Seguendo gli atti del processo di Gerusalemme, Hanna Arendt, allora inviata del New Yorker, formulò la tesi della natura estremamente banale del male: l’imputato Adolf Eichmann, a capo del dipartimento di evacuazione ed emigrazione ebraica nel 1939, e responsabile dell’eccidio di milioni di persone, sostenne in sua difesa durante quel processo l’argomentazione di essere stato un semplice esecutore degli ordini superiori, nel rispetto della legge vigente nel regime nazista. Uno dei punti salienti del saggio della Arendt ruota intorno alla mediocre personalità di uno dei più efferati criminali del nazismo; né demone perverso dunque, né folle contraddistinto da tratti di eccezionalità: un uomo definito dalla Arendt un “normale” burocrate, scrupoloso amante dell’ordine e della legalità, che non mostrava eclatanti convinzioni ideologiche antisemite, ma parlava per cliché, obbediva a ordini e compilava moduli con nitida meticolosità. Un uomo che, stando alle valutazioni di una serie di psichiatri dell’epoca e addirittura di quelle di un cappellano che lo visitò, mostrava verso famiglia e amici atteggiamenti del tutto “normali” se non “ideali”, e per giunta sosteneva di non avere mai avuto “ragioni private” per odiare gli ebrei. Secondo questa lettura, la mostruosità non è ascrivibile ad un individuo “crudele per natura”, ma risiede nella superficialità, nella soppressione dell’esercizio della scelta e dell’assunzione di responsabilità, nella dedizione meccanica e quasi disinteressata del comune “uomo medio” ad idee scadenti che in un regime totalitario sono imposte e rappresentano la norma.







...ke cosa brutta!


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