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  1. #826
    lea cupane
    Ospite non registrato
    Citazione Originalmente inviato da gennyblue Visualizza messaggio
    Io credo che l'espressione della creativita', fosse anche attraverso un semplice scarabocchio, come insegno' Winnicott, o giocare con della sabbia, come sostenuto da altri autori, ma prima di loro, perfino dagli uomini primitivi che ci hanno lasciato grandi testimonianze di se' con i loro graffiti nelle caverne, sia un primo grande modo per uscire dalla patologia anche la piu' grave. Non a caso, molte persone affette da patologie serie, spesso esprimono il loro vissuto, l'esperienza di cio' che sentono e di cio' che vedono, senza che per noi ci sia realmente, con dei quadri di grande effetto visivo o scrivono opere bellissime ed angoscianti, come i grande Proust, o Kafka, quali "Il tempo perduto" o "I sotteranei dell'animo" da cui poi, hanno attinto molti importanti psicologi per comprendere e spiegare l'animo umano.
    Gaia
    E' proprio così come dici tu, cara Gaia, e spesso - parlo di ciò che conosco meglio - gli scrittori scrivono per curare se stessi e lenire ferite profonde, e anche leggere e rispecchiarsi in queste opere nate per distillare alchemicamente il dolore può essere (ma di meno) una medicina; e se ci si riflette è ben strano che tra tutte le scuole di specializzazione in arti terapie sia assente la scriptoterapia, o la poetoterapia o poesiaterapia che dir si voglia (tanto non esiste, quindi possiamo darle tutti i nomi del mondo). Incredibile. Però quando una cosa non c'è viene voglia di farla....qualcuno deve cominciare.... si tratta di mettersi al lavoro, e io voglio farlo, alacremente, perchè ci credo.

  2. #827
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Citazione Originalmente inviato da Lilikiddo Visualizza messaggio
    ... scusate ma questo emoticon è troppo ganzo.

    Licio dove sei? mi è dispiaciuto non conoscerti...


    altro emoticon che adoro è questo

    vabbè...
    Scusa Lilikido, ma tu sei toscana o hai soggiornato da quelle zone? te lo chiedo per la scelta del tuo aggettivo.
    Gaia
    Gaia

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  3. #828
    stefania81
    Ospite non registrato
    Citazione Originalmente inviato da lea cupane Visualizza messaggio
    Sottoscrivo pienamente, è esattamente quello che penso.
    Io ho un po' esagerato, perchè per evitare questo rischio ho messo addirittura un diaframma di 8 anni e mezzo fra la laurea e l'abilitazione...altro che se ci ho pesnato a lungo, non mi sentivo matura neppure per esercitare la professione di psicologa, figurati quella di psicoterapeuta!
    La consapevolezza della delicatezza di questo lavoro, che era però anche una resistenza e una paura (Giano Bifronte, come il drago/principessa della poesia di Rilke) mi ha impedito, credo, di nuocere, di danneggiare eventuali malcapitati pazienti, quando ero assolutamente acerba. Ora mi sento un po' più centrata e pronta...e mi iscriverò, credo, a una scuola di specializzazione!
    Anche se in Italia quel che vorrei fare non c'è (poesiaterapia).
    Ma ora ho anche quasi 40 anni e molta più esperienza, anche di terapia personale.
    Spero serva a qualcosa...
    Questo è quello che vorrei da una eventuale terapeuta: la consapevolezza che non si tratti solo di un lavoro.
    Le tue paure, che magari coincidono con le mie, le tue resistenze, ti hanno portata a formarti seriamente non solo professionalmente ma come persona, come dici tu "impedendoti di nuocere ai pazienti" .
    Questo è quello che io credo manchi troppo spesso in coloro che si avvicinano a questa professione. Pensano che basti una scuola, ancora nozioni su nozioni, spiegazioni di come funzioni l'animo umano, senza preoccuparsi di capire se hanno davvero le doti umane per sondarlo. Io personalmente non credo di essere assolutamente pronta, e non è un discorso di formazione è un discorso personale. Non so se sarei in grado di accogliere un paziente, con tutte le sue aspettative, e prenderlo in carico per aiutarlo a stare meglio, non so se come persona avrei la capacità di gestire una situazione simile, a livello di carattere proprio. Mi piacerebbe, ma non so se ne ho le doti e prima di iniziare un percorso simile voglio esserne certa. Magari semplicemente capirò che la faccenda non fa per me, o magari capirò che tutto questo pensare mi ha portato ad affrontare la cosa con più responsabilità, come è successo a te. Ma non ho nessuna intenzione di sperimentarlo sui pazienti, quindi finchè non sarò certa di poter fare qualcosa di buono mi terrò lontana dalla psicoterapia, non avendo ancora imparato a mediare tra ciò che sono e ciò che faccio, motivo per cui la mia persona, con tutte le sue caratteristiche idiosincratiche, entra sempre e cmq in qualsiasi relazione, di qualsiasi tipo senza mediazione a prescindere dai ruoli e dai contesti, io sono io, e ritengo la cosa inconciliabile con una psicoterapia.

  4. #829
    Partecipante Assiduo L'avatar di Lilikiddo
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    Citazione Originalmente inviato da gennyblue Visualizza messaggio
    Scusa Lilikido, ma tu sei toscana o hai soggiornato da quelle zone? te lo chiedo per la scelta del tuo aggettivo.
    Gaia
    Sì, sono nata a Firenze, cresciuta tra Siena, Firenze e Roma.

  5. #830
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Citazione Originalmente inviato da lea cupane Visualizza messaggio
    E' proprio così come dici tu, cara Gaia, e spesso - parlo di ciò che conosco meglio - gli scrittori scrivono per curare se stessi e lenire ferite profonde, e anche leggere e rispecchiarsi in queste opere nate per distillare alchemicamente il dolore può essere (ma di meno) una medicina; e se ci si riflette è ben strano che tra tutte le scuole di specializzazione in arti terapie sia assente la scriptoterapia, o la poetoterapia o poesiaterapia che dir si voglia (tanto non esiste, quindi possiamo darle tutti i nomi del mondo). Incredibile. Però quando una cosa non c'è viene voglia di farla....qualcuno deve cominciare.... si tratta di mettersi al lavoro, e io voglio farlo, alacremente, perchè ci credo.
    Pensiamo ad es., all'opera eterna, grandissima e monumentale di Dante Alighieri, dove ad ogni rigo ti crea la suggestione visiva dell'immagine di cio' che descrive, nel suo viaggio dalle profondita' piu' oscure e dolenti fino alla luce del sole e dell'amore del Paradiso; l'"Infinito" di G. Leopardi, dove utilizzando una particolare metrica poetica, con pochissimi elementi, ha creato una delle poesie piu' belle della nostra letteratura ufficiale, intrisa di struggimento e speranza o, ancora, quella bellissima, di Giosuè Carducci, dedicata al figioletto Dante, mentre osserva il melograno che ricresce nel cortile a cui il bimbo tendeva "la pargoletta mano", una delle piu' belle liriche della poesia italiana.
    E' strano in effetti, come ad un popolo che vanta tra i piu' grandi poeti del mondo, oltre ad una grande conoscenza in materia, venga privata la possibilita' di utilizzare la poesia come terapia o venga fatto da qualche terapeuta che non ha formazioni specifiche del campo per cui, la validita' stessa della poesia e narrazione in versi come terapia in se' si perde in qualcos'altro che non le appartiene ma semplicemente la utilizza, assorbendola al suo interno.
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

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  6. #831
    lea cupane
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    Citazione Originalmente inviato da gennyblue Visualizza messaggio
    Io sono d'accordissimo con te e ritengo che la tua sia una riflessione giusta, profonda ed adeguata, sia relativa alla presenza di psicoterapeuti cani -salvaguardando i cani, che è molto raro possano fare del male ad un individuo se non per ragioni valide e che quantomeno prescindono dalla pretesa di una grande formazione e pretesa culturale che non vantano di avere (parlo dei cani e dei terapeuti cani, che sono tanti)- e rappresentano una specie di realta' sommersa che infanga non solo il buon nome della psicologia seria ma spesso anche la dignita' e salute dei pazienti, proprio perchè non si sono accorti e non si accorgono di non essere dotati di quella che tu hai chiamato "risonanza interiore". Molti di qs psicoterapeuti hanno, in qualsiasi orientamento, anche se in alcuni prevale di piu', una bella formuletta preconfezionata ed obsoleta, qd si accorgono che anche il pz si accorge che qualcosa non va: " Transfert negativo", che rende impossibile il lavoro, perchè tra l'altro sono loro che non sanno gestirlo, oppure ealtre ancora. Forse è a qs tipo di psicoterapeuti cani quelli a cui ti riferisci tu o se puoi farci altri esempi...io credo che non solo tu ma tutti dovremmo fare una riflessione molto attenta su qs automatismo che pero' in Italia, come abbiamo potuto vedere dai post precedenti, in cui molti aspetti terapeutici non sono riconosciuti, è un po' creato anch'esso dalla burocrazia e dalla politica.
    Ti ammiro molto per la tua capacita' di fermarti a pensare se una cosa così importante possa essere davvero adatta per te; a volte la paura è il primo passo verso un'adeguata scelta ponderata ed assunzione di responsabilita' per la scelta stessa che farai, anche se poi vorrai diventare anche tu una psicoterapeuta, o lavorare in tanti altri bei campi della psicologia.
    Faccio una proposta: chiamiamo il tuo post: "Il coraggio di dirlo?"
    Gaia
    Hai ragione, ci vuole moltissimo coraggio a dire certe cose. E anche se il coraggio è l'altra faccia della medaglia della paura, quest'ultima come hai detto tu in questo caso conduce a un'assunzione di responsabilità.
    E siccome nel nostro lavoro ciò che si rischia è la "pelle" psichica del paziente, il suo sangue, le sue ossa, tutto, (in senso metaforico ma non solo) la sensibilità, la paura di fare male, la delicatezza, deve fare parte integrante del nostro percorso di "curanti".
    Vorrei aprire qui una riflessione sul termine cura: ne parlavo con Lilian (Lilikiddo) al bar dopo l'esame.
    In inglese esiste una differenza fra il termine "cure" (curare per far guarire, curare una malattia in senso medico e terapeutico) e il termine "care" (cura nel senso di prendersi cura di qualcuno o qualcosa).
    Anche in greco questa distinzione esiste, tra i termini ben distinti "therapeia" ed "epimeleia"; in italiano questa distinzione non esiste. Io attualmente faccio parte di un gruppo di ricerca sulla funzione curante della scrittura di sè, intendendo curante nell'accezione di "epimeleia" e "care", per differenziarlo da curativo , inteso come "terapheia" e "cure".
    Cosa implica l'esistenza o l'assenza di due differenti parole per il concetto di cura? Sappiamo che il pensiero è in gran parte modellato dal linguaggio, quindi siccome in italiano questa distinzione non esiste, non la pensiamo neppure. Ma se cominciamo a pensarla e sentirla, ci si spalanca un mondo.

    Chi vogliamo essere noi, i curanti o i curatori? I guaritori o coloro che si prendono cura? Prendersi cura dell'altro, in tutta la sua alterità, non è qualcosa di essenziale?
    Addirittura Foucault sostiene che è proprio il processo dell'epimelestai, cioè il prendersi cura di per sè, ad avere effetti trasformativi e non il raggiungimento di qualche verità, nella psicoanalisi. Ciò che cura è il prendersi cura in senso autentico di una persona.
    Ma che cosa è il prendersi cura? E che cos'è la cura intesa in senso di epimeleia?
    Vado a mangiare, intanto...vi lascio con questi interrogativi! A dopo

  7. #832
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    Citazione Originalmente inviato da Lilikiddo Visualizza messaggio


    mi dispiace, è la vera verità sul mondo delle scuole di psicoterapia: finalizzate non solo alla formazione di geniali psicoterapeuti ma soprattutto a fare molti molti soldi.

    ...il mondo non è solo cruel, però....tengo a precisare....

    Baci

    l.
    é no, non è solo cruel, per fortuna, ci mancherebbe!!!Ciao!

  8. #833
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    Citazione Originalmente inviato da lea cupane Visualizza messaggio
    ...devo dire che non lo sapevo affatto neanche io...assurdo....ma lo fanno anche scuole serie, è proprio la prassi ovunque?
    No, non credo che sia la prassi ovunque.Lo fanno alcune, non tutte..
    P.S.; Cosa ne pensi di Baudelaire?

  9. #834
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    Citazione Originalmente inviato da Giglioverde Visualizza messaggio
    No, non credo che sia la prassi ovunque.Lo fanno alcune, non tutte..
    P.S.; Cosa ne pensi di Baudelaire?
    Ho schiacciato l'invio prima del tempo.Volevo aggiungere che a me quel genere "noir" della poesia piace parecchio.

  10. #835
    stefania81
    Ospite non registrato
    Grazie genny e lilikiddo per aver apprezzato quella che molti avrebbero preso per una provocazione in realtà non voleva assolutamente esserlo. Sono contenta di essere riuscita a spiegarmi e che voi abbiate capito il senso di ciò che andavo affermando.
    Se vuoi genny puoi cambiare il nome del post anzi se volete possiamo aprire proprio un altro spazio nuovo per discutere di queste cose, dei dubbi che ci sono rimasti dopo l'università, di come ognuna di noi affronta questa materia, questo ambiente, questo lavoro. Così, per avere un feedback da parte di colleghi più o meno in posizioni simili.

    Lea stavo riflettendo sulle parole che si usano per definire i concetti, sull'importanza del linguaggio e della sua stretta correlazione con il pensiero ed ho pensato (appunto) di postare una citazione che ritengo significativa :

    "Tutta la fede e la buona fede occidentali sono impegnate in questa scommessa sulla rappresentazione, ovvero che un segno possa riferirsi alla profondità del significato, che un segno possa essere scambiato per il significato e che qualcosa possa garantire questo scambio..." J. Baudrillard

    In genere si tende a parlare di "salute", concetto che si spiega come condizione di assenza di malattia, io credo si debba iniziare a parlare di "benessere", benessere generale della persona, sostituendo con i termini "star bene" ciò che ora significa "non star male", credo siano cose totalmente differenti. Si dovrebbe promuovere il concetto di una valutazione di una condizione "in positivo" (stare in una condizine) invece che "in negativo" (non stare in un'altra). Se stai bene non vuol dire che non stai male , vuol dire che stai bene.

  11. #836
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    No, non credo che sia la prassi ovunque.Lo fanno alcune, non tutte..
    P.S.; Cosa ne pensi di Baudelaire?
    Ti riferisci ai "Fiori del male?", che sono un'importante spaccato della letteratura francese edeuropea di quel periodo oppure a poesie particolari dell'Autore? La mia è curiosita' personale, perchè l'esperta in materia qui è lea, io conosco solo la sua collocazione storico-letteraria, cmq, a me piace.
    Gaia
    Gaia

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  12. #837
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    E no, non lo sapevo...non mi ero mai informata...
    Guarda, ci sono pure scuole che per un anno prendono cifre tipo 5,6000 euro, per 4 o 5; fai un po' tu. Non ti dico di chi sono alcune di qs scuole, nel senso che si tratta di persone molto note nel nostro ed altri contesti, pero' ce ne sono anche altre, validissime e, probabilmente, anche un po' piu' oneste nei confronti dei neo-abilitati o laureati, che prendono molto meno o cifre piu' umane Cmq, nel confronto, è vero
    Gaia

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  13. #838
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    Citazione Originalmente inviato da gennyblue Visualizza messaggio
    Ti riferisci ai "Fiori del male?", che sono un'importante spaccato della letteratura francese edeuropea di quel periodo oppure a poesie particolari dell'Autore? La mia è curiosita' personale, perchè l'esperta in materia qui è lea, io conosco solo la sua collocazione storico-letteraria, cmq, a me piace.
    Gaia
    Si, mi riferisco ai "Fiori del male", bellissima raccolta!!..
    Certo che 5 o 6 mila euro...per 4 o 5 anni!!!! Più un'analisi personale da 50 euro a seduta è una bella botta!!!!

  14. #839
    lea cupane
    Ospite non registrato
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    No, non credo che sia la prassi ovunque.Lo fanno alcune, non tutte..
    P.S.; Cosa ne pensi di Baudelaire?
    Baudelaire piace molto anche a me.
    Purtroppo la traduzione fa perdere molto, pensa che spesso le sue poesie sono in rima,per esempio "L'albatros" è in rima alterna, e la traduzione è ovviamente in prosa. Tutte le sonorità si perdono e resta solo il significato. Ma senso e suoono, forma e contenuto, significante e significato, in poesia sono inscindibili. Quindi la traduzione è un nonsenso, in poesia.
    Quel che dice Lilikiddo, ovvero che in poesia l'emozione precede la cognizione, può avvenire solo se si conserva la forma originaria, con tutti i suoni e le sensazioni corporee che questi suscitano; da questo punto di vista la poesia non è universale come le altre arti, è inscindibilmente legata alla lingua in cui è sta creata. E questo può essere un problema. Anche per un uso teraopeutico (epimeleutico?), è sempre consigliabile usare poesie italiane (nel nostro caso), ma ci sono moltissime poesie straniere di cui davvero non si può fare a meno, così io le uso lo stesso nei miei laboratori, pur consapoevole che metà dell'effetto si perde....

  15. #840
    lea cupane
    Ospite non registrato
    Citazione Originalmente inviato da stefania81 Visualizza messaggio
    Lea stavo riflettendo sulle parole che si usano per definire i concetti, sull'importanza del linguaggio e della sua stretta correlazione con il pensiero ed ho pensato (appunto) di postare una citazione che ritengo significativa :

    "Tutta la fede e la buona fede occidentali sono impegnate in questa scommessa sulla rappresentazione, ovvero che un segno possa riferirsi alla profondità del significato, che un segno possa essere scambiato per il significato e che qualcosa possa garantire questo scambio..." J. Baudrillard
    Sì,
    Baudrillard ha studiato molto il valore simbolico del linguaggio poetico, che non sottosta alle leggi che regolano normalmente il linguaggio, in virtù delle quali si scambiano sempre parole come fossero merci, cioè con funzione strumentale, in vista di un utile: il linguaggio poetico ha il suo utile nell'eccedenza, in questa sovrabbondanza sonora che è dono, è spreco, è il vero significato profondo, è "Potlach", cioè un dono inutile destinato a svanire, a dissolversi, ma di incommensurabile valore simbolico.
    Baudrillard afferma infatti che "il poetico è l'insurrezione del linguaggio contro le sue stesse leggi"....

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