Non sapevo di avere esegeti del mio pensiero...

Rispondendo a francesca e charlie:

Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
Vorrei capire meglio. Vuoi dire che se l'analisi assume risvolti che indagano su temi filosofici, sociologici, morali, si vuole mettere a tacere, ignorare il proprio disagio? Il concetto non mi è chiaro: perchè dovrebbe avvenire questo? Io ritengo che in un percorso analitico che dura anni, solo dopo una lunga fase di individuazione, elaborazione, risoluzione dei sintomi si potranno spalancare scenari più ampi che affrontano i temi di cui sopra.
Citazione Originalmente inviato da Char_Lie
Cosa vuoi dire gieko quando usi espressione "difesa dall'assunzione soggettiva del proprio disagio"?
In questo caso mi riferivo ad una questione teorica, se vogliamo di lana caprina, ma importante, comunque riferita al terapeuta.
Prendendo spunto da quanto scritto da francesca, neuromancer ha sottolineato come il fine della terapia non sia la "trasformazione ed evoluzione di valori" in sè, dicendo che la situazione clinica è focalizzata su altro. Luigi ha ribattutto citando il nichilismo come "svalutazione dei valori" e, lasciando intendere che il fine della terapia è dunque la riscoperta di questi valori.
Personalmente sposo di più la posizione di neuromancer perchè rimanda al processo e non all'esito della terapia. In sostanza ritengo che il recupero di valori, l'approdo a più ampie vedute, etc. etc. non siano in sè l'obbiettivo, ma aspetti a cui il paziente giungerà se ne avrà voglia. Se no, non significa che siamo di fronte ad un fallimento. Sullo sfondo c'è, dal mio punto di vista, l'utilizzo di categorie di valori che sono proprie del terapeuta non del paziente, nella posizione sostenuta da luigi. I rimandi alla dimensione sociale e morale non devono essere secondo me di pertinenza della relazione terapeutica, che si occupa di ciò che preme al paziente. Per questo ritengo che, da parte del terapeuta sia difensivo utilizzare le suddette categorie.

Saluti