confused:
E sono anche preoccupata... :sbonk: :sbonk: :sbonk:
Grazie.
Cara Meimi se vai sul sito www.isfol.it e clicchi su orientaonline..sembrerebbe che la professione più richiesta in assoluto in italia sia quella dell'esperto in gestione delle risorse umane; io ho fatto l'indirizzo del lavoro e dato che sono attualmente disoccupata sto tenendo sotto controllo le richieste di lavoro e ti posso confermare che in effetti ci sono parecchi annunci in giro per questo tipo di figura, ma anche per esperti in selezione...
..purtroppo ( per me che non posso spostarmi dalla marche) sono soprattutto in lombradia, veneto, emilia romagna però per te è una bella notizia!
mi sento comunque di fare alcune raccomandazioni:
1)valutare attentamenta l'offerta di lavoro, perchè tanti chiedono esperti che magari hanno anche un master in gestione delle risorse umane ..e poi li mandano a vendere annunci
2) non aspettare l'abilitazione perchè la chiedono in pochissimi in questo settore
3) spesso per i responsabili delle hr in azienda richiedono anche competenze amministrative e la capacità di tenere rapporti con i sindacati
spero di essere stata un pò utile
Mi stai dicendo che ancor prima dell'abilitazione potrei già tentare di rispondere agli annunci di offerta lavorativa?Citazione:
Originariamente postato da dina
2) non aspettare l'abilitazione perchè la chiedono in pochissimi in questo settore
Cmq ti ringrazio, perchè mi hai tranquillizzato un pò, io ho cmq ancora un pò prima di decidere che specialistica fare, anche se quella del lavoro è quella che mi attira di più.
Ciao a tutti!
Ho letto con piacere le varie mail e se posso essere sincera mi son un po' consoltata...io infatti studio e lavoro nel campo delle risorse umane con non pochi sacrifici (serate sui libri, week end a casa anzichè al mare..) ma alla fine di tutto credo che le vostre testimonianze dimostrino ancora una volta che volere è davvero potere e che la passione e la tenacia faccian davvero superare molte barriere. ora sto tentando di capire se optare un fututo per l'ambito del lavoro, attinente a ciò che faccio, o quello clinico che era ciò per cui inizialmente mi ero iscritta..certo è che la realtà, vedi dover mantenersi con un lavoro full-time, i costi e via avanti, mi fa essere non molto ottimista riguardo all'ambito clinico...soprattutto non so davvero qunto sia fattibile dovedno mantenersi..attendo da voi risposte di speranza!!!in bocca al lupo
e..quifab condivido tutto!
Ciao, questa è le prima volta che scrivo al forum anche se sono laureata da due anni e da altrettanti iscritta ad ops... leggendo le vostre discussioni finalmente non mi sono più sentita sola... .... !!!!!!!!!!!
é da un po che sto cercando informazioni per entrare come psicologa in polizia o nei carabinieri... in particolar modo mi interessa la scientifica.... qualcuno di voi ne sa qualche cosa?... grazie ragazzi
ciao AlessandraM, per entrare in polizia o carabinieri come psicologo devi aspettare che esca il concorso per tali ruoli tecnici...........nella ricerca di lavoro sono diventata espertissima!
per meimi: si, per certi ruoli come la selezione del personale o la formazione non è quasi mai richiesta l'abilitazione; in genere è importante per i ruoli clinici....... comunque dipende dalle situazioni particolari
Se me lo concedete, vorrei sfatare un mito: che ci sia così tanto spazio per gli psicologi nel campo delle risorse umane!!!
Io mi sono laureata a Bologna all'inizio del 2002 in psicologia sperimentale, per motivi familiari ho però dovuto abbandonare immediatamente l'idea della ricerca, per cercare un ambito che mi consentisse di avere subito dopo il tirocinio uno stipendio fisso. Siccome avevo già scelto alcuni opzionali del lavoro, e mi ero laureata in "teoria e tecniche dei test", ho subito pensato alle risorse umane e, dopo un primo semestre di tirocinio all'università, mi sono buttata in una società di consulenza organizzativa che, pur avendomi dato tanto in termini di apprendimento sul campo, non aveva però i fondi per propormi un contratto più lungo di due mesi (ufficialmente però mi hanno retribuita per otto giornate, a 250 euro lordi!).
Quindi presa dallo sconforto, ho trovato - grazie ad OPS- e accettato l'offerta di una collaborazione occasionale con un ente di formazione, in cui svolgevo un ruolo di - poco più che - segreteria. Anche qui ho imparato qualcosa, ma alla fine del progetto in cui ero inserita non avevano altro da farmi fare, se non del telemarketing! Rifiuto l'offerta del telemarketing (per inseguire i miei sogni) per dedicarmi alla scrittura di un libro che avevo iniziato durante il periodo di tirocinio post-lauream, e mi iscrivo ad un master in Risorse Umane dell'Università di Padova che, onestamente, mi potevo risparmiare....
Il lavoro successivo arriva solo dopo 5 mesi, da una società di selezione in cui tuttora lavoro (nonostante ci sia crisi nel settore, quindi presto potrei perdere il mio posto...). Inizio con un contratto a progetto da 500 euro mensili + 80 in buoni pasto, per lavorare 8 ore al giorno... Chiaramente al lordo dei contributi ENPAP!!! Per fortuna, col tempo apprezzano le mie capacità e decidono che "valgo" un po' di più... Ma mentre faccio il master e lavoro otto ore al giorno, maturo la consapevolezza di poter continuare in questo modo solo perchè ho la fortuna di vivere ancora in casa con i miei.... E così per poter conquistare un po' di autonomia, sono costretta a fare un seocndo lavoro serale (anche se per fortuna di tratta di aiutare una collega psicologa del lavoro, quindi almeno mi faccio esperienza)
Dunque: fate attenzione al discorso risorse umane! A me l'ambito piace, e ci credo ancora, ma non è vero che le aziende stanno investendo in questo senso - almeno le PMI del bolognese e dintorni, forse a Milano con le multinazionali le cose vanno meglio - e non è detto che si trovi subito un lavoro ben pagato!
In bocca al lupo a tutti!
Doni