Non sapevo di avere esegeti del mio pensiero...
Rispondendo a francesca e charlie:
In questo caso mi riferivo ad una questione teorica, se vogliamo di lana caprina, ma importante, comunque riferita al terapeuta.Originalmente inviato da Char_Lie
Prendendo spunto da quanto scritto da francesca, neuromancer ha sottolineato come il fine della terapia non sia la "trasformazione ed evoluzione di valori" in sè, dicendo che la situazione clinica è focalizzata su altro. Luigi ha ribattutto citando il nichilismo come "svalutazione dei valori" e, lasciando intendere che il fine della terapia è dunque la riscoperta di questi valori.
Personalmente sposo di più la posizione di neuromancer perchè rimanda al processo e non all'esito della terapia. In sostanza ritengo che il recupero di valori, l'approdo a più ampie vedute, etc. etc. non siano in sè l'obbiettivo, ma aspetti a cui il paziente giungerà se ne avrà voglia. Se no, non significa che siamo di fronte ad un fallimento. Sullo sfondo c'è, dal mio punto di vista, l'utilizzo di categorie di valori che sono proprie del terapeuta non del paziente, nella posizione sostenuta da luigi. I rimandi alla dimensione sociale e morale non devono essere secondo me di pertinenza della relazione terapeutica, che si occupa di ciò che preme al paziente. Per questo ritengo che, da parte del terapeuta sia difensivo utilizzare le suddette categorie.
Saluti








si potranno spalancare scenari più ampi che affrontano i temi di cui sopra.
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