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  1. #1
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Quanti modelli per la psicoterapia?

    Dott. Guglielmo Rottigni
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  2. #2
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Questo non significa "ridurre" la psicologia o la psicoterapia alla neurofiosiologia, alla neurochimica o alla biologia. Significa, semplicemente, a mio parere, che i risultati della prima e quelli delle seconde non possono essere in contrasto tra di loro. Quando lo sono, allora credo dobbiamo concluderne che una delle due scienze sta sbagliando da qualche parte.
    Beh, su questo qualche dubbio ce l'ho, il sintomo isterico classico denunciava proprio questo contrasto, cosa ne dici?

  3. #3
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Vedo che intanto che rispondevo avete aperto questo thread.

    Ikaro ho l'impressione che il contrasto tra le due scienze fosse legato anche all'epistemologia dell'epoca. Il positivismo non poteva ammettere una complessità maggiore che contemplasse anche il sintomo isterico. Ma le posizioni epistemologiche contemporanee sono molto meno in difficoltà su questo punto.

    Un saluto
    gieko

  4. #4
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Vedo che intanto che rispondevo avete aperto questo thread.

    Ikaro ho l'impressione che il contrasto tra le due scienze fosse legato anche all'epistemologia dell'epoca. Il positivismo non poteva ammettere una complessità maggiore che contemplasse anche il sintomo isterico. Ma le posizioni epistemologiche contemporanee sono molto meno in difficoltà su questo punto.
    Io trovo che siano molto più in difficoltà invece. A quell'epoca il sintomo isterico "bucava" il sapere medico e psichiatrico e questo ha permesso la nascita della psicoanalisi, oggi non accade più nulla di simile, le epistemologie spiegano tutto e il suo contrario e curiosamente il sintomo isterico sembrerebbe "sparito", sarebbe interessante ragionarci su insieme, no?

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 26-11-2008 alle ore 14.21.04

  5. #5
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Sono d'accordo quando dici che la conversione isterica si costituiva come un "grattacapo" non da poco per la scienza positivista di fine '800 (ed aggiungo: che capolavoro del sintomo isterico a livello sociale, con il riprodursi su vasta scala della dinamica di "seduzione ed abbandono" nei confronti del mondo scientifico...).
    Trovo però che questi fenomeni insieme a moltre altre osservazioni in altri campi, abbiano contribuito al passaggio ai paradigmi epistemici successivi che, come è logico che sia, hanno un maggior grado di spiegatività, a tutto vantaggio di poter comprendere la complessità del soggetto. Forse è vero che il sintomo isterico "vecchio stampo" è stato per così dire smascherato culturalmente e socialmente proprio grazie alla psicoanalisi, e per questo motivo è sparito, privato della sua funzionalità secondaria (e magari non è un caso che resista in fasce di popolazione meno acculturate, almeno sembrerebbe...). Ma con questo non mi sembra che la "sfida" del sintomo si sia risolta: come dici spesso anche tu, nuove forme di sintomatologia sono comparse, ed il vertice della psicoanalisi rappresenta risulta, secondo il mio modesto parere, ancora illuminante su questo punto (basti pensare alla comprensione dell'organizzazione borderline...).
    Personalmente credo che questa "forza" venga alla psicoanalisi (così come ad altre forme di psicoterapia) proprio dalla possibilità di viaggiare sull'interfaccia con altre discipline, con altri vertici osservativi (e la fisica, la chimica, la matematica, etc... sono ricche di spunti) mantenendo la propria specificità.
    gieko

  6. #6
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Sono d'accordo quando dici che la conversione isterica si costituiva come un "grattacapo" non da poco per la scienza positivista di fine '800 (ed aggiungo: che capolavoro del sintomo isterico a livello sociale, con il riprodursi su vasta scala della dinamica di "seduzione ed abbandono" nei confronti del mondo scientifico...).
    Trovo però che questi fenomeni insieme a moltre altre osservazioni in altri campi, abbiano contribuito al passaggio ai paradigmi epistemici successivi che, come è logico che sia, hanno un maggior grado di spiegatività, a tutto vantaggio di poter comprendere la complessità del soggetto. Forse è vero che il sintomo isterico "vecchio stampo" è stato per così dire smascherato culturalmente e socialmente proprio grazie alla psicoanalisi, e per questo motivo è sparito, privato della sua funzionalità secondaria (e magari non è un caso che resista in fasce di popolazione meno acculturate, almeno sembrerebbe...). Ma con questo non mi sembra che la "sfida" del sintomo si sia risolta: come dici spesso anche tu, nuove forme di sintomatologia sono comparse, ed il vertice della psicoanalisi rappresenta risulta, secondo il mio modesto parere, ancora illuminante su questo punto (basti pensare alla comprensione dell'organizzazione borderline...).
    Personalmente credo che questa "forza" venga alla psicoanalisi (così come ad altre forme di psicoterapia) proprio dalla possibilità di viaggiare sull'interfaccia con altre discipline, con altri vertici osservativi (e la fisica, la chimica, la matematica, etc... sono ricche di spunti) mantenendo la propria specificità.
    Infatti, quante organizzazioni cosiddette borderline mascherano sotto sotto una struttura isterica? Mi sembra una questione clinica molto importante e proprio in questo senso sostenevo che l'epistemologia contemporanea si trova parecchio in difficoltà, oggi più di ieri, per questo sono d'accordo con te quando dici che il vertice della psicoanalisi sia ancora illuminante, tanto più con un ritorno alla diagnosi strutturale posta già da Freud (nevrosi, psicosi, perversione) che resta, a mio parere, fondamentale.

    Saluti,
    ikaro

  7. #7
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Sì, e se anche in altri campi si sta iniziando a ragionare "strutturalmente", in senso di sistema ad esempio, non mi sembra niente male...
    Ecco perchè condivido il discorso di willy:

    L'importante è che vengano rispettate due condizioni:
    a) La descrizione di un fenomeno ad un livello molare non deve essere in contrasto con quel che conosciamo della sua organizzazione a livello molecolare
    b) la descrizione del livello molare deve essere in linea di principio derivabile dalla descrizione al livello molecolare.


    Come dire che, anche se utilizzano linguaggi e strumenti che devono essere adeguati ai diversi domini di osservazione, e quindi necessariamente differenti e specifici, i diversi campi di conoscenza non si possono ignorare. E questo, secondo me, a tutto vantaggio della possibilità di elaborare modelli che siano sempre più precisi e che quindi, interpretando i fenomeni più approfonditamente, possano divenire anche sempre più "efficaci".
    Io penso che la psicoanalisi, quando abbandona il crogiolarsi nell'essere stata apriprista in un dominio prima inesplorato, ed invece va avanti nella propria ricerca aperta alla possibilità confrontarsi con altre forme di sapere che possono aiutare a comprendere - seppure da altri punti di vista - la complessità del soggetto, può continuare a rimanere un vertice d'osservazione illuminante ed attuale.
    gieko

  8. #8
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Come dire che, anche se utilizzano linguaggi e strumenti che devono essere adeguati ai diversi domini di osservazione, e quindi necessariamente differenti e specifici, i diversi campi di conoscenza non si possono ignorare. E questo, secondo me, a tutto vantaggio della possibilità di elaborare modelli che siano sempre più precisi e che quindi, interpretando i fenomeni più approfonditamente, possano divenire anche sempre più "efficaci".
    Io penso che la psicoanalisi, quando abbandona il crogiolarsi nell'essere stata apriprista in un dominio prima inesplorato, ed invece va avanti nella propria ricerca aperta alla possibilità confrontarsi con altre forme di sapere che possono aiutare a comprendere - seppure da altri punti di vista - la complessità del soggetto, può continuare a rimanere un vertice d'osservazione illuminante ed attuale.
    Bah, su questo punto sono piuttosto perplesso. Non vedo come le scoperte delle neuroscienze, ad esempio, possano interessare la pratica dello psicoanalista. Si tratta, a mio parere, di campi di conoscenza irriducibili: anche se ho profondo rispetto per i ricercatori, mi sembra che andare in questa direzione chiuda inesorabimente il campo innaugarato da Freud. Il che è fatale per il destino stesso della psicoanalisi.

    Saluti,
    ikaro

  9. #9
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Bah, su questo punto sono piuttosto perplesso. Non vedo come le scoperte delle neuroscienze, ad esempio, possano interessare la pratica dello psicoanalista. Si tratta, a mio parere, di campi di conoscenza irriducibili: anche se ho profondo rispetto per i ricercatori, mi sembra che andare in questa direzione chiuda inesorabimente il campo innaugarato da Freud. Il che è fatale per il destino stesso della psicoanalisi.

    Saluti,
    ikaro

    Possono anche non influire sulla pratica. Per vari motivi. Conoscere la neurobiologia dell'attaccamento non fa sì che una madre fornisca al neonato le risposte più adeguate a favorire un attaccamento sicuro. Né la conoscenza delle connessioni tra sistema nervoso autonomo e circuito limbico consentirà mai al clinico di fornire l'interpretazione giusta al momento giusto.
    Ma possono avere altre possibilità di utilizzo. E, soprattutto, possono venire utilizzate per portare il discorso del soggetto e della soggettività nel mondo della scienza, utilizzando un linguaggio comune, accettato e diffuso.
    A me pare che assumere il tuo atteggiamento ci renda (noi, nel senso di noi che ci prepariamo a fare gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti) da un lato contenti di mantenere la nostra specificità, la nostra indipendenza dal resto del mondo (una sorta di "ma noi siamo più bravi perché ci occupiamo delle vere fondamenta dell'animo umano, non di quelle cosucce lì, nervi, potenziali di Nerst, organizzazioni cerebrali, tonnellate di numeri e macchine complicate e fredde"...), dall'altro ci costringa all'isolamento ed all'incomunicabilità con il resto del mondo. E ad essere ininfluenti sul resto del mondo che, infatti, sembra poter andare avanti benissimo anche senza psicoanalisti e psicoterapeuti (salvo chiamarli in soccorso quando c'è da difendere l'ordine sociale esistente).

    Sul sintomo, ho come l'impressione che sia l'espressione di un tentativo di costruirsi come soggetti. Mi viene in mente quel che sosteneva Dejours, che il processo di soggettivazione si compie attraverso una doppia sovversione, contro l'ordine biologico e contro l'ordine sociale. Questa è una cosa per la quale non abbiamo ancora strumenti di comprensione e analisi adatti, in termini di scienza normale. E il contributo della psicoanalisi potrebbe benissimo essere quello di fornirli. Ma deve farsi saper ascoltare dal resto del mondo. Secondo me.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  10. #10
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Possono anche non influire sulla pratica. Per vari motivi. Conoscere la neurobiologia dell'attaccamento non fa sì che una madre fornisca al neonato le risposte più adeguate a favorire un attaccamento sicuro. Né la conoscenza delle connessioni tra sistema nervoso autonomo e circuito limbico consentirà mai al clinico di fornire l'interpretazione giusta al momento giusto.
    Ma possono avere altre possibilità di utilizzo. E, soprattutto, possono venire utilizzate per portare il discorso del soggetto e della soggettività nel mondo della scienza, utilizzando un linguaggio comune, accettato e diffuso.
    A me pare che assumere il tuo atteggiamento ci renda (noi, nel senso di noi che ci prepariamo a fare gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti) da un lato contenti di mantenere la nostra specificità, la nostra indipendenza dal resto del mondo (una sorta di "ma noi siamo più bravi perché ci occupiamo delle vere fondamenta dell'animo umano, non di quelle cosucce lì, nervi, potenziali di Nerst, organizzazioni cerebrali, tonnellate di numeri e macchine complicate e fredde"...), dall'altro ci costringa all'isolamento ed all'incomunicabilità con il resto del mondo. E ad essere ininfluenti sul resto del mondo che, infatti, sembra poter andare avanti benissimo anche senza psicoanalisti e psicoterapeuti (salvo chiamarli in soccorso quando c'è da difendere l'ordine sociale esistente). Sul sintomo, ho come l'impressione che sia l'espressione di un tentativo di costruirsi come soggetti. Mi viene in mente quel che sosteneva Dejours, che il processo di soggettivazione si compie attraverso una doppia sovversione, contro l'ordine biologico e contro l'ordine sociale. Questa è una cosa per la quale non abbiamo ancora strumenti di comprensione e analisi adatti, in termini di scienza normale. E il contributo della psicoanalisi potrebbe benissimo essere quello di fornirli. Ma deve farsi saper ascoltare dal resto del mondo. Secondo me.
    Caro Willy,
    poni questioni molto interessanti, mi pare di leggere almeno le seguenti: dai rapporti tra psicoanalisi e scienza (a cui io aggiungerei il rapporto tra psicoanalisi e psicoterapia che, mi pare, nel tuo discorsi passi decisamente in secondo piano) alla questione dell'ordine sociale (necessariamente legato al primo) e da qui arrivi alla costituzione soggettiva e ai suoi rapporti col sintomo. Credo che potremmo parlarne per un bel po' di pagine, comunque provo a fare alcune considerazioni. In primo luogo, sui rapporti tra psicoanalisi e scienza: la psicoanalisi è nata come discorso che buca il sapere scientifico e spero che continui in questa direzione. Perchè la scienza non può che forcludere il soggetto -o almeno il soggetto della psicoanalisi, come effetto della rivoluzione copernicana operata dalla psicoanalisi, tale per cui l'Io non è padrone in casa propria, il soggetto dell'inconscio lo trascende e lo determina. Questo è il motivo per il quale vedo con sospetto, ad esempio, i tentativi di coniugare psicoanalisi e neuroscienze (in particolare la neuropsicoanalisi), perchè mi pare un tentativo di riassorbire la psicoanalisi (e di conseguenza la pratica analitica) nell'alveo della scienza, con il rischio che l'operazione compiuta da Freud venga completamente riassorbita in una pratica addomesticata. Qualcosa del genere è successo, nella storia della psicoanalisi, quando gli psicoanalisti lasciarono l'Europa -a causa del fascismo e del nazismo- per cercare rifugio negli Stati Uniti, dove la Psicologia Psicoanalitica dell'Io e i suoi derivati la fanno da padrone, al punto che E. Roudinesco, storica e psicoanalista francese, arriva a dire che Freud è morto negli Stati Uniti: e con lui l'invenzione del soggetto dell'inconscio, la questione della sessualità, quella dell'analisi laica, il potenziale sovversivo della pratica analitica. Si pensi, ancora, alla contreversa traduzione del Wo es war freudiano. Parlare di traduzione, tra l'altro, mi sembra molto pertinente rispetto al "linguaggio comune" a cui fai riferimento. Nel tentativo di creare questo linguaggio comune si è giunti a veri e propri orrori epistemologici: le parole tedesche seele (anima) e psychische (psichico) in inglese diventano l'indistinto mind. Qualcosa di simile è avvenuto anche con la traduzione di istinto e pulsione, con effetti probabilmente ancora più grandi. Perchè dico questo? Perchè in nome di un linguaggio comune -come effetto del discorso scientifico (che è anonimo per definizione, tendendo all'oggettivazione)- e di una credibilità sociale, si sono rafforzate le resistenze alla psicoanalisi e spesso, cosa ancor più grave, entro la psicoanalisi stessa. Il linguaggio comune, per come la vedo io, è un abbaglio. Il che non significa necessariamente che dobbiamo stare fuori dal mondo o credere che "noi siamo più bravi perché ci occupiamo delle vera fondamenta dell'animo umano, non di quelle cosucce lì". Questo lo hai scritto tu e te lo restituisco, io al massimo posso dire che non mi interessano quelle cose lì, ma questo non mi impedisce di provare a comunicare con chi se ne occupa. Io non so quale siano le vere fondamenta dell'animo umano, ammesso poi che ve ne siano, però nel mio lavoro mi sforzo a mantenere vivo l'insegnamento di Freud, per quanto mi è possibile farlo in questi miei primi anni di formazione, s'intende. E questo significa anche inorridire quando leggo, su uno dei maggiori quotidiani queste cose: Lapsus, se la scienza assolve l'inconscio Ecco perché diciamo la parola sbagliata - Scienza & Tecnologia - Repubblica.it E qualcosa di simile mi sembra di leggere anche nelle tue parole: "questa è una cosa per la quale non abbiamo ancora strumenti di comprensione e analisi adatti, in termini di scienza normale". E' questa la direzione che stiamo prendendo, in maniera inesorabile, quella della psicoanalisi come "scienza normale", quando questa è nata proprio come sovversione del sapere scientifico. Oggi credo sia importante riconoscere i punti di contatto di questi due campi di conoscenza, ma soprattutto credo sia importante rivendicarne l'irriducibilità, perchè di questo passo il secondo fagociterà il primo. L'inconscio come invenzione è a rischio di estinzione, nella misura in cui in fondo esiste solo nel discorso dello psicoanalista in un legame di transfert. Credo che questo vada assolutamente preservato, perchè -a proposito di soggettività- l'inconscio, freudianamente, ne è il cuore.

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 26-11-2008 alle ore 22.21.16

  11. #11
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da Ikaro68
    E questo significa anche inorridire quando leggo, su uno dei maggiori quotidiani queste cose: Lapsus, se la scienza assolve l'inconscio Ecco perché diciamo la parola sbagliata - Scienza & Tecnologia - Repubblica.it E qualcosa di simile mi sembra di leggere anche nelle tue parole: "questa è una cosa per la quale non abbiamo ancora strumenti di comprensione e analisi adatti, in termini di scienza normale". E' questa la direzione che stiamo prendendo, in maniera inesorabile, quella della psicoanalisi come "scienza normale", quando questa è nata proprio come sovversione del sapere scientifico.
    Sembra quasi che tu sia più preoccupato del fatto che la psicoanalisi debba mantenere una posizione sovversiva che andare poi a vedere se le cose stanno davvero come diceva Freud.
    In fin dei conti si è più sovversivi quando si mettono in dubbio le affermazioni e le impressioni di qualche venerato e vecchio maestro invece di accettarle in modo dogmatico senza sottoporle ad una vera e propria critica razionale per vedere se poi reggono davvero.
    Tu ti scandalizzi rispetto a quell'articolo soltanto perché è stato messo in serio dubbio quel che diceva Freud. Lì c'è soltanto scritto che probabilmente molti errori linguistici (forse la maggior parte) non dipendono dal fatto che ci sia una specie di volontarietà inconscia che li fa venir fuori per far battute o altro, sono simili agli errori che si compiono quando si tenta di eseguire certe operazioni complicate.
    Cosa c'è di così scandaloso in tutto questo?
    Siccome quando tagliamo una fetta di pane per imburrarla e ci feriamo per distrazione col coltello una mano, non pensiamo seriamente al fatto che è stato il nostro inconscio a volere che ci infilzassimo la mano per soddisfare qualche desiderio nascosto, poi non vedo per quale motivo quando si passa agli errori linguistici le cose debbano funzionare necessariamente in un altro modo. Non è auspicabile secondo me dar retta a tutte le fantasie delle persone influenti come Freud in questo o quel campo senza andare poi a vedere se reggono davvero.

    Un saluto a tutti
    Ultima modifica di Char_Lie : 29-11-2008 alle ore 00.36.32

  12. #12
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Mi inserisco per sottolineare un punto che secondo me rischia di mantenere una posizione dicotomica. Noto in diversi post la tendenza a ridurre la spiegazione della "natura dell'essere umano", ad una sola posizione: così ad esempio Char_lie, solo per citare l'ultimo post, sembra dire: "il livello di spiegazione neurologico o fisiologico è sufficientemente spiegativo per giustificare il lapsus o un difetto di pronuncia". Ovviamente altre spiegazioni risultano quindi fantasiose...
    Manca cioè la possibilità di pensare che il medesimo fenomeno può essere spiegato da vertici osservativi differenti, ognuno con un proprio specifico dominio osservativo e di conoscenza, e quindi con metodi e teorie che gli sono proprie ma che possono in-formarsi vicendevolmente. Mi sembra che così la faccenda diventi più interessante: un lapsus potrà senz'altro rispondere a certe difficoltà cognitive, così come può esprimere significati inconsci, senza che le due cose si escludano. Idem per il coltello con cui ci si taglia...
    Il rischio, a mio modo di vedere, viene dall'esportazione di strumenti di osservazione, metodi e teorie da un dominio all'altro senza che essi siano tradotti e ricontestualizzati. E' così che la neuropsicoanalisi diviene un esercizio pericoloso (a volte con esiti tragicamente ridicoli) quando tenta di tradurre direttamente le osservazioni neuroscientifiche nella clinica. Come sottolinea ikaro, la mentalità positivistica rispetto a cui Freud si muove con grande ambiguità (è vero che il Progetto è opera pre-psicoanalitica, ma ne parlerà anche successivamente) può aver dato adito ad interpretazione eccessivamente sbilanciate sul versante neurologico. Tuttavia può anche essere vero il contrario.
    Una visione complessa, coerente con le epistemologie contemporanee ritengo che permetta di operare con maggiore precisione e di poter contemporaneamente mantenere la specificità di dominio e garantire il dialogo tra i vertici di osservazione.

    Saluti
    gieko

  13. #13
    Johnny
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Io ad esempio da bambino non sapevo pronunciare bene la "r" e se qualcuno mi avesse mandato chissà da quale psicoanalista ortodosso per risolvere i disturbi inconsci che causavano l'errore, oggi probabilmente la "r" non la saprei pronunciare.
    Fu molto più utile mia nonna che con santa pazienza si metteva vicino a me e cercava di farmi articolare la lettera mostrandomi in continuazione labbra e lingua e facendomi ripetere le parole che contenevano quella lettera.
    Io semplicemente dico che prima di fare ipotesi eccessivamente fantasiose riguardo a certi errori linguistici (o nel tagliare una fetta di pane o ancora altro) è meglio rendersi conto che imparare a parlare come a fare svariate altre cose dipende soprattutto dall'addestramento e la ripetizione iterata di certe operazioni.
    infatti dallo psicoanalista non si va per i difetti di pronuncia, ma per fare una psicoterapia di eventuali problemi psicopatologici (fobie, ossessioni, ecc...).
    Per qeusto genere di difetti di pronuncia in genere ci si rivogle allo psicologo o al logopedista, se non si ha la fortuna di avere la nonna che ti insegna.

    Non capisco perché spesso la figura dello psicoanalista venga idealizzata come figura magico-onnipotente e detentrice della soluzione di tutti i problemi umani. Così facendo è inevitabile che venga poi svalutata perchè invece è una professione che ha un proprio ambito di intervento, non cura "tutto", non dà risposte assolute e dogmatiche a tutto.
    Ultima modifica di Johnny : 29-11-2008 alle ore 11.37.52

  14. #14
    Partecipante Figo L'avatar di bella primavera
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Cosa ne pensate dell'interazione tra psicoanalisi e neuroscienze tentata da Kandel.ecco il link
    Psicoanalisi - BIOLOGIA E PSICOANALISI: Leggendo Kandel (parte seconda)
    Ultima modifica di bella primavera : 29-11-2008 alle ore 14.13.30

  15. #15
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Quanti modelli per la psicoterapia?

    Rispondo volentieri, anche perchè il tuo intervento mi permette di ritornare al tema centrale di questo thread, ovvero l'importanza di elaborare un modello di psicoterapia coerente.

    Sulla questione della scientificità della psicoanalisi non mi soffermerei più di tanto, perchè il tema è ampiamente dibattuto anche nel forum. Molto brevemente, credo che la psicoanalisi possa trovare statuto scientifico in un contesto epistemico che sappia rinunciare - come di fatto è successo da diversi decenni - all'idea di obbiettività di stampo positivistico. Ormai è chiaro come anche altre discipline tradizionalmente legate alla definizione di "scienze dure" si occupano di fenomeni non osservabili, ma solo intuibili (nel caso delle particelle subatomiche studiate dai fisici ciò è evidente), e come la presenza dell'osservatore influisca sempre sull'osservato. La psicoanalisi si muove coerentemente, dal proprio vertice di osservazione, in un mondo scientifico che si trova sempre più costretto a rinunciare a pretese di certezza e riproducibilità, ed in questo può rivendicare un primato su altri campi del sapere che più a lungo si sono attardati su posizioni oggettivistiche.
    Dicevo che quanto hai scritto mi permette di riprendere il tema del thread perchè i due pericoli che sento come più vivi sono da un lato il riduzionismo e dall'altro l'eclettismo. La sfida rispetto al proporre un modello coerente - "unico" dal punto di vista scientifico, ovvero coerente sotto il punto di vista epistemologico - consiste proprio nel poter sviluppare una teoria che si occupi di uno specifico dominio di conoscenza (nel nostro caso la psiche), che lo indaghi con metodi e strumenti che siano compatibili ed adatti all'osservazione del dominio (la relazione tra soggetti, l'interpretazione nel caso della psicoanalisi) e che possa verificare dei risultati (processi di trasformazione). Ciò significa che lo specifico dominio non può, da un lato adottare concetti teorici o metodi di indagine da altri domini (come le neuroscienze) perchè incompatibili con l'oggetto di osservazione; dall'altro che è necessaria una coerenza interna della teoria per cui non è possibile integrare concetti provenienti da teorie differenti.
    L'esigenza di tendere ad un modello "unico" significa, in altre parole, impegnarsi nello sforzo di dare uno statuto di scienza - la scienza del soggetto - al processo di cura, considerando che il discorso scientifico sul soggetto sovverte per struttura ogni pretesa di oggettività.

    Solo una battuta sulla questione della pulsione: la stragrande maggioranza degli psicoanalisti ha abbandonato il concetto di pulsione libidica come organizzatore unico della vita psichica, così come il modello energetico-pulsionale da qualche decennio. Che poi la logica conclusione del passaggio da un modello monopersonale ed omeostatico come quello freudiano classico ad uno bipersonale e dinamico come le teorie contemporanee porti a ritenere la nevrosi come effetto di "stress, ambiente o anche solo cause fisiologiche" e che "Il manifestarsi dei sintomi, non è collegato causalmente al significato latente del sintomo, ma al modo in cui il cervello tratta l'informazione percettiva, emotiva o mnestica e controlla l'esecuzione delle azioni" mi sembra proprio un esempio del riduzionismo (leggere lo psichico con il biologico) di cui si diceva prima, per giunta alquanto semplificatorio.

    Saluti
    Ultima modifica di gieko : 08-12-2008 alle ore 14.49.11
    gieko

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