Nell’accostarsi all’oggetto di studio “borderline” se ne può ricavare la sensazione di un territorio piuttosto insidioso e di difficile penetrabilità, in cui le mappe che lo descrivono risultano spesso molto diverse tra loro e possono apparire, ad un primo esame, vagamente disorientanti.
Importanti interrogativi sono al centro di un dibattito sempre aperto, tutt’ora in corso, negli studi di clinici e ricercatori impegnati a dare una risposta ad un malessere che nella società si manifesta con frequenza sempre maggiore e che, pur articolandosi in molteplici sfaccettature, sembra tuttavia avere contorni comuni. Una delle domande più rilevanti riguarda la questione se sia possibile una descrizione nosografica di una condizione patologica borderline o se invece questo termine sia utilizzato come una sorta di contenitore vuoto in cui inserire tutti quei casi non meglio diagnosticabili in altro modo. Nell’approfondire tali interrogativi ci si può addentrare in un percorso che si snoda attraverso quattro principali tipi di approccio alla definizione nosografica della fenomenologia borderline: strutturale, categoriale, dimensionale ed eziopatogenetico, ognuno dei quali presenta specifici punti di forza e criticità.
Lucio Reqazzo







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