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  1. #31
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    06-07-2004
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    Milano
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    Ikaro parli di un programma "politico" ed "etico" del soggetto, e di "prendere possesso, cioè realizzare, l'inconscio". Posto che questo programma sia presente in un'analisi (e per come la vedo io è difficilmente presente all'inizio di essa), questo sarà affare del paziente, giacchè concerne la sua vita e l'esperienza che farà dell'analisi. Ho l'impressione, e correggimi se sbaglio, che in questa visione ci sia una concezione della psicoanalisi e dello psicoanalista come esperienza o persona che consente di accedere a livelli altri, ad un "al di là" della cura o guarigione. Da un punto di vista costruttivistico partire da questo presupposto è un errore, non tanto perchè non possa essere così, ma perchè lo si presuppone a priori. In questo senso i criteri esterni (vedi la valutazione da parte della Scuola) sono sempre intrusivi e deterministici, ovviamente preformati. Quindi non è che non capisco che ci sia un "al di là", è che non lo do come obbiettivo a priori (così come credo la stragrande maggioranza dei pazienti analitici venga per stare meglio, e non per attuare progetti "politici" ed "etici").
    Infatti mi pare anche di aver detto - in altre discussioni, ma implicitamente anche in questa - che non tutte le persone che arrivano dallo psicoanalista arrivano a formulare una domanda di analisi: non è per tutti, su questo non ci piove. Quindi non dico che sia un obiettivo "a priori", anzi tutt'altro: dico che sia l'obiettivo di una psicoanalisi, che presuppone una domanda di un certo tipo che non si esaurisce in una richiesta di terapia (fruibile - questa sì - anche da chi "vuole stare meglio"). E non tutti i candidati che iniziano un percorso di analisi arrivano alla sua conclusione logica, a quel punto di elaborazione che consente di chiamarla didattica, non capisco quindi cosa intendi con "deterministici e ovviamente preformati", solo al termine di 1 analisi è possibile occupare la posizione analista, quindi in un certo senso la portata (didattica) dell'analisi è valutabile solo "a posteriori": il problema è come darne testimonianza e a chi: un dispositivo di Scuola (come comunità che si prefigge e si dà gli strumenti - ad esempio, in ambito lacaniano, il cartel e la passe - per rendere permamente tra i suoi membri la formazione individuale, la ricerca scientifica, lo studio teorico e l'applicazione nella pratica clinica), forse, qualche garanzia in più la dà.

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 05-11-2007 alle ore 00.32.43

  2. #32
    Partecipante Esperto
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    25-06-2005
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    campi bisenzio
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    Per gieko.

    Grazie per la tua risposta, in tal senso siamo perfettamente d'accordo.

  3. #33
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    28-03-2004
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    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Infatti mi pare anche di aver detto - in altre discussioni, ma implicitamente anche in questa - che non tutte le persone che arrivano dallo psicoanalista arrivano a formulare una domanda di analisi: non è per tutti, su questo non ci piove. Quindi non dico che sia un obiettivo "a priori", anzi tutt'altro: dico che sia l'obiettivo di una psicoanalisi, che presuppone una domanda di un certo tipo che non si esaurisce in una richiesta di terapia (fruibile - questa sì - anche da chi "vuole stare meglio").
    Quello che affermi mi pone due problemi. Il primo è relativo al fatto che "l'analisi non sia per tutti". Non voglio di certo sminuire l'impegno che un'analisi comporta, ma siamo proprio sicuri che noi possiamo stabilire a priori per chi sia adatta e per chi no? Ieri sera ho letto, casualmente, un commento di Mitchell su questa questione:

    "gli scarsi pazienti che riescono a superare il test dell'analizzabilità [...] talvolta vengono selezionati, io sospetto, non sulla base dell'integrità dell'Io ma sulla base della compatibilità o della deferenza all'autorità e all'orientamento teorico dell'analista. Ma l'identificazione e l'adesione alle speranze dell'analista possono spesso impedire un suo coinvolgimento con le speranze e i timori più profondi del paziente" (Speranza e timore in psicoanalisi, 1993, p. 52)

    Questo brano mi ha fatto pensare ancora di più a come le teorie dell'analista, le sue speranze, i suoi obbiettivi, possano influire sul paziente. E questo, secondo il mio modesto parere, accade quando l'analisi non rappresenta più il mezzo per arrivare ad appropriarsi della propria vita, ma quando diventa il fine stesso. Posizione, ripeto, secondo me, pericolosa perchè pregiudizievole, perchè pone l'analista in una posizione di superiorità etica e morale rispetto al paziente. La psicoanalisi è la teoria di riferimento e il metodo di lavoro dell'analista, non è necessario che lo divenga anche del paziente. In questo senso penso che, per quanto sepolta e soffocata, ci possa sempre essere una domanda di analisi, anche dallo psicotico, fino a giungere a quella del candidato. Se no rischiamo che l'analisi sia solo cosa dei candidati (e manco di tutti, come giustamente dici): una psicoterapia di serie B, dunque, e un'analisi di serie A.
    Sui sistemi valutativi che possano fornire delle garanzie in più sono anche d'accordo, ma si tratterà sempre di criteri a priori, legati a chi valuterà e/o all'istituzione, questo è da tener presente.

    Saluti a tutti
    gieko

  4. #34
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Quello che affermi mi pone due problemi. Il primo è relativo al fatto che "l'analisi non sia per tutti". Non voglio di certo sminuire l'impegno che un'analisi comporta, ma siamo proprio sicuri che noi possiamo stabilire a priori per chi sia adatta e per chi no?
    Ma chi ha detto che non sia per tutti "a priori"?
    Dico che non è per tutti, perchè non tutti desiderano fare 1 analisi, non tutti desiderano andare a vedere "al di là", appunto.

    Ma non è che chi decide di farlo sia eticamente superiore o 1 super-eroe.

    E poi, se tanto mi dà tanto, stabilire a priori che il fine sia "appropriarsi della propria vita" è ugualmente pregiudizievole, così come il commento di Mitchell sulla selezione in base alla deferenza e compatibilità è una sua illazione: chiaro che può succedere anche questo, ma la responsabilità in questo caso è del singolo analista (che forse tanto analista non è in questo caso, se utilizza il paziente per mantenere in vita il suo fantasma).

    In ogni caso, per me non è questione di serie A o serie B, ma - al massimo, così magari ci intendiamo - di una psicoanalisi "su misura" di quel paziente in quel momento della sua vita. Certo che se "quel paziente" vuole occupare 1 giorno la posizione di analista allora è sì necessario che lo divenga: ma non è di questo che stavamo parlando? Di analisi didattica, appunto?

  5. #35
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Infatti mi pare anche di aver detto - in altre discussioni, ma implicitamente anche in questa - che non tutte le persone che arrivano dallo psicoanalista arrivano a formulare una domanda di analisi: non è per tutti, su questo non ci piove. Quindi non dico che sia un obiettivo "a priori", anzi tutt'altro: dico che sia l'obiettivo di una psicoanalisi, che presuppone una domanda di un certo tipo che non si esaurisce in una richiesta di terapia (fruibile - questa sì - anche da chi "vuole stare meglio").
    Beh, mi sembra che quanto affermi vada proprio in questa direzione: ci sono pazienti che non sono portatori di una domanda di analisi ed altri sì. Probabilmente avrai dei criteri per stabilirlo ed agirai di conseguenza, intraprendendo una psicoterapia piuttosto che un'analisi. Dal momento in cui un paziente si rivolge ad uno psicoterapeuta e/o psicoanalista una domanda evidentemente c'è, c'è un desiderio di stare meglio, di andare al di là (nella propria modalità, s'intende), se no non verrebbe chiesta la consultazione.


    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    E poi, se tanto mi dà tanto, stabilire a priori che il fine sia "appropriarsi della propria vita" è ugualmente pregiudizievole, così come il commento di Mitchell sulla selezione in base alla deferenza e compatibilità è una sua illazione: chiaro che può succedere anche questo, ma la responsabilità in questo caso è del singolo analista (che forse tanto analista non è in questo caso, se utilizza il paziente per mantenere in vita il suo fantasma).
    è vero, può essere pregiudizievole, prendila come una motivazione generale e generica che ho dato per rendere più chiaro il discorso, ma che può costituire la spinta per venire in consultazione ed eventualmente intraprendere il proprio percorso terapeutico. Riguardo a Mitchell, non parlerei di illazione, termine che mi fa pensare a qualcosa di negativo, quanto di un'osservazione che si può applicare in alcune situazioni. Va considerato il contesto in cui asseriva questo, dove qualsiasi deviazione dai parametri della psicoanalisi classica era visto come resistenza del solo paziente. E poi molti autori (per primi i Baranger con la teoria del campo psicoanalitico) hanno sostenuto come il fantasma dell'analista sia sempre presente, perchè la sua soggettività è ineliminabile. Quindi più che di responsabilità, si tratta di un naturale incontro tra soggetti, ognuno portatore del proprio fantasma.

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    In ogni caso, per me non è questione di serie A o serie B, ma - al massimo, così magari ci intendiamo - di una psicoanalisi "su misura" di quel paziente in quel momento della sua vita. Certo che se "quel paziente" vuole occupare 1 giorno la posizione di analista allora è sì necessario che lo divenga: ma non è di questo che stavamo parlando? Di analisi didattica, appunto?
    Sì, ci intendiamo, e sottoscrivo, ma noto che questa volta usi la parola "psicoanalisi" al posto di "psicoterapia". Non capisco però a cosa ti riferisci quando dici "è necessario che lo divenga" nel caso dell'analisi didattica.
    gieko

  6. #36
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Sì, ci intendiamo, e sottoscrivo, ma noto che questa volta usi la parola "psicoanalisi" al posto di "psicoterapia". Non capisco però a cosa ti riferisci quando dici "è necessario che lo divenga" nel caso dell'analisi didattica.
    Ho usato "psicoanalisi" specificando però "al massimo, magari ci intendiamo" perchè credo che su questo punto abbiamo idee troppo lontane: per te psicoanalisi e psicoterapia fa lo stesso, per me non è così ed ho cercato di spiegare il mio punto di vista (e così anche sul "fantasma" e sul naturale (!!?) incontro tra soggetti entro il setting analitico), ma qui andremmo fuori tema. Mentre "è necessario lo divenga" era riferito al tuo precedente post, "la psicoanalisi è la teoria di riferimento e il metodo di lavoro dell'analista, non è necessario che lo divenga anche del paziente", non ho quotato, per questo non si capiva!

    Saluti,
    ikaro

  7. #37
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Indubbiamente abbiamo posizioni molto differenti, se non inconciliabili, ma è stata una discussione piacevole e stimolante come sempre. Sono d'accordo, non andiamo troppo fuori tema, al massimo se ne parlerà altrove.
    Sottoscrivo poi la tua frase alla luce della precisazione: l'avrei scritto anche io, credo sia la particolarità di un'analisi didattica quella di affrontare anche la teoria di riferimento ed il metodo e di farli propri.

    Un saluto
    gieko

  8. #38
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Indubbiamente abbiamo posizioni molto differenti, se non inconciliabili, ma è stata una discussione piacevole e stimolante come sempre.

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