domanda iniziale è: quale diagnosi per?
Dunque gli interventi successivi dovrebbero essere volti a offrire spunti di riflessione in questo senso e in questa direzione. Il fine di una diagnosi non è certo quello di collocare in modo rigido una persona ll'interno di una categoria ed "etichettare per avere dei riferimenti che ci aiutino, ma che sono riferimenti NOSTRI" (Gieko).
Questo approccio diagnostico (etichettare) è assolutamente errato perchè spesso diventa spesso una etichetta che tende a schedare, e a volte addirittura rischia di diventare una profezia che si autoadempie, non rispondendo più alle finalità per cui è stata utilizzata. Questo NON significa allora che dati certi sintomi, data una certa anamnesi, dobbiamo far finta di non dover arrivare una diagnosi. Questa se non diventa una sterile etichetta è fondamentale per più ragioni; indirizza la scelta terapeutica sulla base di protocolli gia sperimentati, facilita la comunicazione tra operatori coinvolti nella terapia, rende possibile una prognosi in base all'andamento di pazienti con problematiche analoghe, permette di valutare l'efficiacia di un trattamento farlacologico o psicoterapeutico o integrato....
In fase di diagnosi parlare del freddo avvertito dalla paziente in chiave metaforica (freddezza di sentimenti-di comunicazione-vuoto interiore etc) è quanto di più errato si possa fare. Poi in fase di terapia questo come ho gia detto può essere uno spunto interessante. In fase di diagnosi le elucubrazioni mentali sono solo dei forti rischi. Nello specifico, ritornando al caso della paziente in questione, dire che la sua sensazione di freddo è legata a "quello che sente nella sua psicologa (...) solo in attesa di potersi fidare, di sentire del calore nelle comunicazioni" (el loco) è solo, per utilizzare un'accezione usata da gieko per parlare di diagnosi, un "riferimento NOSTRO". Questa si che è una NOSTRA interpretazione del suo freddo. Peraltro scientificamente poco condivisibile, se è vero che tra i sintomi piu diffusi dell'anoressia vi è la perdita di peso, amenorrea e....intolleranza al freddo e continue sensazioni di freddo soprattuttoalle estremità. Le cose che ha detto il loco sono sue interpretazioni, non basate su dati di fatto. Ripeto, cose interessanti, utili, ma in questo momento inutili e fuorvianti. Appunto, riferimenti nostri, questi si sono i veri riferimenti nostri, le nostre interpretazioni. Che poi siano cose corrette può essere, ma non lo sappiamo, e non ci interessano nemmeno in fase diagnostica, fase che vedo viene snobbata.
Se poi vogliamo parlare di filosofia della scienza e nello specifico della utilità della diagnosi allora è un altro discorso. Da questo punto di vista il mio modello è certamente poco medico e molto psicologico. Ma questo non significa bypassare la diagnosi. Solo considerare il fatto che a volte la suddivisione in categorie diagnostiche discrete rischia di ingenerare la falsa impressione che nel comportamento umano esiste una discontinuità. Appunto, categorie discrete. In ambito psicologico questo problema è ancora maggiore che in ambito medico, dove esiste infatti un continuum tra normalità e patologia, dove una diagnosi viene posta in base a fattori qualitativi oltre che quantitativi.
....questo non significa che allora i fattori quantitativi non contano, anzi. Le nostre interpretazioni pur buone e intelligenti che siano devono in questa fase essere messe da parte lasciando spazio ad una obiettività osservativa.








Rispondi citando
).
, tutto è relativo. Il sintomo in sè non dice nulla se non è accompagnato da un ragionamento sulla sua semantica. ...questo però , come ho già detto, non significa che *dato* un sintomo *allora* dobbiamo interpretarlo sulla base di nostri schemi mentali, sulla base dei nostri temi di vita (cosa molto pericolosa e come ho visto frequente) e sulla base di interpretazioni che sono nostre e non co-costruite col paziente.