Citazione:
Originalmente inviato da lalangue Visualizza messaggio
Ci interrogavamo proprio sulla necessità di questo lutto, visto che mi pare non sia ancora morto nessuno.
Proprio Ikaro diceva che, fino a che non ci sarà una teoria che riesca a spiegare in maniera comprensiva e funzionale/funzionante tutta la gamma dei fenomeni che va dall'atto mancato al lapsus, difficilmente riusciremo a sotterrare quanto emerge dal profondo, ovvero la pulsione.
Se Husserl o Binswanger dicono che l'uomo è una creatura primariamente relazionale, io me ne fotto delle loro teorie, almeno fino a quando non mi spiegano queste belle cose che ti ho detto.
Per inciso, me ne sbatto altamente anche di Lichtenberg e persino di Stern, almeno per quanto riguarda l'applicazione delle loro "avventure scientifiche" all'ambito psicoanalitico.
Freud ha lottato per una vita intera, cercando di far capire quale fosse l'essenziale differenza tra la psicoanalisi e le altre discipline: la dignità di esistenza di qualcosa di intrapsichico, di estremamente soggettivo e singolare, di irriducibile a qualsivoglia Kultur, a qualsivoglia civiltà. Credo che almeno questo glielo si debba riconoscere, invece di riconoscergli il merito di chissà quali altre sciocchezze.
Faccio una breve e personale considerazione (e non mi aspetto certo risposte).
Mi sorprende questo categorico rifiuto di aprirsi verso il nuovo e, se fossi paziente, un po' mi spaventerebbe (insomma i toni mi sembrano forti – “me ne sbatto e me ne fotto”), così come mi spaventerebbe che l'analista considerasse come sola e unica verità la teoria pulsionale, escludendo tutte le successive integrazioni solo per il fatto che non la sostituiscono in tutto. Anche sui motori motivazionali è stata da più parti contestata la teoria delle pulsioni come unica verità: allora perché sbattersi e fottersi di quello che è stato detto dopo Freud?
Teoria che comincerò a fatica a studiare da sola, dal momento che credo il thread sulle pulsioni e loro destini sia ormai caduto in prescrizione.

Ancora, dopo mesi e mesi di frequentazione di questo forum non ho capito se, qualora soffrissi di nevrosi, mi rivolgerei ad una terapia analitica o ad una comportamentale.
Posso sbagliarmi, anzi sicuramente mi sbaglierò, ma non mi sento un essere umano mosso da sole pulsioni (sto parlando come fine ultimo, naturalmente) e mi spaventerebbe essere in qualche modo “guidato” verso quella direzione.
Chi e come si costruisce una volta decostruito?

L'intervento di gieko:

Citazione:
Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
Però mi pare che si tocchino due livelli differenti. Il fatto che il "mito della neutralità" sia caduto e non sia teoricamente sostenibile non significa per me ipso facto che tecnicamente si debba risolvere in una propensione per il lavoro a "mettere". Più che creare qualcosa di nuovo insieme, ritengo che la stanza d'analisi sia il luogo dove decostruire insieme a partire proprio dal profondo contatto tra i due soggetti che sono presenti. Il costruire è lasciato alle funzioni autopoietiche dell'analizzando.
era in linea con quanto mi aspettavo da una psicoterapia analitica, ma comprende un concetto (l'autopoiesi) che non credo rientri nella teoria pulsionale e quindi, a rigor di logica, è contestabile, se si considerano gli ultimi posts.

Rimango perplessa e forse capisco perché le terapie cognitivo-comportamentali incontrano maggior favore della terapia psicoanalitica: forse estingueranno solo il sintomo e non cambieranno la struttura del soggetto, ma sono più rapide ed economiche.



Mi ha colpito molto questo intervento in una discussione tuttora aperta in questa sezione di Psicoterapie. Questa è una mia liberissima interpretazione del post che cito e mi assumo le mie responsabilità nel trarne alcune constatazioni.

Intanto mi sembra che molto spesso specie dalle parti di tutto il filone post freudiano il concetto di cambiamento sembra produrre una certa ritrosia se non nei limiti tracciati dal dibattito interno al modello psicoanalitico. Voglio dire, i temi sono stati dettati una volta per tutte e sono ammesse soltanto delle eresie con la funzione di riqualificare le credenziali del paradigma freudiano.
Inoltre, i diversi approcci e il proliferare confuso delle scuole di formazione hanno apportato una tale incomprensione tra i vari modelli creando una specie di moltitudini di autonomie, molto agguerrite a difendere il proprio status.
Significa anche che al contrario di un medico di base, il cui iter formativo lo predispone ad una agile flessibilità nel cambiare modelli di trattamento istituito dalle linee guida, lo psicologo clinico si ritrova solo, completamente solo con la sua formazione accreditata dalla propria fede nell'orientametno culturale del modello teorico formativo.

Significa anche dal mio punto di vista, che paradossalmente se prima un medico di base si comportava come uno psicologo clinico, facendo leva sulla propria esperienza e sulla intuizione propria e del proprio "maestro", oggi un medico di base segue l'aggiornamento scientifico e le linee guida che lo portano ad una maggiore competenza nel trattare gli innumerevoli specifici disturbi.
Nella preparazione accademica medica, oltre al fare si aggiungono nella prassi teorica di base discipline scientifiche imprescindibili per la propria competenza (biologia, fisiologia, anatomia, neurologia ect ect).
Perchè nei dibattiti che seguo su questo forum, molto spesso ci sono due grandi assenti: il cervello e il corpo. Non scindibili, anzi, estremamente integrati nella loro prepotente origine della vita psichica.

Quindi, in sostanza, ci ritroviamo in una specie di:
chiusura verso l'approccio scientifico di discipline estremamente avanzate,
ci ritroviamo chiusi e soli nell' adottare il proprio modello clinico teorico senza saper trovare una formula di integrazione/azione operativa da includere diverse tecniche ed epistemolgie tali da adattarci alla irriducibilità e coplessità del disturbo di ciascuna persona,
ci ritroviamo istituzionalmente a rinforzare l'idea che la laurea e il diploma di formazione stabiliscano le credenziali di esperto nel diagnosticare, decidere come curare e fiducia nella fondatezza preordinata della efficacia del proprio modus operandi.

Ma le credenziali non sono equivalenti alle competenza. Gli psicologi clinici sono essenzialmente liberi di fare ciò che vogliono all'interno del proprio modello teorico clinico infischiandosene di quali siano i limiti propri e altrui e viceversa escludendo le virtù degli altri approcci come pure e ancor più importante l'apporto della ricerca neuroscientifica.


Temo di aver messo su un po' tante consideraizoni non sempre collegate fra loro. Come pure temo, che nei limiti della mia ignoranza ho tralasciato gli importanti sviluppi di ciascun modello teorico.
Ma ben vengano le repliche che gettino luce su aspetti che ho trascurato.
Suppongo che se il dibattito interessa può essere trattato da più parti e i contributi possono beninteso arricchire tutte le sfaccettature intraviste nel post citato.


ciaz.