
Originalmente inviato da
wxyzabcd
Mettere il numero chiuso è porre delle limitazioni alla libertà personale, bene ben più prezioso di una busta paga. Se intraprendi un corso di studio a seconda degli sbocchi occupazionali limiti le tue inclinazioni personali e lo sviluppo pieno della tua personalità ed un paese che ricorre a tali ristrettezze perde l'occasione di dare la possibilità di far crescere la popolazione giovane e capace che potrebbe contribuire a nuove conoscenze perché mosso da passionalità e creatività e non da calcolo.
Certo le prospettive di inserimento lavorativo non sono rosee, ma è una situazione che riguarda tutti al momento e comunque le crisi economiche sono cicliche per cui sorge anche un problema di storicizzazione dell'eventuale chiusura del numero d'accesso.
Senza contare che minori sono le possibilità di esercitare una professione non per motivi naturali di andamento del mercato del lavoro, ma per disposizioni legislative e maggiori sono i rischi di corporazione e clientelismo che avrebbero come conseguenza diretta un inaridimento ed uno scadimento qualitativo della psicologia stessa. Risulterebbe così, un tale provvedimento, controproducente al futuro della figura dello psicologo e alla ricerca in tal senso. Pensate alle professioni-caste tipo quella dei notai e ditemi voi l'utilità di una simile figura.
Inoltre non tutti studiano psicologia per trovare un lavoro, ma per personale interesse e comunque studiare per passione, anche se poi non si eserciterà per motivi contingenti, non è una sconfitta.
Infine perché avete bisogno sempre di "mammina o papino (Stato)" che vi stabiliscano i limiti e vi garantiscano il lavoro? Non siete capaci di fare da soli certe valutazioni di natura occupazionale prima di iniziare il corso di studi (o anche durante)?
Cosa andrete a dire ad un paziente che si ostina a voler la pappa scodellata senza cercare di adattarsi ad una realtà per lui frustrante, adducendo come motivazione che è la realtà stessa ad avercela con lui?