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  1. #76
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Quanto segue è tratto dal sito:
    __________________________________________________ _________________
    L'assistenza domiciliare ai malati terminali: il ruolo dello psicologo

    1c) Sostegno diretto alla famiglia

    [...] Naturalmente, oltre al lavoro con l'équipe e con i volontari l'intervento dello psicologo va indirizzato in favore del nucleo familiare, al fine di sostenere le figure più prossime al malato.
    La possibilità per il malato di poter trascorrere gli ultimi mesi della sua vita nella propria abitazione circondato dall'affetto dei familiari, sembra provocare un minor livello di ansia, dolore e depressione. Tuttavia, per poter realizzare concretamente una assistenza domiciliare continua è necessario che la famiglia sia sufficientemente preparata a svolgere un compito che si presenta irto di difficoltà. Infatti, se il malato è l'obiettivo degli sforzi, la famiglia è il mezzo attraverso cui si concretizza l'intervento di assistenza domiciliare.
    Se vengono trascurate sia le forze positive che alimentano le interazioni familiari, sia le difficoltà ed i timori di cui la famiglia è portatrice si rischia un sostanziale insuccesso dell'intervento assistenziale. E' necessario rendersi conto che l'équipe non prende in carico solo il malato ma tutto il contesto familiare con i suoi bisogni e le sue ansie. Non sempre, infatti, è il malato ad avere maggior bisogno di sostegno ed aiuto psicologico.
    Le difficoltà di una famiglia nel gestire un malato terminale nascono dall'impatto con la straordinarietà della situazione, che impone aspetti nuovi da capire e da risolvere, e uno sconvolgimento della routine quotidiana. Molti familiari sono costretti ad alterare le loro abitudini, saltano i riposi e le ferie, non hanno più orari. A tutto ciò va aggiunto il clima di sofferenza psicoaffettiva in cui la famiglia si muove.
    Non dobbiamo dimenticare che la malattia oncologica è un evento che inevitabilmente apre una "crisi" nel sistema familiare alterando le normali dinamiche e relazioni parentali. Le risorse, le modalità di funzionamento, in una parola la forza e la coesione del sistema familiare, sono messe a dura prova. Il modo con cui una famiglia reagisce e si confronta con lo stress intrapersonale ed interpersonale, attivato da questa esperienza "limite", dipende in parte dalle precedenti dinamiche familiari (livelli di comunicazione, grado di coinvolgimento, funzionamento e coerenza) ed in parte dalla capacità dell'équipe di offrire un reale sostegno e contenimento dei sentimenti evocati e messi a nudo, sia dalla malattia che dall'assistenza domiciliare continuativa.
    Anche la famiglia, come il malato, sperimenta, nel corso della malattia, tutta una serie di emozioni. Sentimenti di paura, rabbia, impotenza, depressione, ansia sono del tutto normali e comprensibili, sia nel paziente che nei suoi familiari. Tuttavia, l'intensità dei sentimenti assume spesso un valore negativo agli stessi occhi dei familiari spingendoli a reprimere, negare, anestetizzare i propri e gli altrui vissuti emotivi. Questo controllo emozionale, si traduce in un incremento del reciproco senso di solitudine che aumenta, piuttosto che ridurre, la distanza emotiva all'interno della famiglia (Kübler-Ross, 1969).
    Un ulteriore problema evocato dalla malattia terminale riguarda l'elaborazione del lutto, sia nel corso dell'assistenza (lutto anticipatorio) quando i segni della malattia sono spesso tangibili e la prospettiva della morte, e quindi della perdita della persona cara, è sempre presente, sia quando effettivamente il paziente viene a mancare e la famiglia si trova a dover gestire la perdita. E' questo un aspetto spesso sottovalutato, nonostante diverse ricerche abbiano dimostrato la sostanziale vulnerabilità della persona in lutto, per ciò che riguarda la salute psichica e fisica (Smith, 1982). In tal senso, appare ragionevole prevedere che l'aiuto fornito durante una malattia terminale non sarà di beneficio soltanto nella situazione immediata del morente e dei parenti stretti, ma avrà anche dei benefici di lungo periodo, creando le condizioni per una successiva reazione di lutto meno gravosa.
    Tenendo conto di questi diversi aspetti l'intervento dello psicologo può concretizzarsi nella possibilità di offrire: a) sostegno e valorizzazione delle risorse familiari; b) contenimento delle sofferenze e dello stress intrapersonale ed interpersonale; c) creazione di uno spazio di comunicazione tra i familiari e l'équipe, e tra i familiari ed il malato; d) ascolto ed informazione rispetto alle decisioni da prendere in ordine ai diversi problemi che si presentano durante tutto l'iter della malattia; e) aiuto nella fase dell'elaborazione del lutto...[...]
    __________________________________________________ _________________________________________________

    Ho riportato giusto un pezzo, per chi volesse leggerlo tutto sa poi dove andarlo a cercare.

    Ora geiko, nel frattempo che leggi questo rispondo all'altra tua domanda

  2. #77
    Partecipante Super Esperto L'avatar di ama77
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Quando avrai tempo per rispondere io invece sarei curioso di sapere in che maniera, in base a quale caratteristica, secondo te, la "rassicurazione, l'accoglienza, l'empatia" servono, ed in che misura aiutino. Quali sono i presupposti di un intervento di questo tipo?
    Comunque mi sembra particolare che venga effettuato senza una domanda dei famigliari e non mi stupisco che non ci sia un percorso di cura per il semplice motivo che non c'è una richiesta dell'utenza.

    Saluti
    Il percorso di cura però in alcuni casi si avvia gieko, proprio perchè monitorando la situazione (un'ottica di prevenzione direi) è possibile star vicino a queste persone e cogliere eventuali segnali di "crisi" come spiegavate nei post precedenti. Come ti dicevo, per esempio, una donna sta seguendo ora una psicoterapia ma la domanda iniziale non è arrivata da lei direttamente: è stata indirizzata ad una psicoterapia (che ha prontamente iniziato) proprio in uno di questi incontri.

    Non ho ben capito la tua domanda però...cosa intendi per presupposti alla base di un intervento di sostegno come lo intendo io? Magari è l'ora che non me la fa capire...

    Notte

  3. #78
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    [...] siamo sicuri che uno psicologo senza un'adeguata formazione psicoterapeutica sappia riconoscere degli enactment, degli agiti, delle proiezioni, il proprio coinvolgimento nel "campo bipersonale", le collusioni? Ne dubito visto che sono cose che si iniziano a maneggiare dopo molti anni di formazione e di lavoro personale.
    Siamo sicuri? CERTAMENTE NO!
    Le tue perplessità come quelle espresse da te nei post precedenti hanno un loro fondamento che a mio avviso risiedono nell'effettiva preparazione che un università può dare ad un neo-laureato, soprattutto a livello pratico.
    All'università si studia di tutto e di più e non una tecnica e una teoria cui fare riferimento come evidentemente viene acquisita in una scuola di specializzazione
    Il tirocinio poi (in teoria) dovrebbe mostrare nella pratica la base teorica appresa all'università, ma molto spesso questi tirocini insegnano ben altro.
    Tutor che ti promettono mari e monti che poi ti lasciano a poltrire in un corridoio, mentre medici ed infermieri (che nel frattempo ti hanno salutato 20 volte) ti chiedono cosa stai facendo nel corridoio (e così tutti i santi giorni)
    Ovviamente oltre a poltrire nel corridoio si possono fare altre mansioni, tipo rispondere al telefono o fare fotocopie...a discrezione del tuo fantastico tutor
    Da qui l'esigenza di fare corsi di aggiornamento, master, scuola di psicoterapia

  4. #79
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    Tenendo conto di questi diversi aspetti l'intervento dello psicologo può concretizzarsi nella possibilità di offrire: a) sostegno e valorizzazione delle risorse familiari; b) contenimento delle sofferenze e dello stress intrapersonale ed interpersonale; c) creazione di uno spazio di comunicazione tra i familiari e l'équipe, e tra i familiari ed il malato; d) ascolto ed informazione rispetto alle decisioni da prendere in ordine ai diversi problemi che si presentano durante tutto l'iter della malattia; e) aiuto nella fase dell'elaborazione del lutto...[...]
    La lettura di ciò che avviene di fronte a casi oncologici è condivisibile. Alcuni punti del ruolo dello psicologo mi sembrano però "sconfinare" in ciò che è di pertinenza dello psicoterapeuta. Se sono d'accordo sul fatto che lo psicologo potrebbe svolgere appieno interventi di prevenzione ed informazione, di facilitazione della comunicazione (punti "c" e "d"), sono molto più scettico sugli altri perchè implicano un intervento clinico per cui è necessaria una competenza teorico-metodologica che possiede solo uno psicoterapeuta, dal momento che si tratta di aree di disagio, che hanno a che vedere con un livello strutturale (emblematico è il caso del lutto non risolto).
    Come affermi anche tu nel post successivo, la preparazione universitaria non è sufficiente per avere competenze di questo tipo.

    Un saluto
    gieko

  5. #80
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da ama77 Visualizza messaggio
    Non ho ben capito la tua domanda però...cosa intendi per presupposti alla base di un intervento di sostegno come lo intendo io? Magari è l'ora che non me la fa capire...
    Trovo che ci siano due interventi differenti, come ho affermato più sopra, che in qualche modo vengono "confusi". Da un lato c'è l'intervento di prevenzione, su cui non ho nulla da dire e che, giustamente, può portare all'invio psicoterapeutico. Dall'altro c'è il "sostegno" di cui non mi sembra che si riesca ad esplicitare la peculiarità. Vengono sempre tirati in ballo concetti come empatia, accoglimento, rassicurazione, ma la mia domanda è: in base a quali presupposti, a quale riferimento teorico funzionano? E come? Cosa "producono" nella persona che è con lo psicologo?

    Spero che così sia più chiaro
    gieko

  6. #81
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Quando parlo del fatto che l'università (a mio avviso) non è in grado di dare gli strumenti pratici ad un neo-laureato, mi riferisco a tutto ciò che compete allo psicologo e non solo al concetto di sostegno, ma ho anche aggiunto: da lì l'esigenza di effettuare corsi di formazione e master!
    In qualsiasi campo un neo-laureato non sa in pratica in che modo intervenire, forse solo dopo un efficace tirocinio, corsi di formazione, ed un certo tipo di esperienza potrebbe capire cosa è giusto o non è giusto fare a seconda della situazioni.
    Allo stesso tempo sono convinta che il semplice fatto di non essere in grado di risolvere una situazione di crisi non necessariamente significhi avere una debolezza di tipo strutturale tale da richiedere l'intervento (solo) di uno psicoterapeuta.


    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    Le difficoltà di una famiglia nel gestire un malato terminale nascono dall'impatto con la straordinarietà della situazione, che impone aspetti nuovi da capire e da risolvere, e uno sconvolgimento della routine quotidiana. Molti familiari sono costretti ad alterare le loro abitudini, saltano i riposi e le ferie, non hanno più orari. A tutto ciò va aggiunto il clima di sofferenza psicoaffettiva in cui la famiglia si muove.
    Non dobbiamo dimenticare che la malattia oncologica è un evento che inevitabilmente apre una "crisi" nel sistema familiare alterando le normali dinamiche e relazioni parentali. Le risorse, le modalità di funzionamento, in una parola la forza e la coesione del sistema familiare, sono messe a dura prova. Il modo con cui una famiglia reagisce e si confronta con lo stress intrapersonale ed interpersonale, attivato da questa esperienza "limite", dipende in parte dalle precedenti dinamiche familiari (livelli di comunicazione, grado di coinvolgimento, funzionamento e coerenza) ed in parte dalla capacità dell'équipe di offrire un reale sostegno e contenimento dei sentimenti evocati e messi a nudo,...
    Anche la famiglia, come il malato, sperimenta, nel corso della malattia, tutta una serie di emozioni. Sentimenti di paura, rabbia, impotenza, depressione, ansia sono del tutto normali e comprensibili, sia nel paziente che nei suoi familiari. Tuttavia, l'intensità dei sentimenti assume spesso un valore negativo agli stessi occhi dei familiari spingendoli a reprimere, negare, anestetizzare i propri e gli altrui vissuti emotivi. Questo controllo emozionale, si traduce in un incremento del reciproco senso di solitudine che aumenta, piuttosto che ridurre, la distanza emotiva all'interno della famiglia (Kübler-Ross, 1969).
    Una teoria o un modello da seguire, servono a "ben poco " (in questo caso), essendo questa una situazione "limite, straordinaria, che impone aspetti nuovi da capire", se al contempo uno psicologo/psicoterapeuta non possiede in sè capacità di empatia, sostegno e contenimento...ecc, concetti questi che non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni. Così come come sono convinta che uno psicologo che lavora da anni con questo tipo di problematiche o che abbia fatto dei corsi specifici in questo settore, è molto più utile di uno psicologo generico o di una psicoterapeuta.
    Ed ancora avere un metodo preciso ed una teoria impeccabile a cui aggrapparsi (x motivare il proprio operato) non fa di te necessariamente un buon psicoterapeuta.

  7. #82
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    Le difficoltà di una famiglia nel gestire un malato terminale nascono dall'impatto con la straordinarietà della situazione, che impone aspetti nuovi da capire e da risolvere, e uno sconvolgimento della routine quotidiana. Molti familiari sono costretti ad alterare le loro abitudini, saltano i riposi e le ferie, non hanno più orari.
    Kaory, scusa se intervengo. Parto tra poco per la scuola di specializzazione e non sarò in grado di seguire questa discussione per un paio di giorni. Ma su alcune cose mi piacerebbe dire il mio parere.

    Anche quando nasce un figlio succede la stessa cosa. Anche quando si cambia lavoro, o casa. Se ci pensi, qualunque situazione può essere "straordinaria". Voglio dire che la situazione di "crisi" non è una prerogativa della malattia oncologica. Anche altre patologie croniche (e non necessariamente mortali) ne sono caratterizzate, così come molte altre situazioni nelle quali le persone si trovano a vivere.


    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    ...
    Allo stesso tempo sono convinta che il semplice fatto di non essere in grado di risolvere una situazione di crisi non necessariamente significhi avere una debolezza di tipo strutturale tale da richiedere l'intervento (solo) di uno psicoterapeuta.


    Una teoria o un modello da seguire, servono a "ben poco " (in questo caso), essendo questa una situazione "limite, straordinaria, che impone aspetti nuovi da capire", se al contempo uno psicologo/psicoterapeuta non possiede in sè capacità di empatia, sostegno e contenimento...ecc, concetti questi che non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni. Così come come sono convinta che uno psicologo che lavora da anni con questo tipo di problematiche o che abbia fatto dei corsi specifici in questo settore, è molto più utile di uno psicologo generico o di una psicoterapeuta.
    Ed ancora avere un metodo preciso ed una teoria impeccabile a cui aggrapparsi (x motivare il proprio operato) non fa di te necessariamente un buon psicoterapeuta.
    Qui non riesco a capire bene. Ma, probabilmente, abbiamo terie di riferimento differenti. Dal mio punto di vista, hanno ragione Ikaro e Gieko: se di fronte ad un avvenimento una persona va in "crisi", è perché non ha le risorse strutturali per farvi fronte. E non credo bastino empatia, sostegno e contenimento per fornirgliele. O, per meglio dire, possono bastare - in quel caso e in quella situazione - ma non penso siano in grado di produrre un cambiamento tale da consentire a quella persona di affrontare serenamente un'altra situazione difficile. Questo non vuol dire che siano inutili, o che sia inutile il lavoro dello psicologo.
    Se posso esprimere la mia opinione, un intervento come quello descritto da Kaory mi pare paragonabile ad interventi di "psicologia dell'emergenza". Si sa in partenza che l'intervento non sarà "risolutivo", nel senso che non nasce con l'intento di modificare la struttura di personalità del paziente, però in quella situazione specifica, è la cosa migliore da fare.

    Anche perché, e qui chiedo a Gieko ed Ikaro, non è detto che tutti vogliano, o possano (per migliaia di motivi, inclusi quelli relativi al carattere del paziente) seguire un percorso psicoterapeutico. Che si fa? Ci si ritira in una tecnica idealizzata o si adotta il motto dei marines: "Si fa quel che si può, quando si può, con quel che si ha a disposizione"?

    Perché è vero che la tecnica e la teoria da sole non bastano a fare di una persona uno psicoterapeuta. E' vero anche che ognuno, compresa Kaory, ha una teoria, esplicita o implicita, che spiega perché fa quel che fa. E, quindi, non è inutile.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  8. #83
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Anche quando nasce un figlio succede la stessa cosa. Anche quando si cambia lavoro, o casa. Se ci pensi, qualunque situazione può essere "straordinaria". Voglio dire che la situazione di "crisi" non è una prerogativa della malattia oncologica. Anche altre patologie croniche (e non necessariamente mortali) ne sono caratterizzate, così come molte altre situazioni nelle quali le persone si trovano a vivere.
    Il mio era solo un esempio, non credo che sia il caso di fare tutti gli esempi del mondo... inoltre se si va a leggere tutto l'articolo il termine intervento psicoterapeutico (in quel caso,anche se poi non è detto che non diventi cosa necessaria) non viene mai menzionato. Cosa vuol dire questo? qualcuno me lo spieghi...
    Willy per un attimo ho sperato che tu fossi uno psicologo psicoterapeuta attivo da diversi anni nel mondo del lavoro in grado di dare cioè le dovute spiegazioni forte di una certa esperienza personale. Comunque il tuo contributo è ben accetto e anzi ti ringrazio per aver avuto la forza di leggere ben 80 post e di aver dato la tua opinione in questo thread.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Dal mio punto di vista, hanno ragione Ikaro e Gieko: se di fronte ad un avvenimento una persona va in "crisi", è perché non ha le risorse strutturali per farvi fronte. E non credo bastino empatia, sostegno e contenimento per fornirgliele. O, per meglio dire, possono bastare - in quel caso e in quella situazione - ma non penso siano in grado di produrre un cambiamento tale da consentire a quella persona di affrontare serenamente un'altra situazione difficile. Questo non vuol dire che siano inutili, o che sia inutile il lavoro dello psicologo.
    Ikaro? perchè cosa ha detto? e quando? ah, giusto l'imitazione di kaory..scherzo! hihi...

    Tu dici: "E non credo bastino empatia, sostegno e contenimento per fornirgliele. O, per meglio dire, possono bastare - in quel caso e in quella situazione - ma non penso siano in grado di produrre un cambiamento"...ecc

    Nessuno infatti (x lo meno io) sta parlando di cambiamento, ma di utilità che lo psicologo può avere nel sostegno (e non nella cura) in quella situazione e in quel momento attraverso l'empatia, il contenimento, l'informazione...ecc
    Inoltre non è detto che in futuro, questa stessa persona, non sarà in grado di affrontare altre situazioni, essendo per me quello un caso "limite" dove:<< " sentimenti di paura, rabbia, impotenza, depressione, ansia sono del tutto normali e comprensibili, sia nel paziente che nei suoi familiari>>." citazione articolo (vedi sopra)

    Se andassi da uno psicologo perché questi sentimenti del tutto normali e comprensibili non sono in grado di gestirli in questo momento, ti sembra giusto e deontologico che questo mi dica:" signorina le conviene andare da uno psicoterapeuta così quando le capiterà qualcos'altro, sarà in grado di risolversi da sola non solo questa situazione ma anche quelle future (come faccio io) senza che vada a rompere le pa... a qualcun altro>>

    Per me questo psicologo non solo non mi sta aiutando, ma mi sta anche dicendo che non è normale e che il problema è mio se non ho la forza (come hanno molti altri) di risolvere questo momento... forse il problema, a mio avviso ce là proprio lo psicologo!!!
    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Se posso esprimere la mia opinione, un intervento come quello descritto da Kaory mi pare paragonabile ad interventi di "psicologia dell'emergenza". Si sa in partenza che l'intervento non sarà "risolutivo", nel senso che non nasce con l'intento di modificare la struttura di personalità del paziente, però in quella situazione specifica, è la cosa migliore da fare.
    Anche perché, e qui chiedo a Gieko ed Ikaro, non è detto che tutti vogliano, o possano (per migliaia di motivi, inclusi quelli relativi al carattere del paziente) seguire un percorso psicoterapeutico. Che si fa? Ci si ritira in una tecnica idealizzata o si adotta il motto dei marines: "Si fa quel che si può, quando si può, con quel che si ha a disposizione"?
    Condivido tutto pienamente!! hai centrato il punto, grazie willy

  9. #84
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Ikaro? perchè cosa ha detto? e quando? ah, giusto l'imitazione di kaory..scherzo! hihi...
    In verità ho espresso la mia posizione nei miei primi due interventi, sotto forma di interrogativo, nel senso che criticavo quanto argomentato da Ama.
    Però non hai saputo contro-argomentare.

    "Ma come possiamo a priori sapere se ci troviamo di fronte ad 1 stato di presenza o assenza di patologia (per utilizzare i termini della questione utilizzati da Ama, che comunque non condivido per il discorso di cui sopra...)? Stante la distinzione di Ama, dovremmo comunque fare una diagnosi che escluda 1 struttura patologica (magari latente e non scatenata)? Ma questo necessita, a mio modesto parere, 1 formazione clinica psicoterapeutica e personale"

    ce là proprio lo psicologo!!!

    No comment!!!

  10. #85
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Intanto chiedo scusa x l'errore! quanto a te ikaro mi pare che tu sia stato bravo solo a criticare e forse neanche a fare questo! Le critiche devono essere costruttive
    Mi sento costretta ad inserire tutti i tuoi interventi.....e vedere insieme tutte le tue fantastiche argomentazioni e ancora meglio a cosa sono servite

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Quoto Gieko e, in maniera forse poco "politically correct", eliminerei il "magari mi sbaglio". Credo inoltre che, per quanto didatticamente sia molto in uso, la distinzione di Ama "presenza/assenza di patologia" sia in sè pericolosa perchè molto prossima ad una medicalizzazione della nostra epistemologia e quindi dei nostri interventi, oltre a porsi come questione paradossale: definire la "presenza/assenza di patologia" implica di per sè 1 atto diagnostico precedente all'intervento psicologico, insomma, mi sembra che siamo in perfetta sintonia con Cancrini&C.
    ikaro

    Certo: ci vuole un evento che fa crisi e/o rottura che porti il soggetto ad una richiesta d'aiuto allo psicologo. Ma come possiamo a priori sapere se ci troviamo di fronte ad 1 stato di presenza o assenza di patologia (per utilizzare i termini della questione utilizzati da Ama, che comunque non condivido per il discorso di cui sopra...)? Stante la distinzione di Ama, dovremmo comunque fare una diagnosi che escluda 1 struttura patologica (magari latente e non scatenata)? Ma questo necessita, a mio modesto parere, 1 formazione clinica psicoterapeutica e personale.

    Questa è suggestione allo stato puro, non aggiungo altro, è davvero questo il nostro lavoro?

    Metto per un attimo da parte la questione "suggestione" per non andare fuori tema. Tengo a precisare, tuttavia, che non era riferita solo alla frase che ho quotato (e in ogni caso hai scritto "spesso" e non "pochi casi particolari", come poi hai rettificato). Nella struttura dove fai il tirocinio i colleghi dipendenti o liberi professionisti che lavorano per la U.O. (non i tirocinanti) sono psicologi psicoterapeuti o solo psicologi? Suppongo psicoterapeuti (può essere che ci sia un consulente libero professionista specializzando psicoterapeuta). Come mai? Vorrà dire qualcosa o no? Per come la vedo io la clinica agli psicoterapeuti, anche in formazione s'intende.

    Fino a prova contraria il nostro è un lavoro che si fonda sui poteri della parola e del linguaggio, quindi se permetti mi ci attacco eccome alle parole, del resto qualcuno ben più autorevole di me ha parlato dell'uomo come "parlessere". E poi da che pulpito, mi verrebbe da dire, non ti stai forse attaccando alle mie parole, citandomi e/o quotandomi?

    Ho capito benissimo cosa vuole dire Ama e non lo condivido nella maniera più assoluta, ho fatto un tirocinio molto simile al suo, presso una UO di Psicologia Clinica di un ospedale, lavorando - guarda un pò! - in un hospice per malati terminali, ebbene: rilancio e confermo quanto già abbondantemente esplicitato: la clinica agli psicoterapeuti. Passo e chiudo!

    "Suvvia signor Rossi, capisco che deve essere 1 duro colpo per lei, ma non sia così avvilito! Dopo tutto le poteva cadere una tegola in testa, e invece no! E' ancora qui, sano e salvo... Vedrà, la troveremo presto una casa!"

    Non ho scritto "abbondantemente esplicitato da me", ma "abbondantemente esplicitato" e basta, in questa discussione è stato esplicitato molto bene da Gieko - con il quale mi trovo spesso d'accordo su questi temi - comunque sono diverse discussioni che lo dimostrano, basta che spulci il forum se sei interessata, quanto al niente di concreto ti sbagli: ho persino simulato Kaory_78 alle prese con un terremotato, più concreto di così!!

    Aho, io non c'ho capito niente, qualcuno mi illumini!!

    Puoi spiegare questo punto Ama? Credo di non aver capito...

    In verità ho espresso la mia posizione nei miei primi due interventi, sotto forma di interrogativo, nel senso che criticavo quanto argomentato da Ama.
    Però non hai saputo contro-argomentare.

    "Ma come possiamo a priori sapere se ci troviamo di fronte ad 1 stato di presenza o assenza di patologia (per utilizzare i termini della questione utilizzati da Ama, che comunque non condivido per il discorso di cui sopra...)? Stante la distinzione di Ama, dovremmo comunque fare una diagnosi che escluda 1 struttura patologica (magari latente e non scatenata)? Ma questo necessita, a mio modesto parere, 1 formazione clinica psicoterapeutica e personale"

    a cosa sono stati utili?ed aggiungo.... non comment!!!!

  11. #86
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Intanto chiedo scusa x l'errore! quanto a te ikaro mi pare che tu sia stato bravo solo a criticare e forse neanche a fare questo! Le critiche devono essere costruttive
    Mi sento costretta ad inserire tutti i tuoi interventi.....e vedere insieme tutte le tue fantastiche argomentazioni e ancora meglio a cosa sono servite
    a cosa sono stati utili?ed aggiungo.... non comment!!!!
    Che ne so, forse le mie critiche sono state utili e costruttive per qualcuno, non per te sicuramente, ma per fortuna non ci sei solo tu sul forum, altrimenti saremmo rovinati... Scherzi a parte, se mai vorrai rispondere alle mie umili critiche sarò qui a leggerti volentieri...

    Saluti,
    ikaro

  12. #87
    Partecipante Leggendario L'avatar di kaory_78
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    Potresti iniziare a rispondere alla domanda che ti è stata direttamente posta da willy.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Anche perché, e qui chiedo a Gieko ed Ikaro, non è detto che tutti vogliano, o possano (per migliaia di motivi, inclusi quelli relativi al carattere del paziente) seguire un percorso psicoterapeutico. Che si fa? Ci si ritira in una tecnica idealizzata o si adotta il motto dei marines: "Si fa quel che si può, quando si può, con quel che si ha a disposizione"?
    saluti kaory.

  13. #88
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Ho inserito due messaggi, scusatemi!!
    Ultima modifica di ikaro78 : 13-01-2008 alle ore 14.43.33

  14. #89
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    L' intervento psicologico clinico, almeno nel modello teorico al quale tento di rifarmi (psicoanalitico lacaniano ma non solo, si veda ad esempio in Italia Renzo Carli), è un intervento sulla dimensione della "domanda", ovvero sulla necessità di uno spazio di lavoro preliminare che individua come oggetto del trattamento la "domanda" stessa del trattamento e che riveli al soggetto stesso il senso effettivo della sua "domanda". Senso che non è scontato sia già noto al soggetto medesimo, come invece sembrerebbe dall'articolo postato da kaory sul supporto ai familiari di pazienti oncologici, anzi non lo è quasi mai. Per restare nell'esempio dell'hospice: chi ha chiesto l'intervento di supporto dello psicologo? Il medico curante per il paziente? Il paziente terminale per i familiari o per se stesso? I familiari? L'équipe? Magari nessuno? Questo è quello che si fa: trattare una richiesta di intervento, senza agirla, per costruire il senso della domanda, altrimenti non faremmo che colludere conrichieste di intervento ortopedico: tipico è il caso dell'équipe in hospice che non riuscendo a trattare con un paziente invia il paziente allo psicologo di turno. Bene, credo che per trattare le forme complesse della domanda (sempre preliminari ad un trattamento psicoterapeutico e non necessariamente esitanti in una domanda di psicoterapia) una formazione almeno psicoterapeutica sia opportuna e necessaria, soprattutto alla luce della formazione universitaria attuale, che è informativa più che formativa rispetto ad una scelta teorica e operativa necessaria che faccia da cornice all'intervento psicologico ed alla sua direzione.

    Saluti e buona domenica,
    ikaro


    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 13-01-2008 alle ore 21.08.35

  15. #90
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    Allo stesso tempo sono convinta che il semplice fatto di non essere in grado di risolvere una situazione di crisi non necessariamente significhi avere una debolezza di tipo strutturale tale da richiedere l'intervento (solo) di uno psicoterapeuta.
    Se non è legata al livello strutturale (che non significa piano dei conflitti profondi o infantili, tanto per intenderci...) ti chiederei di dire, quindi, secondo te a cosa è dovuta la "crisi" all'interno del sistema/soggetto.

    Citazione Originalmente inviato da kaory_78 Visualizza messaggio
    Una teoria o un modello da seguire, servono a "ben poco " (in questo caso), essendo questa una situazione "limite, straordinaria, che impone aspetti nuovi da capire", se al contempo uno psicologo/psicoterapeuta non possiede in sè capacità di empatia, sostegno e contenimento...ecc, concetti questi che non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni. Così come come sono convinta che uno psicologo che lavora da anni con questo tipo di problematiche o che abbia fatto dei corsi specifici in questo settore, è molto più utile di uno psicologo generico o di una psicoterapeuta.
    Ed ancora avere un metodo preciso ed una teoria impeccabile a cui aggrapparsi (x motivare il proprio operato) non fa di te necessariamente un buon psicoterapeuta.
    Ovviamente non posso che essere d'accordo con willy, l'empatia e il contenimento in sè non servono a nulla senza una metodica di lavoro più articolata ed una teoria di riferimento solida e sufficientemente articolata. Siamo d'accordo che l'esperienza ha un suo peso, ma essa può essere tanto furviante quanto una teoria formale, anche perchè è inevitabile che anche l'esperienza crei nello psicologo una teoria implicita. Quest'ultima può essere però più "pericolosa" proprio perchè non chiarificata.
    gieko

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