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  1. #1

    Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Buonasera a voi tutti! Spero che qualcuno mi illumini su questo dilemma: qual'è la differenza e cosa hanno in comune nel percorso d'analisi il punto di vista freudiano e quello junghiano? Ovvero quanto concerne numero delle sedute settimanali, setting, lettino, approccio col paziente, eventuale uso di test e quant'altro. Grazie a chiunque si interesserà e avrà la cortesia di rispondermi!

  2. #2
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Caro Dr. Jey-Kill,
    Io mi identifico nella psicoanalisi relazionale (quella che per intenderci ha i suoi antecedenti in Ferenczi, in Sullivan, e trova compiutezza in Mitchell). Non è sicuramente la psicoanalisi “ortodossa” (se mai ce ne fosse una). Il numero delle sedute viene stabilito in accordo col paziente, può variare da un minimo di una alla settimana ad un massimo di tre; il criterio è sempre il ritmo di lavoro sostenibile per la coppia paziente-terapeuta.
    Il setting è più o meno quello classico: la regola fondamentale del dire tutto ciò che passa per la testa senza interporre censure, il dovere di non prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi, che la terapia avviene nelle ore dedicate alla seduta e non altrove (nemmeno al telefono, che serve solo per comunicazioni di servizio), che le sedute vanno pagate tutte indipendentemente dalle assenze del paziente e dalle sue motivazioni. Il lettino assolutamente no, io non voglio favorire lo sviluppo del transfert (così come è inteso nella teoria classica), ma favorire la relazione, una relazione fatta di parole ma anche di comunicazione non verbale. Approccio col paziente è un concetto molto vasto: ma se ti riferisci al processo potrei risponderti che ritengo che ciò che non si riesce a fare da soli è possibile attraverso una relazione “particolare”, se ti riferisci al “come” ti direi che ritengo molto utile raggiungere una “presenza a se stessi” dove entrambi (terapeuta e paziente) abbiano consapevolezza di sé, dell’altro e della loro relazione (questo perché ciascuno possa porsi al centro della propria azione). Uso di test o quant’altro? Assolutamente no, non avrebbe alcun senso in una relazione che punta alla co-costruzione del processo e dell’obiettivo terapeutici interporre qualsiasi elemento terzo con pretese di obiettività.
    Un saluto.

  3. #3
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Caro Dr. Jey-Kill,
    ... Il lettino assolutamente no, io non voglio favorire lo sviluppo del transfert (così come è inteso nella teoria classica), ma favorire la relazione, una relazione fatta di parole ma anche di comunicazione non verbale. ...
    Un saluto.

    Ciao Megiston

    Devo dire che questa parte del tuo discorso mi lascia alquanto perplesso.
    Dal mio punto di vista, il transfert è una relazione. Certo, è una relazione particolare, ma non vedo il motivo di privarsene. Per me, sarebbe come togliersi un occhio e pensare che si può vedere altrettanto bene con il naso...
    Poi, non pretendo certo di avere ragione. Solo che non capisco e mi piacerebbe tumi spiegassi perché non intendi favorire lo sviluppo di una relazione di transfert, in cosa il tipo di relazione che proponi è migliore (non semplicemente diverso, ma migliore, altrimenti non avresti ragioni per scegliere questa strada).

    Inoltre, sto ragionando da tempo sulle componenti non-verbali all'interno del transfert, e sul loro contributo al transfert. Ora, nella letteratura delle psicoterapie corporee (ma anche degli psicoanalisti o degli psicoterapeuti che utilizzano un approccio corporeo, vedi ad esempio Tullio Carere-Comes o George Downing) si rileva che le componenti non-verbali della relazione entrano appieno nella relazione di transfert, sia nel transfert erotico, sia nel transfert pre-edipico e, anzi, rappresentano un elemento di "addensamento" del transfert,nel senso che lo rendono più intenso e più analizzabile.

    Io non credo che ci si possa sottrarre così facilmente allo sviluppo di una relazione di transfert, qualunque metodo si utilizzi. Anzi, tanto più ci si discosta dal quadro analitico classico, e si mette in gioco il corpo, tanto più ci si deve attendere che alcune componenti dei fenomeni di transfert (comprese quelle componenti che fanno capo ad eventi traumatici della prima infanzia, e che restano codificate nella memoria implicita) assumano importanza e forza.

    Buona vita
    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  4. #4
    Partecipante Super Figo
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    ciao Megiston Matema,
    non capisco questo aspetto particolare del tuo lavoro...

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    il dovere di non prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi
    in che senso? non poni in questo modo un limite alla libertà del paziente nella vita quotidiana? e se lui si trova a dover prendere una decisione importante senza avere il tempo di aspettare la seduta?
    questo significa anche che nella seduta l'analista può dare dei consigli sulla decisione da prendere? ma i consigli (cosa che io, come paziente, non vorrei mai!!) non sono un aspetto della terapia cognitivo-comportamentale?

    scusa le mille domande, ma questo particolare detto così, senza ulteriori chiarimenti, mettendomi nei panni di una eventuale paziente, mi suscita una certa ansia.

  5. #5
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da viola74 Visualizza messaggio
    ciao Megiston Matema,
    non capisco questo aspetto particolare del tuo lavoro...



    in che senso? non poni in questo modo un limite alla libertà del paziente nella vita quotidiana? e se lui si trova a dover prendere una decisione importante senza avere il tempo di aspettare la seduta?
    questo significa anche che nella seduta l'analista può dare dei consigli sulla decisione da prendere? ma i consigli (cosa che io, come paziente, non vorrei mai!!) non sono un aspetto della terapia cognitivo-comportamentale?

    scusa le mille domande, ma questo particolare detto così, senza ulteriori chiarimenti, mettendomi nei panni di una eventuale paziente, mi suscita una certa ansia.
    Cara Viola,
    in clinica non è difficile incontrare nelle sue mille manifestazioni l’impulsività, la tendenza ad agire, la frenesia del fare perché è difficile sostenere un sentimento, un pensiero, una situazione. Io trovo molto utile formulare nel contratto questa regoletta, tratta fra l’altro da Freud, non per condizionare le decisioni del paziente con consigli, ma per capire insieme a lui. E dove “capire insieme a lui” non significa “ti dico io come stanno le cose”, ma co-costruire il senso delle cose.
    In che cosa mi è utile? Se ad esempio un paziente vuole lasciare la terapia non mi avvisa per telefono, viene a discuterne in una seduta e mi espone le sue motivazioni, dandomi l’opportunità di esporre le mie considerazioni. A partire da queste motivazioni e da queste considerazioni possiamo capire insieme il senso di questa interruzione terapeutica. Pensa ancora ad un paziente depresso o borderline con tendenza al suicidio o ad atti autolesionistici, talvolta la regoletta è un buon deterrente nel caso in cui esista un certo rapporto consolidato. In alcuni casi, vale come richiamo alla regola accettata e condivisa in presenza di una palese infrazione.
    Ciao.

  6. #6
    Partecipante Super Figo
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    20-06-2008
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Cara Viola,
    in clinica non è difficile incontrare nelle sue mille manifestazioni l’impulsività, la tendenza ad agire, la frenesia del fare perché è difficile sostenere un sentimento, un pensiero, una situazione. Io trovo molto utile formulare nel contratto questa regoletta, tratta fra l’altro da Freud, non per condizionare le decisioni del paziente con consigli, ma per capire insieme a lui. E dove “capire insieme a lui” non significa “ti dico io come stanno le cose”, ma co-costruire il senso delle cose.
    In che cosa mi è utile? Se ad esempio un paziente vuole lasciare la terapia non mi avvisa per telefono, viene a discuterne in una seduta e mi espone le sue motivazioni, dandomi l’opportunità di esporre le mie considerazioni. A partire da queste motivazioni e da queste considerazioni possiamo capire insieme il senso di questa interruzione terapeutica. Pensa ancora ad un paziente depresso o borderline con tendenza al suicidio o ad atti autolesionistici, talvolta la regoletta è un buon deterrente nel caso in cui esista un certo rapporto consolidato. In alcuni casi, vale come richiamo alla regola accettata e condivisa in presenza di una palese infrazione.
    Ciao.
    Grazie, così è più chiaro, e capisco che in certe situazioni e in caso di impulsività questa regola sia necessaria... ne avevo frainteso il significato!

  7. #7

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Caro Megiston Matema,
    il tuo post ha generato un ulteriore interesse oltre a quello originario, posto nel mio interrogativo. Il fatto stesso che definisci il tuo metodo come poco "ortodosso" implica una certa curiosità nell' approfondire l'argomento. Tuttavia, ciò che ha destato in me maggior interesse è il tuo concetto di RELAZIONE, non vorrei crearmi un giudizio errato, perciò ci terrei tanto che spendessi qualche parola in più a riguardo. Grazie.

  8. #8
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Dr.Jey-Kill Visualizza messaggio
    Caro Megiston Matema,
    il tuo post ha generato un ulteriore interesse oltre a quello originario, posto nel mio interrogativo. Il fatto stesso che definisci il tuo metodo come poco "ortodosso" implica una certa curiosità nell' approfondire l'argomento. Tuttavia, ciò che ha destato in me maggior interesse è il tuo concetto di RELAZIONE, non vorrei crearmi un giudizio errato, perciò ci terrei tanto che spendessi qualche parola in più a riguardo. Grazie.
    Caro Dr Jey-Kill,
    non era mia intenzione spostare l'asse tematico del tuo forum, ho risposto perché sono anch'io curioso, come te, di capire le differenze. Il concetto di relazione storicamente trova un antecedente in quello di "rapporto" del marchese di Puységur e giunge fino a Mitchell e alle scuole intersoggettive e relazionali odierne. Relazione, a rischio di banalizzare ulteriormente, è (che tu sia analista o paziente) il mettersi in gioco così come si è, al di là del ruolo o della funzione che svolgiamo. E proprio questo spogliarsi del ruolo e dei paludamenti teorici o del setting che ci permette poi di indossare con più autorevolezza, credibilità e autenticità i panni di paziente o di analista. Mi rendo conto che ho detto poco, quasi niente su un argomento così vasto; ma è difficile esaurire la cosa con un semplice commento su un forum che parla d'altro. Se sei interessato ad approfondire l'argomento posso segnalarti privatamente (voglio evitare la pubblicità) dei testi che, a mio parere, potrebbero aiutarti a capire molto meglio di quanto possa fare io adesso. Oppure, sarei felice di continuare a dialogare con te nei vari forum aperti su questo sito.
    Un saluto.

  9. #9

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Caro Dr Jey-Kill,
    non era mia intenzione spostare l'asse tematico del tuo forum, ho risposto perché sono anch'io curioso, come te, di capire le differenze. Il concetto di relazione storicamente trova un antecedente in quello di "rapporto" del marchese di Puységur e giunge fino a Mitchell e alle scuole intersoggettive e relazionali odierne. Relazione, a rischio di banalizzare ulteriormente, è (che tu sia analista o paziente) il mettersi in gioco così come si è, al di là del ruolo o della funzione che svolgiamo. E proprio questo spogliarsi del ruolo e dei paludamenti teorici o del setting che ci permette poi di indossare con più autorevolezza, credibilità e autenticità i panni di paziente o di analista. Mi rendo conto che ho detto poco, quasi niente su un argomento così vasto; ma è difficile esaurire la cosa con un semplice commento su un forum che parla d'altro. Se sei interessato ad approfondire l'argomento posso segnalarti privatamente (voglio evitare la pubblicità) dei testi che, a mio parere, potrebbero aiutarti a capire molto meglio di quanto possa fare io adesso. Oppure, sarei felice di continuare a dialogare con te nei vari forum aperti su questo sito.
    Un saluto.
    Te ne sarei grata per i tuoi suggerimenti. Trovo interessante il tuo punto di vista, inoltre mi piace allargare i confini della mia conoscenza. Spero, tuttavia, che il mio quesito trovi risposta e non resti inosservato. A presto.

  10. #10
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Il lettino assolutamente no, io non voglio favorire lo sviluppo del transfert (così come è inteso nella teoria classica), ma favorire la relazione, una relazione fatta di parole ma anche di comunicazione non verbale.
    Ma perchè, credi che sia possibile impedire lo sviluppo del transfert? Il transfert è già lì, che tu lo voglia o meno, lettino o meno.

  11. #11
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    [QUOTE=Megiston Matema;2185326]Caro Dr. Jey-Kill,

    ...
    Il setting è più o meno quello classico: la regola fondamentale del dire tutto ciò che passa per la testa senza interporre censure, il dovere di non prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi, ...


    Premetto che io sono solo un appassionato di psicologia nonché un paziente e quindi non ho competenze specifiche. Dunque:
    Volevo chiederti, in riferimento alla regola di non dover prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi: come si può collocare una analisi di questo genere nella vita di un uomo che ha determinati suoi impegni particolari, penso per esempio a un uomo politico, un Presidente del Consiglio o un'altra figura simile? Se venisse da lei un Berlusconi per intraprendere un percorso di analisi, come pensa che riuscirebbe a portare avanti l'analisi secondo le regole prefissate? A un Presidente può capitare di dover prendere decisioni importantissime in pochi minuti. Per non parlare poi della necessità di mantenere il segreto su quasi tutte le questioni in gioco! Ma, se ci pensiamo bene, questa è un'evenienza che si può presentare nella vita di ognuno. Un marito litiga con la moglie e la moglie sta facendo le valige per andarsene; il marito deve decidere all'istante cosa dirle; e non potrebbe certo convincere la moglie ad attendere qualche giorno che lui faccia chiarezza con l'aiuto di una seduta di analisi. Si tratta di una decisione importante, da cui potrebbe dipendere tanta felicità o infelicità.
    A mio modesto avviso credo che la regola in questione, oltre ad essere più utopica che altro, rischi di creare una routine che mal si adatta alle esigenze pratiche della vita. Non potrebbe inoltre accadere che l'analizzato sviluppi a causa di questa regola una forma di dipendenza, limitando così la sua autonomia?



    Grazie e saluti.

    Astolfo

  12. #12
    Partecipante Esperto L'avatar di missfreedom
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    [QUOTE=astolfo777;2192414]
    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Caro Dr. Jey-Kill,

    ...
    Il setting è più o meno quello classico: la regola fondamentale del dire tutto ciò che passa per la testa senza interporre censure, il dovere di non prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi, ...


    Premetto che io sono solo un appassionato di psicologia nonché un paziente e quindi non ho competenze specifiche. Dunque:
    Volevo chiederti, in riferimento alla regola di non dover prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi: come si può collocare una analisi di questo genere nella vita di un uomo che ha determinati suoi impegni particolari, penso per esempio a un uomo politico, un Presidente del Consiglio o un'altra figura simile? Se venisse da lei un Berlusconi per intraprendere un percorso di analisi, come pensa che riuscirebbe a portare avanti l'analisi secondo le regole prefissate? A un Presidente può capitare di dover prendere decisioni importantissime in pochi minuti. Per non parlare poi della necessità di mantenere il segreto su quasi tutte le questioni in gioco! Ma, se ci pensiamo bene, questa è un'evenienza che si può presentare nella vita di ognuno. Un marito litiga con la moglie e la moglie sta facendo le valige per andarsene; il marito deve decidere all'istante cosa dirle; e non potrebbe certo convincere la moglie ad attendere qualche giorno che lui faccia chiarezza con l'aiuto di una seduta di analisi. Si tratta di una decisione importante, da cui potrebbe dipendere tanta felicità o infelicità.
    A mio modesto avviso credo che la regola in questione, oltre ad essere più utopica che altro, rischi di creare una routine che mal si adatta alle esigenze pratiche della vita. Non potrebbe inoltre accadere che l'analizzato sviluppi a causa di questa regola una forma di dipendenza, limitando così la sua autonomia?



    Grazie e saluti.

    Astolfo




    Ciao astolfo come te faccio delle premesse, sono una laureanda in psicologia (quindi alcune basi penso di averle) sono anch'io paziente in analisi da appena un mese, tuttavia credo di poter rispondere alla tua domanda in attesa che qualcuno più ferrato sull'argomento dia la sua opinione.

    In merito alla possibilità di prendere decisioni - da parte del paziente - credo non ci siano limitazioni (non nel suo quotidiano). Penso che questa ipotesi sia riferibile, piuttosto, a decisioni che riguardano il rapporto con l'analista e quindi la stessa analisi (come ad esempio la possibilità di interrompere il rapporto), ma non penso che il paziente debba assumere le sembianze di un burattino e quindi consultare il suo analista per qualunque cosa riguardi la propria vita - o quantomeno non credo sia così. E penso che questo valga sempre, salvo non si tratti di patologie particolari come l'organizzazione di personalità Borderline in cui esiste una particolare debolezza dell'Io, e si hanno relazioni oggettuali problematiche (ma perché in questi casi è possibile che vi sia un rischio di suicidio), dunque in questo caso sarebbe auspicabile che la paziente faccia riferimento al suo analista per qualunque scelta, che riguardi anche la sua vita. Ma nel caso del Presidente, penso che lui possa tranquillamente prendere le sue decisioni (ammesso non sia affetto da gravi patologie).

    Quanto alla regola fondamentale c'è da aggiungere una cosa - forse anche banale; la regola fondamentale vale all'interno di un setting analitico ben strutturato in quanto tale e come tale, non viene di certo applicata nella vita di ogni giorno; non si adatta assolutamente alla vita quotidiana, e sicuramente non deve essere utilizzata altrove. La regola fondamentale riguarda la necessità di comunicare tutto quello che si pensa - all'analista (ma durante il setting). L'ipotesi di poter discutere con l'analista di alcune scelte, prima di prendere decisioni, credo sia facoltativa, e soprattutto credo sia altro e ben distinto dalla regola fondamentale. Anzi, checché io ricordi, vige la regola di non avvalersi della possibilità di consultare l'analista in momenti extra - quindi niente telefonate o contatti fuori dal setting; l'analisi è severamente limitata a quelle ore, e mi riferisco a quella classica che sto portando avanti personalmente e con piacere, che è basata su tre appuntamenti settimanali e chiaramente l'utilizzo del lettino. Ma c'è un motivo se dico questo; proprio in virtù di questa regola, se mai io dovessi prendere - improrogabilmente - una decisione entro due ore: certamente non potrei attendere di andare in analisi domani. Quindi, salvo sbavature, questo dovrebbe confermare la mia tesi. Ecco, forse questo potrebbe anche servire ad evitare quella Dipendenza di cui parlavi tu.

    Attendo che qualcuno mi chiarisca le idee, in caso così non fosse.
    Ultima modifica di missfreedom : 03-11-2009 alle ore 17.07.47
    Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero

  13. #13
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    [QUOTE=missfreedom;2192527]
    Citazione Originalmente inviato da astolfo777 Visualizza messaggio





    Ciao astolfo come te faccio delle premesse, sono una laureanda in psicologia (quindi alcune basi penso di averle) sono anch'io paziente in analisi da appena un mese, tuttavia credo di poter rispondere alla tua domanda in attesa che qualcuno più ferrato sull'argomento dia la sua opinione.

    In merito alla possibilità di prendere decisioni - da parte del paziente - credo non ci siano limitazioni (non nel suo quotidiano). Penso che questa ipotesi sia riferibile, piuttosto, a decisioni che riguardano il rapporto con l'analista e quindi la stessa analisi (come ad esempio la possibilità di interrompere il rapporto), ma non penso che il paziente debba assumere le sembianze di un burattino e quindi consultare il suo analista per qualunque cosa riguardi la propria vita - o quantomeno non credo sia così. E penso che questo valga sempre, salvo non si tratti di patologie particolari come l'organizzazione di personalità Borderline in cui esiste una particolare debolezza dell'Io, e si hanno relazioni oggettuali problematiche (ma perché in questi casi è possibile che vi sia un rischio di suicidio), dunque in questo caso sarebbe auspicabile che la paziente faccia riferimento al suo analista per qualunque scelta, che riguardi anche la sua vita. Ma nel caso del Presidente, penso che lui possa tranquillamente prendere le sue decisioni (ammesso non sia affetto da gravi patologie).

    Quanto alla regola fondamentale c'è da aggiungere una cosa - forse anche banale; la regola fondamentale vale all'interno di un setting analitico ben strutturato in quanto tale e come tale, non viene di certo applicata nella vita di ogni giorno; non si adatta assolutamente alla vita quotidiana, e sicuramente non deve essere utilizzata altrove. La regola fondamentale riguarda la necessità di comunicare tutto quello che si pensa - all'analista (ma durante il setting). L'ipotesi di poter discutere con l'analista di alcune scelte, prima di prendere decisioni, credo sia facoltativa, e soprattutto credo sia altro e ben distinto dalla regola fondamentale. Anzi, checché io ricordi, vige la regola di non avvalersi della possibilità di consultare l'analista in momenti extra - quindi niente telefonate o contatti fuori dal setting; l'analisi è severamente limitata a quelle ore, e mi riferisco a quella classica che sto portando avanti personalmente e con piacere, che è basata su tre appuntamenti settimanali e chiaramente l'utilizzo del lettino. Ma c'è un motivo se dico questo; proprio in virtù di questa regola, se mai io dovessi prendere - improrogabilmente - una decisione entro due ore: certamente non potrei attendere di andare in analisi domani. Quindi, salvo sbavature, questo dovrebbe confermare la mia tesi. Ecco, forse questo potrebbe anche servire ad evitare quella Dipendenza di cui parlavi tu.

    Attendo che qualcuno mi chiarisca le idee, in caso così non fosse.



    Vorrei chiederti una cosa: non trovi che organizzare le proprie scelte attorno alle sedute di analisi possa provocare, proprio nel caso di persone con problemi particolari, per le quali si auspica un'analisi con delle regole ferree, un effetto esattamente opposto a quello voluto? La mia esperienza di paziente a riguardo è chiarissima: durante il periodo di massima difficoltà, quando l'analista mi chiese di andare non più due ma tre volte alla settimana e mi raccomandò di far particolare riferimento sulle sedute, la mia disperazione aumentò. Perché in definitiva per un essere umano fare assoluto affidamento su una tecnica, sia pure quella psicanalitica, è quanto meno a rischio di alienazione. Francamente mi risultò più che deprimente incentrare la mia vita attorno alle sedute: innanzitutto non si tratta di un sostegno gratuito, ma di un rapporto fondato su una retribuzione; e questo già rende la cosa perlomeno fredda, anzi glaciale; in secondo luogo queste psicanalisi hanno un approccio completamente scientifico, e questo, se da una parte fornisce prove inconfutabili, dall'altra riduce inevitabilmente la comprensione; in terzo luogo la figura dell'analista non si presta a diventare centrale nella vita di un uomo, perché il rapporto analitico è completamente privo di calore umano; cosa che aumenta la conoscenza scientifica dell'analista ma aumenta pure il senso di avvilimento dell'analizzato. Il mio timore, in questi casi, è che la competenza scientifica, concetrata solo su determinati problemi, vada di pari passo con un'immensa distrazione per ciò che riguarda il resto, col risultato che la vita del paziente va a rotoli, la competenza dell'analista aumenta e l'analista assiste impotentemente a una vera e propria tragedia esistenziale (potrebbe però anche non accorgersene proprio).
    E proprio questo accadde nel mio caso. Io feci presente all'analista che la mia vita stava andando a rotoli peggio di prima, e lui mi enumerava tutti i problemi che aveva risolto; ma dei problemi che aveva creato non ne voleva sapere, forse perché, io penso, la sua scienza non aveva proprio gli strumenti per verificarli.




    Saluti.

    Astolfo

  14. #14
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    [QUOTE=astolfo777;2192959][QUOTE=missfreedom;2192527]
    durante il periodo di massima difficoltà, quando l'analista mi chiese di andare non più due ma tre volte alla settimana e mi raccomandò di far particolare riferimento sulle sedute, la mia disperazione aumentò. [QUOTE=missfreedom;2192527]

    Be, ma generalmente questo viene fatto proprio per venire incontro a questi momenti fortemente regressivi: in realtà più sedute significano più possibilità di confronto...o no? La loro variabilità può essere comunque legata ad eventi quali tu li descrivi.

    [QUOTE=missfreedom;2192527]Francamente mi risultò più che deprimente incentrare la mia vita attorno alle sedute[QUOTE=missfreedom;2192527]

    Ecco, per esempio, in ambito junghiano si tende ad evitare il più possibile un tale esito: certamente la traslazione ha bisogno di esprimersi e dispiegarsi in tempi e modalità peculiari ma non è certo una ''dipendenza'' quale tu la descrivi a fare ''analisi''. Tutte le cose possono essere accuratamente valutate con buon senso: per quanto mi riguarda un atteggiamento 'accentratore' da parte dell'analista è ridicolo.

    Citazione Originalmente inviato da missfreedom Visualizza messaggio
    la figura dell'analista non si presta a diventare centrale nella vita di un uomo, perché il rapporto analitico è completamente privo di calore umano;
    Mi dispiace che tu abbia un parere del genere. Per quanto mi riguarda lo trovo completamente alienato dalla realtà clinica che frequento con gli studi e l'esperienza personale. Non posso esprimermi su altri orientamenti ma per quanto riguarda la prassi analitica junghiana il tuo pensiero verrebbe completamente capovolto: ''la figura dell'analista si presta a diventare centrale nella vita di un uomo, perché il rapporto analitico è completamente pieno di calore umano''

    Bisogna poi vedere cosa si intende con ''calore'' in quanto spesso non ci si capisce...

    Saluti,
    Luigi

  15. #15
    Partecipante Esperto L'avatar di missfreedom
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    [QUOTE=astolfo777;2192959]
    Citazione Originalmente inviato da missfreedom Visualizza messaggio

    Vorrei chiederti una cosa: non trovi che organizzare le proprie scelte attorno alle sedute di analisi possa provocare, proprio nel caso di persone con problemi particolari, per le quali si auspica un'analisi con delle regole ferree, un effetto esattamente opposto a quello voluto? La mia esperienza di paziente a riguardo è chiarissima: durante il periodo di massima difficoltà, quando l'analista mi chiese di andare non più due ma tre volte alla settimana e mi raccomandò di far particolare riferimento sulle sedute, la mia disperazione aumentò. Perché in definitiva per un essere umano fare assoluto affidamento su una tecnica, sia pure quella psicanalitica, è quanto meno a rischio di alienazione. Francamente mi risultò più che deprimente incentrare la mia vita attorno alle sedute: innanzitutto non si tratta di un sostegno gratuito, ma di un rapporto fondato su una retribuzione; e questo già rende la cosa perlomeno fredda, anzi glaciale; in secondo luogo queste psicanalisi hanno un approccio completamente scientifico, e questo, se da una parte fornisce prove inconfutabili, dall'altra riduce inevitabilmente la comprensione; in terzo luogo la figura dell'analista non si presta a diventare centrale nella vita di un uomo, perché il rapporto analitico è completamente privo di calore umano; cosa che aumenta la conoscenza scientifica dell'analista ma aumenta pure il senso di avvilimento dell'analizzato. Il mio timore, in questi casi, è che la competenza scientifica, concetrata solo su determinati problemi, vada di pari passo con un'immensa distrazione per ciò che riguarda il resto, col risultato che la vita del paziente va a rotoli, la competenza dell'analista aumenta e l'analista assiste impotentemente a una vera e propria tragedia esistenziale (potrebbe però anche non accorgersene proprio).
    E proprio questo accadde nel mio caso. Io feci presente all'analista che la mia vita stava andando a rotoli peggio di prima, e lui mi enumerava tutti i problemi che aveva risolto; ma dei problemi che aveva creato non ne voleva sapere, forse perché, io penso, la sua scienza non aveva proprio gli strumenti per verificarli.



    Saluti.

    Astolfo


    Caro astolfo, mi meraviglio del fatto che tra tanti specialisti del campo tu abbia scelto me profana, per indagare una cosa così specifica, tuttavia provo a risponderti restando nei limiti di quel che mi è possibile, quindi evitando accuratamente di riferirmi al tuo caso specifico. Tu poni molte questioni interessanti, indubbiamente, e credo anche difficili da districare; tuttavia mettono alla prova la mia stoffa da paziente, perché riflettere su queste cose mi serve anche a comprendere se la scelta che ho fatto sia quella giusta, come è ovvio - ma procediamo con cautela. Tendenzialmente dovrei evitare di risponderti perché la poni come una questione personale, ma forse il fatto che sia un evento ormai passato mi consente di pronunciarmi (in genere non è contemplato da questo forum, che si pongano questioni in modo personale, proprio perché io che ti rispondo non sono uno specialista della materia); cercherò di fare un discorso più ampio, e che rientri nelle mie competenze [di laureanda].

    Credo di poter dire che spesso si perde di vista una cosa molto importante, che non ha a che fare nello specifico con la psicoanalisi, ma piuttosto con qualunque genere di psicoterapia. Credo fermamente che non ci sia un approccio giusto in senso universale e che non ci sia un bravo medico; psicologo; psicoanalista in senso assoluto: la terapia funziona quando la coppia terapeutica è quella giusta, e questa, ahinoi, non è una cosa che si può stabilire in modo prioritario. Data questa premessa, penso che dovremmo smetterla di condannare le persone cui ci affidiamo per un problema, ma essere più coscienti di noi stessi e Imparare anche a comprendere che forse quella terapia, se ci fa tanto male, potrebbe non fare al caso nostro (qualunque essa sia). Ma torno alla tua domanda sulla terapia psicoanalitica; se questa è adatta al paziente in questione e quindi il paziente la sceglie di sua spontanea volontà, le motivazioni per cui può manifestarsi un effetto esattamente opposto a quello "desiderato dal paziente" possono essere davvero tante. In primis, probabilmente, un periodo di massima difficoltà potrebbe essere identificabile con una chiara resistenza al trattamento, ma questo dipende anche molto da problema che ognuno ha (che è differente da caso a caso). Quindi certamente non si sta male perché non è efficace la terapia, ma l'esatto opposto, molto probabilmente la terapia sta facendo il suo lavoro (e il terapeuta anche). Molto spesso si ha la convinzione che una terapia, per aiutarci, debba necessariamente renderci felici e che il terapeuta debba fornirci tutto il supporto anelato fino a quel momento - non è esattamente così che funziona, non per la psicoanalisi. Credo che la psicoanalisi sia un approccio molto duro rispetto a molti altri, e che somigli più ad una guerra, combattuta però con noi stessi e con le nostre proiezioni fantasmatiche - sicuramente non con l'analista; ma anche questo, ci vuole un po' per maturarlo (e non è un discorso che si può esaurire in quattro righe). Il rischio di alienazione invece, lo attribuirei ad altro (ma non posso pronunciarmi in merito), tuttavia credo di poter dire che non è una caratteristica intrinseca della terapia psicoanalitica quella di produrre alienazione, ma piuttosto credo dipenda da caratteristiche individuali. Non è la psicoanalisi che procura alienazione ma dinamiche affettive interne del paziente. Se un essere umano fa completo affidamento su una tecnica, l'alienazione - per me - diventa l'ultimo problema. Infatti, come poi affermi, è deprimente.

    Sulla questione economica credo ci sia poco da dire: questa è la psicoanalisi, se la si sceglie queste sono anche le condizioni, lamentarsi a me pare superfluo, proprio perché l'ho scelta (non sono solita lamentarmi di cose che non posso o che non so cambiare). La verità è che la freddezza c'entra ben poco, la freddezza potrebbe essere intrinseca al trattamento, più che prettamente legata a fattori di tipo economico; per quanto mi riguarda ci sono i consultori, se non si ha abbastanza fede nella psicoanalisi e se l'idea di pagare chi fa un lavoro - che non è per nulla facile - ci fa venire i brividi, possiamo andare lì e il gioco è fatto.

    Ma devo rimproverarti una delle ultime affermazioni perché la psicoanalisi non ha mai avuto un approccio completamente scientifico, e non capisco da dove salti fuori questa tua convinzione. Tutt'altro, la psicoanalisi fece fatica ad emergere proprio per via dei suoi metodi poco ortodossi secondo quella che era la medicina tradizionale - non a caso ebbe sin dagli albori uno statuto particolare; in particolare con riferimento al fatto che l'inconscio di un paziente - pilastro portante della psicoanalisi - non si presenta come oggettivamente osservabile da più persone, quindi non è assolutamente un metodo scientifico. Tutt'al più il contrario. Infatti le prove inconfutabili di cui parli tu non credo che esistono in psicoanalisi; questo forse aumenta la comprensione di un fenomeno che è chiaramente in movimento: sopra, sotto, dentro, ai lati: l'essere umano. Non si potrebbe, a mio parere, comprendere un essere umano con uno strumento che sia altro da sé, e quindi esatto; l'essere-umano-dentro è per sua natura errante, dunque ha bisogno di un occhio che lo osservi in modo erratico e che in modo fedele ne accompagni i movimenti (dove fedele, non equivale a dire necessariamente buono); quest'ultima è una mia convinzione e nulla ha a che fare, forse, con la psicoanalisi. Non credo affatto che la competenza di un analista aumenti con competenze Scientifiche, sicuramente è una persona che segue una forte formazione e un continuo aggiornamento, che è probabilmente in continua supervisione da parte di altri analisti, che partecipa a seminari, che si occupa di svolgere una formazione che sia continua e quant'altro; ma credimi, l'approccio scientifico per come lo intendi tu, davvero c'entra ben poco in questo campo. E questo penso di poterlo affermare senza troppe esitazioni. Quello che poi è accaduto a te, nel tuo caso specifico, di cui io non conosco le dinamiche o le ragioni più profonde [e anche se le conoscessi non servirebbe], erano sicuramente da interpretare con il tuo psicoanalista, non quì ed ora. Proprio perché forse il tuo analista avrebbe avuto modo di comprendere, ma certamente quì e adesso non lo può nessuno - se non a rischio di falsare la realtà. Detto questo credo di non poter aggiungere null'altro (entrerei troppo nel personale e proprio non mi è concesso, come del resto è Giusto). Spero di aver esaudito la tua curiosità.

    A proposito, io adoro il mio analista, e non lo cambierei per nulla al mondo.
    Saluti a te.
    Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero

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