Quanto segue è tratto dal sito:
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L'assistenza domiciliare ai malati terminali: il ruolo dello psicologo

1c) Sostegno diretto alla famiglia

[...] Naturalmente, oltre al lavoro con l'équipe e con i volontari l'intervento dello psicologo va indirizzato in favore del nucleo familiare, al fine di sostenere le figure più prossime al malato.
La possibilità per il malato di poter trascorrere gli ultimi mesi della sua vita nella propria abitazione circondato dall'affetto dei familiari, sembra provocare un minor livello di ansia, dolore e depressione. Tuttavia, per poter realizzare concretamente una assistenza domiciliare continua è necessario che la famiglia sia sufficientemente preparata a svolgere un compito che si presenta irto di difficoltà. Infatti, se il malato è l'obiettivo degli sforzi, la famiglia è il mezzo attraverso cui si concretizza l'intervento di assistenza domiciliare.
Se vengono trascurate sia le forze positive che alimentano le interazioni familiari, sia le difficoltà ed i timori di cui la famiglia è portatrice si rischia un sostanziale insuccesso dell'intervento assistenziale. E' necessario rendersi conto che l'équipe non prende in carico solo il malato ma tutto il contesto familiare con i suoi bisogni e le sue ansie. Non sempre, infatti, è il malato ad avere maggior bisogno di sostegno ed aiuto psicologico.
Le difficoltà di una famiglia nel gestire un malato terminale nascono dall'impatto con la straordinarietà della situazione, che impone aspetti nuovi da capire e da risolvere, e uno sconvolgimento della routine quotidiana. Molti familiari sono costretti ad alterare le loro abitudini, saltano i riposi e le ferie, non hanno più orari. A tutto ciò va aggiunto il clima di sofferenza psicoaffettiva in cui la famiglia si muove.
Non dobbiamo dimenticare che la malattia oncologica è un evento che inevitabilmente apre una "crisi" nel sistema familiare alterando le normali dinamiche e relazioni parentali. Le risorse, le modalità di funzionamento, in una parola la forza e la coesione del sistema familiare, sono messe a dura prova. Il modo con cui una famiglia reagisce e si confronta con lo stress intrapersonale ed interpersonale, attivato da questa esperienza "limite", dipende in parte dalle precedenti dinamiche familiari (livelli di comunicazione, grado di coinvolgimento, funzionamento e coerenza) ed in parte dalla capacità dell'équipe di offrire un reale sostegno e contenimento dei sentimenti evocati e messi a nudo, sia dalla malattia che dall'assistenza domiciliare continuativa.
Anche la famiglia, come il malato, sperimenta, nel corso della malattia, tutta una serie di emozioni. Sentimenti di paura, rabbia, impotenza, depressione, ansia sono del tutto normali e comprensibili, sia nel paziente che nei suoi familiari. Tuttavia, l'intensità dei sentimenti assume spesso un valore negativo agli stessi occhi dei familiari spingendoli a reprimere, negare, anestetizzare i propri e gli altrui vissuti emotivi. Questo controllo emozionale, si traduce in un incremento del reciproco senso di solitudine che aumenta, piuttosto che ridurre, la distanza emotiva all'interno della famiglia (Kübler-Ross, 1969).
Un ulteriore problema evocato dalla malattia terminale riguarda l'elaborazione del lutto, sia nel corso dell'assistenza (lutto anticipatorio) quando i segni della malattia sono spesso tangibili e la prospettiva della morte, e quindi della perdita della persona cara, è sempre presente, sia quando effettivamente il paziente viene a mancare e la famiglia si trova a dover gestire la perdita. E' questo un aspetto spesso sottovalutato, nonostante diverse ricerche abbiano dimostrato la sostanziale vulnerabilità della persona in lutto, per ciò che riguarda la salute psichica e fisica (Smith, 1982). In tal senso, appare ragionevole prevedere che l'aiuto fornito durante una malattia terminale non sarà di beneficio soltanto nella situazione immediata del morente e dei parenti stretti, ma avrà anche dei benefici di lungo periodo, creando le condizioni per una successiva reazione di lutto meno gravosa.
Tenendo conto di questi diversi aspetti l'intervento dello psicologo può concretizzarsi nella possibilità di offrire: a) sostegno e valorizzazione delle risorse familiari; b) contenimento delle sofferenze e dello stress intrapersonale ed interpersonale; c) creazione di uno spazio di comunicazione tra i familiari e l'équipe, e tra i familiari ed il malato; d) ascolto ed informazione rispetto alle decisioni da prendere in ordine ai diversi problemi che si presentano durante tutto l'iter della malattia; e) aiuto nella fase dell'elaborazione del lutto...[...]
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Ho riportato giusto un pezzo, per chi volesse leggerlo tutto sa poi dove andarlo a cercare.

Ora geiko, nel frattempo che leggi questo rispondo all'altra tua domanda