Rifacendo un pò la storia ormai di noi stessi , esercizio molto utile
tra l'altro , io mi sono limitato ad evidenziare che per certi problemi
come quello discusso possa nascere un conflitto tra una 'verità'
culturale e una 'verità' clinica , rimarcando il primato della 'verità'
clinica qualunque essa sia nell'ambito del paradigma prescelto ,
perchè lo sai meglio di me che ogni 'verità' ( per esempio l'edipo )dipende da un paradigma anche se io penso che ci sono verità che non hanno un paradigma teorico ma sono semplicemente leggi interiori
che gli individui scoprono e scoprendole pur sentendo la loro
esperienza come unica e irripetible si sentono anche maggiormente uguali tra di loro.
Ma ciò ad una mente razionale apparirà fumoso ( fino a quanto
non ne avrà fatto esperienza) e quindi su questo punto mi taccio
e non ci ritorno più.
Andando avanti illa 'neutralità' èun atteggiamento imporatante in clinica così come in certe relazioni fuori dalla clinica,
ma più si diventa neutrali quando più si e consapevoli dei
propri pregiudizi ... e sopratutto se si è superati il pregiudizio
principe davvero ideologico per il quale ' non si devono avere pregiudizi.'
può darsi che io sia cascato a mia volta in un atteggiamento ideologico , ma io non credo almeno dalle cose che ci siamo
scritti che io 'damblee' abbia appioppato a qualcuno una etichetta.
Può darsi che io abbia appioppato una etichetta , ma non damblee,perchè su pasolini ci rifletto da dieci anni e sulla mia
amica quelle che possono essere non etichette , ne giudizi ,nè
diagnosi ma impressioni le ho maturate altrettanto lentamente,
e sulla base di elementi che non puoi sapere ne voglio dire ...
ho l'impresisone che 'damblee' siano un po i tuoi giudizi che non
vogliono accogliere tutte le precisazioni che ti ho dato.
E cioè che uso l'edipo per pasolini perchè lo usava lui stesso ,
e non per sacralizzare la figura di Sigmund Freud ...
Ovviamente accolgo e non è la prima volta tutte le tue considerazioni sulla 'neutralità' , e anche le tue considerazioni
sulla "
"deformazione professionale”, che può condurre ad una forma di accanimento terapeutico in nome dell’imperativo di “disvelamento” di urgenti ed universali verità celate o del “progresso”. "
Guarda che in merito a questa tua riflessione , ti do un assist
per farmi un ulteriore goal ... :- )
Si sa che lo stesso Freud 'usava' la terapia più a scopi scientifici
che per la 'cura' dei pazienti.
Ad un certo momento lo scienziato che andava cercando 'verità'
universali nascoste aveva preso il sopravvento sul terapeuta.
Sembra anche che dalle terapie dei suoi allievi le sue aspettative fossero se avessero scoperto qualcosa piuttosto se questi avessero guarito il paziente ed è anche vero come tu dici che nei classici andò a cercare conferme alle sue ipotesi , ma credo fosse troppo onesto e sincero e dunque non 'forzava' i testi antichi.
In realtà la ricerca di conferma nei classici è "cosa buona e giusta,
nostro dovere fonte di saggezza " e spero che tuttora si continui
a farla ...forse non dobbiamo dipingere Freud come un vate e non
restargli attaccato ai pantaloni , ma non gli si può riconoscere che
è stato lui il pionere della 'cura attraverso le parole' ... senza
il suo solco non sarebbero germogliate tutta la ricchezza che
c'è adesso e dunque questo non va dimenticato.
Mi piace che di tanto in tanto anche su riviste scientifiche , come
'mente e cervello' qualcuno gli da il suo.
La fisiologia della depressione sembrerebbe confermare l'idea
di una aggressività rivolta verso di se ...un apparente calma all'sterno , una sorta di inferno all'interno , ecco perchè alcuni
ansiolitici sembrano funzionare anche con i depressi sebbene
sembri un controsenso.
lasciando da parte 'dentro e fuori' dal sociale che ti apparirebbe
a sua volta fumoso , ti invito invece ad una discussione sulla
'centralità del paziente'.
Tu dici:
"In questo caso secondo me è importante non perdere mai di vista la centralità del paziente, la sua realtà, la natura del suo problema e la sua richiesta, più che la motivazione “terapeutica” a se stante. ".
Cosa intendiamo per centralità del paziente laddove sembrerebbe
un assunto di base ?
Rogers ci parla di 'terapia centrata sul cliente' per dire che
dobbiamo essere più o meni assenti da schemi teorici pre-costuiti
affidandoci all'empatia , all'accettazione e alla congruenza e un po
ci rimanda alla differenza che Jaspers faceva tra 'comprensione'
e 'spiegazione'. Ma siamo proprio sicuri che in altri luoghi venga
meno la centralità del paziente?
Questo mi piacerebbe discutere con te ...
ciao







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