Citazione Originalmente inviato da stefania81 Visualizza messaggio
In genere si tende a parlare di "salute", concetto che si spiega come condizione di assenza di malattia, io credo si debba iniziare a parlare di "benessere", benessere generale della persona, sostituendo con i termini "star bene" ciò che ora significa "non star male", credo siano cose totalmente differenti. Si dovrebbe promuovere il concetto di una valutazione di una condizione "in positivo" (stare in una condizine) invece che "in negativo" (non stare in un'altra). Se stai bene non vuol dire che non stai male, vuol dire che stai bene.
Sì, anche qui concordo !
Una filosofa, Luigina Mortari, che si occupa molto del concetto di cura (ha scritto due bei libri che vi consiglio, "La pratica della cura" e "Aver cura della vita della mente") dice che la cura è un'attività che promuove il ben-esserci, che rende possibile il pieno espandersi ed esprimersi dell'altro, offrendogli la possibilità di fare esperienza di sè.
Mi aggancio e riprendo il discorso del post di ieri sera:
Cura da Epimeleia dunque, e non da Terapheia.
Ma cosa vuol dire in greco Epimeleia? Guarda guarda..vuol dire occuparsi di qualche cosa con molta attenzione. Allora l'attenzione e l'ascolto, lo sguardo aperto sull'altro, sono pratiche che generano benessere. Cura come epimeleia (e non come terapia) è una pratica di attenzione per l'altro che amplia il respiro, genera spazi fecondi e implica una dimensione etica profonda, ovvero un'autentica passione e tensione per il ben-esserci dell'altro, un'alterità assoluta, imprevedibile, inconoscibile, che non possiamo incasellare e ricondurre a schemi e ad etichettature.

E' una concezione non sanitaria della cura, non medicalizzata, non prescrittiva, non orientata a far guarire, ma ad espandere il campo dell'altro e il suo respiro, la sua voce, il suo passo.

Ma non è così facile come sembra, guardare e ascoltare. Siamo troppo distratti, andiamo in automatico, e siamo ipernutriti di sovrastrutture, ipotesi diagnostiche preconfezionate e pregiudizi personali. E uno studio come quello del DSM IV non ci aiuta di certo.
E' come se dovessimo scrostare le nostre percezioni da una patina di polvere che le ricopre, risvegliare lo sguardo, anzi tutti i nostri sensi. Guardare, percepire il paziente e la sua realtà come se non l'avessimo mai conosciuta prima. Naturalmente però dobbiamo mantenere anche un contatto con tutte le emozioni e i ricordi che il paziente ci evoca, (nel linguaggio psicodinamico, controtransfert, parola che non restituisce nulla della ricchezza del fenomeno). Quindi, ancora più difficile. Bisogna poter sostare in questa ambivalenza: levare la patina di polvere in realtà significa sia poter guardare con occhi nuovi, sia recuperare gli occhi profondi e sottili della memoria emozionale.

Anche in un laboratorio di scrittura poetica avviene questo: prendiamo un oggetto comune, come un ciottolo, e lo osserviamo, annusiamo, tocchiamo come se non l'avessimo mai visto. Ritroviamo lo stupore. E' un lavoro di de-automatizzazione dello sguardo. Come se dovessimo ri-conoscere quell'oggetto da zero. Scriviamo tutte le nostre percezioni nei dettagli.
Poi arrivano i ricordi. Tutti i ricordi che quel ciottolo mi evoca. Passeggiate in riva al mare, ciottoli lanciati per farli rimbalzare sull'acqua, ciottoli caldi o freddi sotto i piedi, qualsiasi cosa.
Poi cominciamo a cercare di capire a che cosa quell'oggetto può somigliare, troviamo delle metafore. Avrà sfumature, venature colorate, asperità, oppure è completamente liscio, monocolore? Sembra un uovo, una maschera indiana, un idolo, una cartina geografica, un cuore, un volto, un mondo, una rupe in miniatura, una caramella...?
Infine, cerchiamo di capire in che cosa somiglia a noi e in che cosa è diverso. Cerchiamo di capire in che cosa è unico al mondo.

Tutto questo lavoro è un esercizio di cura.
Alla fine del quale, tutti i partecipanti dei laboratori, immancabilmente, si legano talmente al ciottolo da volerselo portare a casa....