a proposito di educatori... più o meno professionali ;-)
Ciao a tutti :-)
Mi permetto, in tutta umiltà di offrire un breve contributo in questa discussione.
Mi tocca premettere che lavoro nel settore socio-sanitario da più di 15anni e che attualmente opero come consulente, dedicando soprattutto a interventi di sviluppo organizzativo, in particolare (ma non solo) nell'ambito delle organizzazioni educative.
Lo segnalo non per annoiarvi ma per evidenziare che le opinioni e le informazioni che seguiranno saranno, almeno in parte, diverse da quanto è sinora girato: qualche anno in più di esperienza allarga la visione. E, aggiungo, nulla voglio togliere all'importanza delle mail già apparse: ben venga che questo tema venga discusso :-)
Vista il dibattito in corso, trasmetto due brevi info:
- il lavoro dell'educatore in sanità è ben normato è viene previsto il preciso possesso del titolo abilitante triennale, acquisibili nella facoltà di medicina e corrispondente alla classe di laurea 2S, "laurea in educazione professionale". Ne consegue che una ASL non potrà mai bandire un concorso in cui richiede o accetta altri titoli. Se lo fa (e talvolta, per distrazione, è successo) si espone a un ricorso (e lo perde). Operare in sanità senza questo titolo espone a richiami giuridici per abuso di professione.
- il lavoro fuori dalle organizzazioni sanitarie è, almeno a buon senso, coerente il profilo dei laureati in scienze dell'educazione, classe 18. (triennale + specialistica)
Detto questo il mondo del terzo settore (alias associazioni, coop & so on) vive un quadro legislativo molto confuso e con ampi spazi di manovra... e di sfruttamento. Come molti hanno affermato: sembra che tutti possano fare gli educatori. Sembra ma spesso è un navigare nelle norme al limite dell'illegalità, soprattutto in regioni (e sono molte) che da anni (sin dagli '80) hanno robuste normative in cui si definiscono i parametri per il funzionamento dei servizi sociosanitari.
Purtroppo i processi di esternalizzazione dei servizi hanno creato alcune situazioni tra il paradossale e l'inquietante.
Un esempio semplificato: se un servizio è gestito direttamente da una asl ed prevista la presenza di psi, medici, infermieri e ep il titolo è la premessa per l'accesso alla posizione.
La asl può dare in appalto il servizio. A questo punto talvolta nulla cambia (giustamente), altre volte (la maggioranza) mentre per la maggioranza delle professioni il titolo rimane lo stesso per gli ep aumenta la "liberalità" in quanto la dimensione socio-sanitaria dell'educatore è ancora un po' confusa e, soprattutto, non esiste un collegio o un ordine con funzioni di controllo e richiamo. Ed ecco la magia: se un Centro socio educativo per portatori di handicap asl aveva educatori con il titolo sanitario (prima regionale e poi univeristario) ora la coop che lo gestisce non può prender certo un laureato in sociologia sanitaria a fare l'infermiere o il medico ma può scegliere come educatore un laureato in scienze dell'educazione (che in asl non sarebbe m,ai stato accettato in un concorso).
Quando poi i servizi non son strettamente sanitari (a.e. una comunità per minori) lo scenario diventa ancor più variegato. Entro uno scenario legislativo complesso son presenti "buchi" o "interpretabilità" che rendono i giochi ancor più liberi.
A questo punto molto dipende dal contesto territoriali: in regioni dove i laureati in scienze dell'educazione o in psi abbondano si pesca in quel bacino, in altre si passa a lettere, filosofia o ... a qualsiasi altra cosa.
Di certo è di buon senso pensare che se ogni professione richiede una formazione specifica forse è il caso di lasciar fare gli educatori a chi ha studiato qualche annetto per capire un po' meglio in cosa dovrebbe consistere "l'educare". Gli psi hanno dedicato, giustamente, il loro tempo a stadiar psicologia, non metodologia dell'intervento educativo.
Altrettanto comprensibile è, in mancanza di lavoro far ciò che si trova, con però la consapevolezza che forse non è molto "deontologicamente corretto":-)
Lo sottolineo anche perchè spesso ho l'impressione che molte organizzazioni del terzo settore "acquisiscano personale" volendo psi ma inquadrandolo "ep" per ridurre i costi. Il dramma è che sono due lavori diversi e anche aver studiato per anni psicologia dell'età evolutiva non rendere competenti nelle prassi.
Forse potrebbe essere interessante immaginare e praticare delle convergenze tra i bisogni delle due categorie (soprattutto a livello di organizzazioni di rappresentanza). Sovrapposizioni improprie producono solo lo svilimento di tutt'e due i profili e una dequalificazione via via crescente dei servizi.
Mi vien poi da osservare che oggi se uno psi davvero vuole praticare la sua professione (trascuriam la questione: devo avere a tutti i costi un lavoro) iniziare come educatore, per di più sottopagato e svalutato, non predispone a grandi soddisfazioni. Vi invito a non dimenticare che sono diversi: competenze (specifiche e aspecifiche), setting, metodologie, status, retribuzione, etc, etc. Forse qualcuno può essere attratto dal "posto fisso" ma, almeno dal mio piccolo osservatorio, non ne vedo poi così tanti liberi...
Da ultimo, vi prego ;-) , non fatevi fregare dalla questione "vocazione/motivazione": tutte le professioni di aiuto (e quindi sia gli psi che gli ep) devono confrontarsi con queste deu componenti (che, peraltro, i colleghi psi del lavoro ben conoscono). Di fondo nessuna vocazione può sostituire le competenze specialistiche e men che meno può essere richiamata per giustificare meccanismi di sfruttamento economico. La vocazione/motivazione (da solo) può essere il motore di sviluppo per dei volontari, non per dei professionisti.
Nelle coop molti affermano il contrario, certo. Interpretate questo dato come un indicatore di qualità del servizio. Se la tiritera esce un po' troppo spesso, magari per far passare che anche questo mese lo stipendio è in ritardo: scappate in fretta!!! :-)
Se qualcuno desidere approndire il tema "Educazione professionale" visiti il sito www.anep.it oppure sfogli uno degli ormai tanti manuali universitari dedicati a questa area professionale. Se poi volete comprender meglio il quadro delle leggi (e quindi dei meccanismi istituzionali di riferimento) l'unica possibilità è mettersi a studiare di nuovo una disciplina chiamata "Politiche sociali", purtroppo carente nel percorso formativo di psicologia ma inserita in quello degli educatori.
Ultima osservazione: quanto sinora scritto riguarda l'area in cui l'educazione professionale opera, ossia prevalentemente l'extrascolastico. Il mondo della scuola richiederebbe ben altri spazi di approfondimento.
Con estrema cordialità, auguro a tutti di trovare luoghi in cui poter operare con soddisfazione.
Alessandro Reati, psicologo E educatore professionale, docente presso il corso in "educazione professionale" della facoltà di medicina, università degli studi di Milano.