In un articolo del 1929, (Il bambino mal accolto e la sua pulsione di morte), Sàndor Ferenczi, parlando dei bambini che sono (virgolette) ospiti indesiderati nella loro famiglia (virgolette), scrive:
(virgolette) Tutto faceva pensare che questi bambini avessero recepito segni consapevoli o inconsapevoli con cui la madre manifestava il suo rifiuto e la sua impazienza nei loro confronti, e che per questo motivo si fosse prodotta una frattura nella loro volontà di vivere (virgolette)
e più oltre:
(virgolette) Il lattante é molto più vicino alla non-esistenza individuale di quanto non lo sia l'adulto, che ne é separato dall'esperienza della vita. (Š) Si direbbe che sia molto facile che il bambino scivoli spontaneamente all'indietro, verso l'inesistenza. La "forza vitale" che resiste alle difficoltà della vita non é dunque poi così grande alla nascita e, a quanto pare, si consolida solo dopo una progressiva immunizzazione contro i danni fisici e psichici, garantita solo da un trattamento e da un'educazione gestiti con tatto (virgolette) (Ferenczi 1929).
Questi due brani mi sono tornati in mente, leggendo la notizia, data dai giornali, dei ginecologi che asseriscono la necessità di rianimare il feto (anche dopo l'aborto) e anche contro la volontà della madre.
Voglio qui affermare il mio totale rispetto per le opzioni etiche che mettono la sopravvivenza al primo posto, anche se tali opzioni non sono da me condivise.
Vorrei solo avanzare, in totale umilità, un dubbio nelle persone che compiono tale scelta morale: hanno essi piena consapevolezza del tipo di vita che aspetta i sopravvissuti a tale doppia catastrofe, biologica e affettiva? sanno costoro di mettere pesantemente i piedi nel piatto di una relazione delicatissima che dovrebbe partire dal pieno e consapevole desiderio di concepimento, proseguire in una gioiosa relazione madre feto, per poter affrontare nel modo più sereno anche quelle porzioni di dolore e di difficoltà che sono legate alla nascita?
Io non so che cosa una scienza che si scopre oggi alleata della morale cattolica (dico questo con lo stupore di chi constata un fatto insolito, e senza alcun rammarico), sappia garantire ai feti nati in età gestazionale inusitatamente precoce, in termini di qualità della vita: ma può un'autorità esterna sostituirsi al desiderio del legame materno, pretendendo di determinarne la qualità? Si può obbligare qualcuno all'amore? E si può obbligare qualcuno a nascere in un mondo impreparato o indisponibile ad accettarlo?
E' una battaglia di civiltà morale, quella che si vuol combattere, o una proterva affermazione di potere?
A leggere Ferenczi, si ha la sensazione che quanto si sarà voluto impedire prima, sia destinato a compiersi comunque. Ma con quanto maggior dolore?
Gianni Guasto
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dott. Giobatta (Gianni) Guasto
medico chirurgo spec. in psichiatria
psicoterapeuta
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coordinatore di Orpha, gruppo di letture ferencziane, Genova.
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"L'età ormai avanzata mi ha insegnato la rassegnazione di essere Borges" (J. L. Borges)