Alcune discussioni in altre parti del forum mi hanno fatto riflettere sul ruolo che viene spesso conferito al DSM, trattato come una specie di Bibbia, o "libro delle risposte", nenache fosse magico.
Letto di recente un testo interessante, e con cui mi sono trovata d'accordo.
Riporto qui un brano che mi ha fatto pensare proprio a questo discorso.
E al fatto, legato sempre all'uso del DSM come panacea per tutte le nostre insicurezze, che si rischia di ridurre il lavoro clinico a un furioso tentativo di etichettamento.
Una cosa che, nella sua scarsa utilità, mi spaventa abbastanza, anche perchè così si rischia di perdere di vista la persona, avendo davanti solo il sintomo che ci porta.
La sensazione che questa tendenza sia moltodiffusa è una mia esagerazione o qualcun'alrto la riscontra? (altrimenti potrei autodiagnosticarmi qualche tratto paranoide...)
"...le diagnosi effettuate in base alla applicazione dei criteri del DSM devono svolgere soltanto un ruolo di orientamento per l'attivitàò clinica mentre sono di grande importanza per la ricerca: "adottare nell'attività clinica il DSM, concepito primariamente per laricerca epidemiologica, è quindi un errore non trascurabile" (Cassano,1995*). Nel senso che lo scopo con cui è stato costruito il DSM (aslmeno nelle intenzioni esplicite dei curatori) è quello di rendere possibile la comunicazione e il confronto dei dati tra i ricercatori e non tanto quello di incidere sull'attività clinica, dove è bene che la diagnosi resti, come scriveva Karl Jaspers nel 1913, una delle ultime preoccupazioni dello psicopatologo".
Mario Rossi Monti, a cura di, Percorsi di psicopatologia, 2001
* Cassano G.B.,La psicopatologia: un anello tra neuroscienze e psichiatria, Giorn.Ital.Psicopat.







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