Mobbing - Ci piace lavorare
Buonasera a tutti!
Sono felicissimo di entrare a far parte di questa Community e mi presento:
mi chiamo Alessandro Gallo, ho 25 anni (tra poco 26), sono uno studente romano laureando in "Scienze della Comunicazione" con una tesi in "Psicologia della Comunicazione" su un argomento tristemente noto ovvero "Il Mobbing" ( violenze e soprusi sul luogo di lavoro, ma tanto lo sapevate già!!:approved:). Sono qui per sapere cosa ne pensate, quale ritenete che sia il movente che spinge l'esecutore di questa terribile pratica a metterla in atto e quale, secondo voi, è invece il processo mentale che spinge spesso la vittima a subire passivamente senza reagire. So che posso creare un dibattito serio e costruttivo in questo spazio..
A presto
Alessandro Gallo :yahoo:
Il Mobbing:
"Il Mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso".
Il Narcisista perverso in una cultura autoritaria
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Nell'ordine, per quel che ne so, direi che le culture organizzative nelle quali dovrebbe essere più probabile la presenza di mobbing potrebbero essere :
1) cultura paternalistico clientelare
2) cultura autoritaria
3) (ma forse a pari merito con 2) cultura burocratica
4) cultura tecnocratica
5) cultura cooperativa
Ma tieni conto del fatto che il mio è il punto di vista di uno psicologo clinico che legge la realtà sulla base delle teorie psicoanalitiche.
Da questo punto di vista, il mobbing potrebbe essere anche innescato dal fatto che il mobber non sia in grado di riconoscere la propria sofferenza; sofferenza derivante dall'inevitabile scarto esistente tra ideale e realtà nel lavoro. Se questa sofferenza non viene riconosciuta, è possibile che venga proiettata all'esterno. Questo punto di vista è sostenuto da alcuni autori francesi (in particolare Christophe Dejours e Marie Grénier-Pézé, ai quali ti rimando) che hanno fondato una branca dell'analisi del lavoro su basi psicodinamiche nota come "psychopathologie et psychodynamique du travail".
Di fondo, l'ipotesi è che il malessere collegato al mondo del lavoro, nelle sue varie forme, derivi in primo luogo dal non riconoscimento del fatto che il lavoro reale (e l'organizzazione reale del lavoro) è profondamente differente dal lavoro ideale (e dall'organizzazione ideale del lavoro) cui fanno riferimento le norme aziendali, i piani di qualità e gli organigrammi. E' un'ipotesi che ritengo interessante, Magari voi siete di parere differente. Fatemi sapere.
Buona vita
Guglielmo
P.S.: Piccola bibliografia di riferimento
Dejours, Christophe: Travail , usure mentale Centurion/Bayard Editions, 2000
La France malade du travail Bayard Editions, 1995
Le Facteur humain PUF, 1999
Drida M., Engel E., Litzenberger M., 1999, « Du harcèlement ou la violence discrète des relations de travail », Actes
du 2ème CIPPT, Paris.
Grenier-Peze M, 2000. Le harcèlement moral : approche psychosomatique, psychodynamique, thérapeutique. Le
Droit Ouvrier.
Grenier-Pezé M; Soula M.C., Sandret N., Bouaziz P., Roche C., Imbeaux M. La maltraitance dans les relations de
travail: prise en charge pluridisciplinaire. Le Concours Médical, Octobre 2001.
Grenier-Peze M, 2000 : Contrainte par corps : le harcèlement moral ; Travail Genres et sociétés. Dossier :
harcèlement et violence, les maux du travail. Mai 2001
Hirigoyen M-F, 1998, Le harcèlement moral, Syros, Paris
Carissimo Willy,
ringraziandoti per il tuo intervento che ho molto gradito, mi accingo a risponderti, anche se sono provato dalla scrittura della parte della mia tesi dedicata alle "dinamiche di conflitto" che creano un terreno fertile per lo svilupparsi delle dinamiche di Mobbing (mi sono scelto un argomento prostrante, statemi vicino...:argh:):
Dunque, credo che stabilire una classifica in merito alle "culture organizzative" più a "rischio Mobbing" sia davvero difficile perchè ognuno tende a strutturarla secondo il proprio vissuto personale o secondo le proprie opinioni, mentre si dovrebbe cercare di analizzare al meglio, dati alla mano, l'incidenza statistica di ogni "cultura organizzativa" nelle casistiche di Mobbing. La situazione da paese a paese è molto variegata ma posso dirti che qui in Italia l'incidenza più alta la possiede la cultura autoritaria dato che, in una cultura organizzativa in cui è necessario assoggetarsi alla "venerazione incondizionata di un capo", il Mobbing trova condizioni favorevoli oer prosperare grazie alla crisi latente e continuativa che causa un eleavto livello di disoccupazione e, conseguentemente, un'altissima paura da parte dei lavoratori di perdere il posto di lavoro. In questa situazione la pressione che il datore di lavoro ha la possibilità di esercitare sul dipendente con la minaccia di licenziamento diventa facilmente uno strumento di "Mobbing pianificato".
Di certo anche la cultura paternalistica e burocratica sono fortemente a rischio ma forse più in altri paesi che qui in Italia.
Quanto al movente che spingerebbe un superiore a compiere Mobbing contro un suo sottoposto, mi piacerebbe tantissimo poter sposare la tua tesi secondo la quale questi sarebbe semplicemente deluso dalle aspettative nei confronti del suo staff ma, ahimè, non credo sia così, almeno qui in Italia. Ciò che spinge un superiore a mobbizzare un sottoposto è riconducibile a svariati tipi di dinamica:
- a volte un superiore può semplicemente percepire la sua inferiorità rispetto ad un suo sottoposto che con la sua bravura e con le sue capacità potrebbe mettere in evidenza l'inadeguatezza del suo superiore a rivestire un ruolo così importante e, per questo, arrivare a mobbizzarlo;
- oppure, in un riassetto societario orientato verso uno svecchiamento delle procedure di lavoro, un superiore potrebbe mobbizzare un suo sottoposto per indurlo ad andaresene e rimpiazzarlo con un altro più giovane e al passo con i tempi;
- oppure, caso più frequente, il sottoposto è inviso ad un superiore per le sue credenze politiche, religiose (...) o anche più banalmente per la sua bella personalità e così viene preso di mira in modo irrazionale e con un accanimento che può raggiungere picchi di follia impressionanti; quest'ultima tipologia di Capo è stata ricondotta dalla vittimologa Marie- France Hirigoyen alla tipologia umana del "narcisista perverso" ovvero colui che: schiavo delle sue manie di onnipotenza, assorbito da fantasie di potere e successo illimitati, smanioso dell'ammirazione altrui, convinto che tutto gli sia dovuto in virtù di questa sua presunta superiorità, incapace di immedesimarsi con gli altri e attanagliato dall'invidia per i successi altrui, "scarica sulla sua vittima il dolore che non è capace di sentire e le contraddizioni interne che rifiuta di prendere in considerazione, in un transfert del dolore che gli permette di valorizzarsi a spese dell'altro".
Cosa ne pensate? :Ops:
Cari Saluti
Alessandro Gallo :yahoo:
Il Narcisista perverso in una cultura autoritaria
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Nell'ordine, per quel che ne so, direi che le culture organizzative nelle quali dovrebbe essere più probabile la presenza di mobbing potrebbero essere :
1) cultura paternalistico clientelare
2) cultura autoritaria
3) (ma forse a pari merito con 2) cultura burocratica
4) cultura tecnocratica
5) cultura cooperativa
Ma tieni conto del fatto che il mio è il punto di vista di uno psicologo clinico che legge la realtà sulla base delle teorie psicoanalitiche.
Da questo punto di vista, il mobbing potrebbe essere anche innescato dal fatto che il mobber non sia in grado di riconoscere la propria sofferenza; sofferenza derivante dall'inevitabile scarto esistente tra ideale e realtà nel lavoro. Se questa sofferenza non viene riconosciuta, è possibile che venga proiettata all'esterno. Questo punto di vista è sostenuto da alcuni autori francesi (in particolare Christophe Dejours e Marie Grénier-Pézé, ai quali ti rimando) che hanno fondato una branca dell'analisi del lavoro su basi psicodinamiche nota come "psychopathologie et psychodynamique du travail".
Di fondo, l'ipotesi è che il malessere collegato al mondo del lavoro, nelle sue varie forme, derivi in primo luogo dal non riconoscimento del fatto che il lavoro reale (e l'organizzazione reale del lavoro) è profondamente differente dal lavoro ideale (e dall'organizzazione ideale del lavoro) cui fanno riferimento le norme aziendali, i piani di qualità e gli organigrammi. E' un'ipotesi che ritengo interessante, Magari voi siete di parere differente. Fatemi sapere.
Buona vita
Guglielmo
P.S.: Piccola bibliografia di riferimento
Dejours, Christophe: Travail , usure mentale Centurion/Bayard Editions, 2000
La France malade du travail Bayard Editions, 1995
Le Facteur humain PUF, 1999
Drida M., Engel E., Litzenberger M., 1999, « Du harcèlement ou la violence discrète des relations de travail », Actes
du 2ème CIPPT, Paris.
Grenier-Peze M, 2000. Le harcèlement moral : approche psychosomatique, psychodynamique, thérapeutique. Le
Droit Ouvrier.
Grenier-Pezé M; Soula M.C., Sandret N., Bouaziz P., Roche C., Imbeaux M. La maltraitance dans les relations de
travail: prise en charge pluridisciplinaire. Le Concours Médical, Octobre 2001.
Grenier-Peze M, 2000 : Contrainte par corps : le harcèlement moral ; Travail Genres et sociétés. Dossier :
harcèlement et violence, les maux du travail. Mai 2001
Hirigoyen M-F, 1998, Le harcèlement moral, Syros, Paris
Carissimo Willy,
ringraziandoti per il tuo intervento che ho molto gradito, mi accingo a risponderti, anche se sono provato dalla scrittura della parte della mia tesi dedicata alle "dinamiche di conflitto" che creano un terreno fertile per lo svilupparsi delle dinamiche di Mobbing (mi sono scelto un argomento prostrante, statemi vicino...):
Dunque, credo che stabilire una classifica in merito alle "culture organizzative" più a "rischio Mobbing" sia davvero difficile perchè ognuno tende a strutturarla secondo il proprio vissuto personale o secondo le proprie opinioni, mentre si dovrebbe cercare di analizzare al meglio, dati alla mano, l'incidenza statistica di ogni "cultura organizzativa" nelle casistiche di Mobbing. La situazione da paese a paese è molto variegata ma posso dirti che qui in Italia l'incidenza più alta la possiede la cultura autoritaria dato che, in una cultura organizzativa in cui è necessario assoggetarsi alla "venerazione incondizionata di un capo", il Mobbing trova condizioni favorevoli oer prosperare grazie alla crisi latente e continuativa che causa un eleavto livello di disoccupazione e, conseguentemente, un'altissima paura da parte dei lavoratori di perdere il posto di lavoro. In questa situazione la pressione che il datore di lavoro ha la possibilità di esercitare sul dipendente con la minaccia di licenziamento diventa facilmente uno strumento di "Mobbing pianificato".
Di certo anche la cultura paternalistica e burocratica sono fortemente a rischio ma forse più in altri paesi che qui in Italia.
Quanto al movente che spingerebbe un superiore a compiere Mobbing contro un suo sottoposto, mi piacerebbe tantissimo poter sposare la tua tesi secondo la quale questi sarebbe semplicemente deluso dalle aspettative nei confronti del suo staff ma, ahimè, non credo sia così, almeno qui in Italia. Ciò che spinge un superiore a mobbizzare un sottoposto è riconducibile a svariati tipi di dinamica:
- a volte un superiore può semplicemente percepire la sua inferiorità rispetto ad un suo sottoposto che con la sua bravura e con le sue capacità potrebbe mettere in evidenza l'inadeguatezza del suo superiore a rivestire un ruolo così importante e, per questo, arrivare a mobbizzarlo;
- oppure, in un riassetto societario orientato verso uno svecchiamento delle procedure di lavoro, un superiore potrebbe mobbizzare un suo sottoposto per indurlo ad andaresene e rimpiazzarlo con un altro più giovane e al passo con i tempi;
- oppure, caso più frequente, il sottoposto è inviso ad un superiore per le sue credenze politiche, religiose (...) o anche più banalmente per la sua bella personalità e così viene preso di mira in modo irrazionale e con un accanimento che può raggiungere picchi di follia impressionanti; quest'ultima tipologia di Capo è stata ricondotta dalla vittimologa Marie- France Hirigoyen alla tipologia umana del "narcisista perverso" ovvero colui che: schiavo delle sue manie di onnipotenza, assorbito da fantasie di potere e successo illimitati, smanioso dell'ammirazione altrui, convinto che tutto gli sia dovuto in virtù di questa sua presunta superiorità, incapace di immedesimarsi con gli altri e attanagliato dall'invidia per i successi altrui, "scarica sulla sua vittima il dolore che non è capace di sentire e le contraddizioni interne che rifiuta di prendere in considerazione, in un transfert del dolore che gli permette di valorizzarsi a spese dell'altro".
Cosa ne pensate? :Ops:
Cari Saluti
Alessandro Gallo :yahoo:
p.s. Willy grazie per la Bibliografia, ne farò tesoro.
il capo che fa mobbing al suo sottoposto
secondo me può avere motivi personali o di gestione del personale. Nel primo caso può essere banalmente invidioso nei confronti del suo sottoposto, ad esempio: il sottoposto ha una macchina più bella e più costosa, una casa più grande, forse anche più soldi.Il secondo motivo è quello del controllo del gruppo: indirizzando la propria aggressività verso un soggetto, in quel momento vulnerabile,esercita il potere senza apparenti rischi di conseguenze e si dà, in un certo senso, il placet ad infierire su quella persona, in modo da rafforzare la coesione del gruppo
Citazione:
Originalmente inviato da
Alessandro.G
Carissimo Willy,
ringraziandoti per il tuo intervento che ho molto gradito, mi accingo a risponderti, anche se sono provato dalla scrittura della parte della mia tesi dedicata alle "dinamiche di conflitto" che creano un terreno fertile per lo svilupparsi delle dinamiche di Mobbing (mi sono scelto un argomento prostrante, statemi vicino...:argh:):
Dunque, credo che stabilire una classifica in merito alle "culture organizzative" più a "rischio Mobbing" sia davvero difficile perchè ognuno tende a strutturarla secondo il proprio vissuto personale o secondo le proprie opinioni, mentre si dovrebbe cercare di analizzare al meglio, dati alla mano, l'incidenza statistica di ogni "cultura organizzativa" nelle casistiche di Mobbing. La situazione da paese a paese è molto variegata ma posso dirti che qui in Italia l'incidenza più alta la possiede la cultura autoritaria dato che, in una cultura organizzativa in cui è necessario assoggetarsi alla "venerazione incondizionata di un capo", il Mobbing trova condizioni favorevoli oer prosperare grazie alla crisi latente e continuativa che causa un eleavto livello di disoccupazione e, conseguentemente, un'altissima paura da parte dei lavoratori di perdere il posto di lavoro. In questa situazione la pressione che il datore di lavoro ha la possibilità di esercitare sul dipendente con la minaccia di licenziamento diventa facilmente uno strumento di "Mobbing pianificato".
Di certo anche la cultura paternalistica e burocratica sono fortemente a rischio ma forse più in altri paesi che qui in Italia.
Quanto al movente che spingerebbe un superiore a compiere Mobbing contro un suo sottoposto, mi piacerebbe tantissimo poter sposare la tua tesi secondo la quale questi sarebbe semplicemente deluso dalle aspettative nei confronti del suo staff ma, ahimè, non credo sia così, almeno qui in Italia. Ciò che spinge un superiore a mobbizzare un sottoposto è riconducibile a svariati tipi di dinamica:
- a volte un superiore può semplicemente percepire la sua inferiorità rispetto ad un suo sottoposto che con la sua bravura e con le sue capacità potrebbe mettere in evidenza l'inadeguatezza del suo superiore a rivestire un ruolo così importante e, per questo, arrivare a mobbizzarlo;
- oppure, in un riassetto societario orientato verso uno svecchiamento delle procedure di lavoro, un superiore potrebbe mobbizzare un suo sottoposto per indurlo ad andaresene e rimpiazzarlo con un altro più giovane e al passo con i tempi;
- oppure, caso più frequente, il sottoposto è inviso ad un superiore per le sue credenze politiche, religiose (...) o anche più banalmente per la sua bella personalità e così viene preso di mira in modo irrazionale e con un accanimento che può raggiungere picchi di follia impressionanti; quest'ultima tipologia di Capo è stata ricondotta dalla vittimologa Marie- France Hirigoyen alla tipologia umana del "narcisista perverso" ovvero colui che: schiavo delle sue manie di onnipotenza, assorbito da fantasie di potere e successo illimitati, smanioso dell'ammirazione altrui, convinto che tutto gli sia dovuto in virtù di questa sua presunta superiorità, incapace di immedesimarsi con gli altri e attanagliato dall'invidia per i successi altrui, "scarica sulla sua vittima il dolore che non è capace di sentire e le contraddizioni interne che rifiuta di prendere in considerazione, in un transfert del dolore che gli permette di valorizzarsi a spese dell'altro".
Cosa ne pensate? :Ops:
Cari Saluti
Alessandro Gallo :yahoo:
Mobbing: se lo subisci una volta poi ne sei immune (?).
non so perchè sia capitato a me, forse è stata una casualità, forse no. scusate se vi ho tediato ma ho colto l'occasione per raccontare questo fatto che per me è stato molto importante.[/QUOTE]
Cara Nuryel 78,
io credo che il tuo sia un caso lampante di Mobbing anche se, come tu ben sai, questo fenomeno, allo stadio inziale, attecchisce in modo particolarmente violento su personalità particolarmente volubili (e con questo termine non intedo dire "incapaci" ma semplicemente "incapaci di difendersi" come una persona con una soglia di difesa alta). H.Leymann, uno dei principali teorici del Mobbing, ha provato a definire il ruolo del tempo nel Mobbing ed ha sancito che, attacchi ripetuti e violenti, possano reputarsi Mobbing qualora si ripetano, almeno una volta a settimana, per un arco temporale di almeno 6 mesi. In questa affermazione è stato smentito da molti teorici, ad esempio H.Ege ha, giustamente a mio parere, dichiarato che non si può rinchiudere il fenomeno del Mobbing in schemi temporali fissi dato che, sei mesi di attacchi con cadenza di 1 volta a settimana, possono essere benissimo paragonati, per intensità ed effetti, a 3 mesi con cadenza di più volte a settimana. Non c'è una regola matematica per decidere se è Mobbing o no, ma le tue sintomatologie sono quelle tipiche del Mobbing e, l'escalation di vessazioni che ti è stata inflitta, parla chiaro. Ti consiglio solo di imparare a difenderti meglio in futuro qualora ti dovesse ricapitare (e mi auguro di no), perchè nessuno deve essere ridotto a prendere "xanax" per mesi, nessuno deve essere soccorso dalla croce rossa perchè ha avuto un collasso, nessuno ha il diritto di chiamare qualcun'altro e mettere in discussione le sue doti come ha fatto quella crsitina di cui ci parli...So che è difficile ribellarsi mentre lo si vive perchè ci si chiede continuamente se "il problema, magari, non siamo noi e i nostri limiti", ma questa è la diabolica e ben studiata metodologia che gli esecutori del Mobbing adottano per manipolarci meglio e, una volta che ne abbiamo scoperto i meccanismi sta a noi, da quel momento in poi, non caderci più...e per sempre.
Un caro saluto e non dimenticare mai quello che ci hai raccontato perchè oggi è la tua risorsa più grande per difenderti.
Ale G :respekt:
Le conseguenze per: il mobbizzato
Ragazzi mi scuso per l'assenza di qualche giorno ma avevo bisogno di raccogliere le idee... :rolleyes:
Nel frattempo ho potuto lavorare sul capitolo dedicato alle "conseguenze del Mobbing" su "mobbizzato", "società", "aziende" e "mobber"; di seguito riporto ciò che ho scritto finora sulle conseguenze per il Mobber..
Aspetto i vostri preziosi commnenti e le vostre preziose integrazioni! :Ops:
Grazie come sempre, un caro saluto :yahoo:
Ale G
“Fattori di natura personale associati al contesto sociale ed economico in cui opera la vittima, possono contribuire a renderla più o meno vulnerabile agli attacchi ripetuti del mobber”. H.Ege, sempre sulla scia della sua teorizzazione del concetto di “guerra sul lavoro”, ha elaborato un’interessante analogia tra la sintomatologia espressa nel Mobbing, soprattutto nella fase finale del processo, e quella manifestata dai reduci del Vietnam: “le difficoltà di relazione e di reinserimento nella società da parte di questi ultimi sono simili alle difficoltà sociali e di reintegro in nuovi contesti professionali affrontati dalle vittime del Mobbing”. La guerra può produrre nevrosi tipiche i cui effetti sono rappresentati da: “disturbi vegetativi, sensoriali, motori e soprattutto psicologici, quali l’irritabilità, gli stati ansiosi, la riduzione delle disposizioni affettive, una sfiducia di base ed una concezione di sé rispetto al mondo alterata”; nel Mobbing “la guerra è psicologica, logora i nervi e distrugge lentamente l’individuo: non si combatte con le armi, non si muore materialmente ma il proprio equilibrio psichico è gravemente compromesso”. La sofferenza arrecata alla vittima dalla natura dei comportamenti adottati nel Mobbing, è di certo amplificata dalla frequenza delle vessazioni e degli intrighi e dai fattori contestuali legati alle dinamiche di potere e alle interazioni umane. Inoltre, il ruolo centrale del lavoro nella realizzazione personale di un individuo, rende ancora più difficile per il mobbizzato tollerare i maltrattamenti che, costretto a subire, minano irreversibilmente un sistema interiore di valori consolidatosi in lui già da tempo. Alla base del Mobbing compaiono evidenti sentimenti distruttivi per cui, la vittima del Mobbing, sarà costretta a subire conseguenze di una certa entità, principalmente su un piano economico, sociale, psichico e medico
Per quanto riguarda le difficoltà economiche, le conseguenze sullo stato psicofisico della vittima, comportano la necessità per la stessa di sottoporsi a visite mediche specialistiche, cure farmacologiche e sedute psicanalitiche molto costose; inoltre, qualora il Mobbing sfoci nella perdita del posto di lavoro, il venir meno per la vittima della retribuzione fissa mensile percepita di consueto, indispensabile per la sopravvivenza sua e dei suoi congiunti non indipendenti economicamente, alimenterebbe in lei un devastante senso di impotenza e di umiliazione.
Le conseguenze sociali, invece, sussistono nel crollo della propria immagine sociale e nella perdita di colleghi, collaboratori o amici, stanchi di sopportare l’umore depressivo della vittima; difatti oltre alle difficoltà di comunicazione che si trova ad affrontare il mobbizzato sul luogo di lavoro, un luogo divenuto ormai per lui ostile e minaccioso, sembrano pesare in maniera determinante anche i problemi relazionali all’interno della famiglia: “nido un tempo sicuro e confortevole tramutatosi a sua volta in un luogo nemico che rigetta un suo componente fondamentale per difendersi da esso”. Il fenomeno del “doppio Mobbing”, elaborato da H.Ege e già trattato precedentemente, evidenzia come la famiglia sostenga inizialmente il mobbizzato per poi abbandonarlo al suo destino, una volta che le sue stesse energie siano esaurite; l’intero mondo relazionale della vittima è coinvolto: il mobbizzato crede di essere marchiato a vita da un’onta indelebile che risalterà agli occhi di chiunque come un segno distintivo del suo vissuto personale, la convinzione di essere lui stesso la causa dei suoi mali comporta una perdita totale dell’autostima e delle aspettative di successo nei rapporti interpersonali e, questi due fattori, lo portano a ripiegarsi su se stesso isolandosi totalmente. Inoltre, secondo lo studioso H.Leymann, le vittime avrebbero anche scarse possibilità di reinserirsi professionalmente in quanto: “gli antecedenti sono visibili sul curriculum vitae e diviene difficile per la vittima nascondere le tracce del trattamento impostogli e le conseguenze psichiche che lo hanno riguardato”.
In merito alle conseguenze psichiche e mediche, la vittima di Mobbing presenta una lunga serie di disturbi, somatizzazioni e malattie che spesso diventano cronici ed irreversibili. I danni alla salute consistono usualmente in: sintomi da pressione psicologica (mal di testa, svenimenti, capogiri), difficoltà di memoria o di concentrazione, disturbi del sonno, problemi delle funzioni gastriche e digestive, dolori muscolari, sintomi di nervosismo, depressione, ansia ed attacchi di panico.
Gli effetti sono quelli tipici del PTSD (disturbo post traumatico da stress) e DDA (disturbo dell’adattamento):
- il PTSD è definito nel DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali) come: “variante dei disturbi d’ansia caratterizzato dalla sperimentazione di uno stato d’animo di particolare risonanza affettiva evocato da eventi estremamente traumatizzanti di cui il soggetto sia vittima, testimone o da cui risulti comunque coinvolto (lutto, aggressione violenta, calamità naturali, disastri stradali, ferroviari, Mobbing, etc.). La sintomatologia si caratterizza per l’esistenza di un ricordo invasivo, un flashback, attraverso il quale un soggetto rivive l’evento traumatizzante accompagnato da attenuazione della responsività, da ridotto coinvolgimento verso il mondo esterno, da disturbi neurovegetativi, disforici e/o cognitivi, da tendenza ad evitare attività o situazioni che possano ricordare il trauma, da insonnia”; effetti tipici del PSTD sono: “la presenza di fenomeni di iperallerta, pensiero ossessivo sulle problematiche professionali (incubi frequenti), comportamenti di evitamento tendenti ad allontanare ogni situazione che ricordi il problema, disturbi d’ansia e depressivi”; il DSM IV specifica l’intensità del disturbo post-traumatico da stress in: “acuto” (la durata dei sintomi è inferiore ai tre mesi), “cronico” (la durata dei sintomi è di tre mesi o più), ad “esordio ritardato” (l’esordio dei sintomi si verifica almeno sei mesi dopo l’evento stressante);
- il DDA è definito nel DSM IV come: “un disturbo connotato dallo svilupparsi di sintomi emotivi o comportamentali clinicamente significativi in risposta ad uno o più fattori psicosociali stressanti identificabili”; elementi caratteristici del DDA sono: “un fattore di rischio di intensità e durata inferiori a quelle del PSTD, ansia e depressione”; dalle percentuali sui casi sembra che la diagnosi di disturbo dell’adattamento sia più frequente nei casi di Mobbing.
L’essere sottoposto ad attacchi continui e sistematici nel tempo induce ad uno stato di stress intenso, l’organismo tenta di rispondere attingendo il più possibile alle proprie risorse energetiche, ma a lungo andare queste energie si esauriscono, lasciando il posto ad un disagio sempre più profondo e a disturbi di varia natura (anche di carattere psicosomatico); “il soggetto mobbizzato si ritrova a gestire una sofferenza che interessa tutto il suo essere ove le sintomatologie fisica e psicologica appaiono strettamente interrelate: difficoltà di respiro, palpitazioni, disturbi del sonno, nervosismo, senso di affaticamento, angoscia continua, crisi di pianto, dolori muscolari, funzioni gastriche e digestive irregolari, alterazioni del peso combinati con sentimenti di umiliazione, perdita della fiducia in se stessi, riduzione del livello di autostima, manifestazioni depressive”. La conseguenza estrema del Mobbing spesso è la decisione per la vittima, in preda ad una forte depressione o ad un esaurimento nervoso serio, che l’unica via di uscita plausibile sia il suicidio; S.Riguzzi afferma che: “il suicidio non è affatto un epilogo raro, in Svezia un suicidio su sei è causato dal Mobbing e, secondo le prime ricerche effettuate in Italia, il Mobbing è anche nel nostro paese la causa di una percentuale di suicidi che oscilla tra il 10% ed il 20% di quelli annui”.
Di seguito riporto i principali disturbi psicosomatici associati al Mobbing: bulimia, bruciori di stomaco, problemi gastrici, ulcera (apparato digerente); mancanza di fiato, problemi di respirazione, senso di oppressione (apparato respiratorio); dolori muscolari, senso di debolezza alle gambe, sudorazione, tremore (arti); cefalea muscolo-tensiva, cervicale, mal di schiena (collo-spalle); infarto del miocardio, palpitazioni, tachicardia (cuore); annebbiamento temporaneo della vista, dermatosi (occhi); disturbi cutanei, psoriasi (pelle); calo difese dell’organismo (sistema immunitario);
Le conseguenze per l'azienda
Ragazzi ecco il Post sulle conseguenze per l'azienda...Fatemi sapere cosa ne pensate e se volete integrate con il vostro materiale! Io continuo a scrivere ma a volte è davvero dura: sono disorientato dalla quantità di diramazioni argomentative che potrei intraprendere e quindi sto cercando di fare un piano mentale (e scritto) dello sviluppo del discorso per non renderlo nè troppo dispersivo nè troppo circoscritto! Speriamo alla fine venga fuori un'opera completa ed esaustiva...:P
Vi saluto forte! :yahoo:
Alessandro
Le conseguenze per l’azienda
Il Mobbing ha conseguenze disastrose anche per le organizzazioni e non solo dal punto di vista economico: gli effetti negativi si esplicitano nella riduzione dell’efficacia produttiva, nell’alterazione del clima organizzativo e dell’immagine “sociale”. Per quanto riguarda i “danni economici” per le aziende in Italia, una valutazione dell’Organizzazione del lavoro, stima che il costo totale annuo di un processo di Mobbing in un’azienda di circa 1000 dipendenti raggiunga i 150.000 euro; invece negli Stati Uniti, secondo una stima dell’Ufficio Internazionale del lavoro effettuata nel 1998, si prevedono perdite di circa 200 milioni di dollari per le imprese sottoposte a tali situazioni; infine citiamo la Germania dove, alcune ricerche, hanno evidenziato che un lavoratore mobbizzato rappresenta un costo per le aziende variabile in un anno tra i 25.000 euro ed i 75.000 euro . Al di là delle statistiche appena elencate, un caso di Mobbing determina gravi costi aziendali dato che, il più delle volte, le cattive condizioni psicofisiche in cui si trova la vittima rendono necessario sostituirla, con nuove risorse umane da formare, per periodi più o meno lunghi e raddoppiano i costi della singola unità lavorativa azzerando la sua produttività (la copertura retributiva e contributiva del periodo di malattia non è compensata da una forza-lavoro operativa). Quando poi si rilevano danni permanenti alla salute, il mobbizzato è costretto al pre-pensionamento in età relativamente giovane e, questo, comporta un costo davvero notevole per l’azienda; un discorso analogo va fatto, ovviamente, per le spese legali e processuali a carico dell’azienda qualora i conflitti sfocino in cause di lavoro, e per i costi sociali a carico della sanità pubblica in caso di degenerazione del disagio verso malattie professionali.
Analizziamo ora l’incidenza del Mobbing sulla “diminuzione della produttività” in azienda: immaginiamo come possa sentirsi un soggetto sottoposto quotidianamente ad un processo di “svalorizzazione” che, non avendo piena consapevolezza di quello che gli sta accadendo, continui a disperdere le poche energie a disposizione in un’attività che non lo gratifica più da un punto di vista professionale ed emotivo. Secondo I.Corradini: “giorno dopo giorno lo stress diviene sempre più intenso, correlandosi ad una diminuzione del livello di concentrazione nelle proprie attività e questo aspetto, associato alla richiesta di periodi di riposo frequenti, determinerebbe una riduzione del tempo dedicato al lavoro e per l’azienda si tradurrebbe in un calo di produttività”; “la vittima non riuscirebbe più a lavorare con la stessa efficacia ed i cali di prestazione possono raggiungere addirittura l’80% delle capacità lavorative individuali ”. Discorso analogo, ma da una prospettiva diversa, va fatto per il mobber che, impiegando gran parte del suo tempo e delle sue energie per “progettare strategie persecutorie e sabotaggi finalizzati a far commettere al malcapitato degli errori visibili all’azienda”, sottrae tempo prezioso all’impiego delle sue energie per un’ottimizzazione della produttività .
Passiamo ora all’analisi del “danno all’assetto organizzativo”: l’inasprimento delle relazioni interpersonali nell’ambiente di lavoro crea un’alterazione del clima organizzativo, inteso come spazio “emozi onale” all’interno del quale la forza lavoro esprime emozioni, sensazioni e percezioni e può effettuare una valutazione delle caratteristiche dell’organizzazione in cui opera; a seguito di un processo di Mobbing, si determina un’alterata percezione di tale spazio e, la quotidianità degli ambienti di lavoro, assume connotazioni diverse: “atteggiamenti ostili, sospensione della cordialità, battute pungenti, tendenza all’esclusione, difficoltà ad instaurare una conversazione amichevole ” sono solo alcuni esempi delle conseguenze di questo fenomeno sul microclima aziendale. Anche gli addetti ad altre mansioni, essendo coinvolti nel medesimo procedimento produttivo del collega che ha subito Mobbing ed essendo in sinergia con lui, risentono indirettamente del suo stato di insoddisfazione e di inefficienza. Una volta che le difficoltà comunicative hanno raggiunto il loro picco, ristabilire un equilibrio richiede un notevole investimento in termini di energia e soprattutto di capacità di valutazione obiettiva dell’accaduto, dato che spesso “il mobbizzato viene additato come un opportunista che cerca di giustificare la sua tendenza spregiudicata al lassismo ”.
Il “danno sociale” per l’azienda, infine, consiste nella perdita di immagine che l’azienda può subire sul mercato in seguito alla divulgazione di fatti discriminatori nei confronti di dipendenti o ex dipendenti che, per primi, scontenti delle condizioni in cui svolgono o svolgevano la propria attività, possono esprimere nei loro discorsi in altri ambienti un giudizio fortemente negativo sull’azienda in cui sono o erano impiegati. La cosiddetta dinamica del “passaparola” può così innescarsi molto facilmente e, come ben si sa, il più delle volte ciò che viene divulgato da persona a persona è probabile anche che venga, consapevolmente meno, alterato o enfatizzato per fargli assumere ancora più rilevanza. E’ necessario considerare tutte le “spese non misurabili” che derivano dall’insoddisfazione dei clienti determinata dal cattivo comportamento del lavoratore che incontra il pubblico o da un difetto di fabbricazione di un prodotto indotto dalla degenerazione qualitativa dell’operato del lavoratore . In una società basata sull’immagine, qualora si creino le condizioni sopraelencate, le conseguenze in termini di visibilità sul mercato per le aziende sarebbero disastrose ed “il processo di riequilibrio richiederebbe tempo e capacità di intervento specifiche ”