Apro questo nuovo spazio, in nulla libero da conflitti, per riportare alla mente la scoperta freudiana, nei suoi contenuti scabrosi e nello sforzo fatto da Lacan per evitare che venissero rimossi.

In cosa siamo autorizzati a mettere bocca sulle faccende di un altro?
Voglio dire: l'aspetto archeologico e lo studio dello sviluppo dello psichico nel bambino hanno dato il via all'elaborazione del punto di vista genetico in psicoanalisi. Questa evoluzione è passata dall'essere un ulteriore arricchimento nell'osservazione a fattore vincolante e prescrittivo rispetto allo sviluppo.

Di nuovo, allora: cosa ci autorizza a distinguere il giusto dallo sbagliato?
La psicoanalisi è una pratica che porta al disvelamento, alla conoscenza delle proprie dinamiche interiori. Freud prima, Lacan poi, hanno avuto a mio modo di vedere il merito di prendere "per buono" il desiderio del paziente, o, meglio, "i desideri".
Non è senza pudore che lo studioso viennese si è fatto portavoce di una questione nota a tutti, ma tenuta in gran segreto: la sessualità infantile. Meno attenzione (ma più resistenze) ha destato il fatto che il padre della psicoanalisi abbia considerato i perversi come dei "poveri diavoli", certo, ma non come dei criminali o degli esseri moralmente indegni. Si è spinto tanto in là da mostrare quanto, nella vita sessuale di una persona moderatamente nevrotica, degli impulsi perversi siano parte integrante della soddisfazione. La provocazione maggiore, che pare non avere molto riscontro nelle discussioni, non almeno quanto il termine "invertiti", riferito agli omosessuali, è quella in merito al bacio, considerato da Freud una perversione tra le altre, non avendo come fine diretto la riproduzione.

E allora cosa deve guidare l'opera di disvelamento? In che maniera la psicoanalisi "cura"?
Il paradosso e la parte scabrosa di tutto questo discorso è che il misconosciuto deve venire a galla. Per farne che? Per essere ricompreso.
La questione non è tra il giusto e lo sbagliato, ma è tra il conosciuto e lo sconosciuto. La realtà, la civiltà, l'esterno, ha già i suoi princìpi morali da imporre. La fatica di un'analisi sta nel riportare alla consapevolezza del paziente dei conflitti a cui è già stata data una risposta interna, nei termini giusto/sbagliato, si può/non si può, prima di vagliare il responso della realtà stessa.

Vi ritrovate in questa visione?