coinvolgimento del clinico
Ciao a tutti, vorrei riflettere con voi su un tema che secondo me è molto importante nella pratica clinica.
Spesso mi è capitato di pensare al coinvolgimento del clinico nei casi trattati.
Partendo dal presupposto che lo psicologo è un essere umano con le sue debolezze, la sua vita interiore, le sue sofferenze e anche i suoi problemi, mi capita di pensare a come sia possibile non immedesimarsi e quindi coinvolgersi (con il rischio di non essere obiettivi) in casi che magari rimandano a proprie esperienze di vita o ricordi.
Dal momento che penso che la sofferenza sia comprensibile solo agli occhi di chi l'ha vissuta con una sensibilità particolore, e questo penso sia comune nella maggioranza degli psicologi, credo che ci voglia veramente esperienza e una certa dose anche di freddezza per trattare "cose" che sono all'interno di noi come esseri umani, come analizzabili e diagnosticabili.
Cosa ne pensate?
Coinvolgimento del clinico
Esiste l'obiettività? L'obiettività è una costruzione sociale, come tutto il resto. Si osserva con filtri che selezionano della realtà ciò che si è predisposti a vedere (Von Foerster, Oikos, 1990).
Credo che non si possa curare senza capire, nè capire senza immedesimarsi. Immagino sia come un passare dal triangolo al cerchio, dal punto di vista del paziente ad uno decentrato, patendo insieme a lui e distaccandosene per trovare nuovi punti di vista da proporgli, nuove soluzioni che ristrutturino il problema.
Non si può pretendere di curare senza amare, almeno secondo me. E non si può pretendere che esista una normalità, un modo di funzionare non è sano o malato, ma accettato o non accettato, compatibile con il consesso sociale o meno.
Re: coinvolgimento del clinico
Citazione:
Originariamente postato da Len
Spesso mi è capitato di pensare al coinvolgimento del clinico nei casi trattati.
Solo chi ode e non ascolta
non si coinvolge
solo chi vede e non scruta
non si coinvolge
...il resto è empatia!
Durante il tirocineo mi capitò un paziente di circa 55 anni ..apparentemente non aveva nulla a che spartire con me....un giorno andai dalla mia tutor e le raccontai di essere stata sul punto di commuovermi, dopo aver fatto 2 chiacchiere con lui...
Le dissi che forse non ero in grado di fare queto lavoro...ecc...
la sua risposta fu schietta e mi fece riflettere:
"...sai agli inizi...quanti pianti mi sono fatta io???!!!"
Cmq...in questo lavoro, la maggior parte di noi è seguita da un supervisore...e per come la vedo io sarebbe sciocco non avere un punto di riferimento tale.
Il rischio di empatizzare troppo, con gli anni si veste di burn out...mai sottovalutarlo!!!
Re: Domanda per Almaserena
Citazione:
Originariamente postato da Eowin
Ho letto il tuo intervento e mi è parso di cogliere un certo stupore di fronte ad un tuo moto di umana commozione di fronte ad un paziente, correggimi se sbaglio.
Ho letto anch'io il tuo intervento e visto che volevi essere corretta eccomi qui pronta a spiegerti il mio punto di vista...
sperando che davvero ti interessi, considerato il tono sentenzioso e sarcastico che, in molti interventi ti distingue , o almeno che io ho così percepito!!!
Intanto l'essere stata sul punto di commuovermi e aver riferito alla mia tutor l'episodio, non significa che abbia provato "stupore per un moto di umana commozione"come tu dici!
Infatti non mi sono meravigliata di me in quanto individuo sensibile e alle prime armi, piuttosto (e quello che segue avrei voluto sinceramente evitare di scrivere, in quanto non trovo deontologicamente corretto riportarti l'intera cartella clinica di "Giovanni") la mia commozione nasceva dal fatto che questa persona si trova sotto le "indicazioni e le cure" del Servizio da circa 25 anni senza aver mai mostrato il minimo miglioramento. Riferire alla mia tutor che avevo seri dubbi sul mio futuro lavoro comprendeva soprattutto riflessioni riguardanti il senso di rabbia e di impotenza che mi aveva pervaso...proprio perchè, nel mio piccolo, un qualche minimo progetto nei confronti di "Giovanni", io lo stavo costruendo, ovviamente senza la pretesa che fosse migliore dei trattamenti a cui è sottoposto ma solo considerandolo una possibile alternativa!
Quindi, senza evadere troppo dal tema principale della discussione di questo thread, il mio sintetico esempio era solo un modo per descrivere come l'empatia provata nei confronti di "Giovanni" mi avesse spinto a trovare nuovi modi per renderlo inserito in questa società.
La stessa empatia che probabilmente non ha "catturato"tutti quei medici che lo hanno tenuto in cura questi anni e che proprio per paura di un coinvolgimento (e non solo!)si sono limitati a somministrargli farmaci e a farlo uscire ed entrare dal reparto.
Al di là del fatto che un mondo che suggestiona i suoi aspiranti psicologi quasi a vergognarsi di compatire fino alle lacrime le vicende di un essere umano evidentemente non troppo fortunato mi sembra un mondo malato,
Ma a quale mondo ti riferisci? Se fai riferimento all'ambito universitario come luogo che plasma figure professionali quali lo psicologo, onestamente mi sento offesa non solo io ma credo tutta la categoria degli psicologi...mi chiedo se tu sia qui solo di passaggio oppure in qualche modo hai a che fare con la psicologia e quindi col mondo a cui ti riferisci.
Non capisco da dove nasce questa idea del mondo che "suggestiona...quasi a vergognarsi"...inoltre se proprio vogliamo parlare di mondo malato, io comincerei a preoccuparmi di chi si rivolge a quegli individui (che prima di essere malati sono INDIVIDUI) considerandoli "non troppo fortunati"e degni di compassione.
Da quando il disturbo mentale ha a che fare con la Divina Sorte?...E non ho capito...tutti decidono di diventare psicologi perchè mossi solo da compassione?
mi chiedo che tipo di prefigurazione della professione clinica tu avessi nel momento in cui ti sei iscritta a questa facoltà, quali motivazioni ti abbiano indotta ad indirizzarti ad una professione clinica, quale ideale dello psicologo tu nutra.
Vorrei precisarti che io no ho un ideale (dell'Io) di psicologo semmai ho un'idea!
Inoltre questo forum ho sempre avuto l'impressione dell'esistenza di una straordinaria collaborazione tra le persone; ce ne sono moltissime estremamente preparate che sanno dare opinioni senza dover per forza usare toni elevati come invece mi pare di capire in questo caso. A me piace pensare, ogni volta che lascio 2 righe qui, che ci sia sempre un senso di comunità, di scambio di idee ma non mi va onestamente di impegnarmi con persone che si imbarcano in presunte pseudo-terapie! Non credi sia stato superfluo chiedermi le motivazioni della mia scelta...ecc...
Il rischio di burn out, a mio avviso, consegue più alla negazione del riconoscimento della propria sofferenza empatica che al suo accoglimento e sfogo attraverso il pianto.
A tuo avviso!!! Grazie per la lezione...
Siamo in una valle di lacrime, secondo me lo psiocologo deve capire, compatire e sostenere.
Idem...(il concetto è interessante ma è la "valle di lacrime" ad essere di troppo!)
mi chiedo ...fanno così tanta paura le lacrime e le proprie emozioni?
Quello che io cercherei di evitare sarebbero due cose:
- di farsi menare per il naso da pazienti abbastanza scafati da avere imparato a manipolare le emozioni dell'operatore;
- di scoppiare a piangere davanti al paziente.
Dal momento che il messaggio era espressamente scritto per me vorrei capire:
Sono consigli rivolti solo a me (che quindi mi devo sentire presa in giro da un paziente "scafato che ha imparato...."e anche se fosse non mi vergognerei!) o era una dritta per tutti noi poveri psicologi suggestionati dal mondo malato?
Se ogni volta che parlo con un pz. devo farmi risuonare in testa frasi come:
"Attenta Alma...questo ti sta prendendo in giro!!!"
opp. "Secondo me sta dicendo una serie di stupidaggini!"
Alla faccia dell'empatia!!!
Certo che devi essere una persona che ha trascorso molto tempo con i pz. per essere talmente brava a distinguere le situazioni!
Il resto non mi sembra preoccupante.
Sono la freddezza e il distacco che mi fanno paura, l'insensibilità, l'anestesia...
Qualcuno ha letto il libro Intelligenza Emotiva di Goleman?
Hai ragione, anche a me fanno paura il distacco la freddezza, l'insensibilità e l'anestesia...