
Originalmente inviato da
Hermes Ankh
A mio modo di vedere, non è produttivo porre il problema dell'autismo infantile come una presa di posizione a favore o contro la psicoanalisi.
La psicoanalisi ha avuto ed ha indubbi meriti anche riguardo il trattamento delle psicosi e delle psicosi infantili, in particolare.
Per una serie di ragioni, però, non si può dire che così sia stato con l'autismo infantile.
In genere, le varie correnti psicoanalitiche che si sono interessate della questione, fin verso la fine degli anni '80, hanno assimilato l'autismo alla psicosi.
Il doppio risultato (almeno in relazione agli effetti) è stato quello, da una parte, che la terapia non ha funzionato e le famiglie, soprattutto le madri, dall'altra, sono state (o si sono sentite) colpevolizzate, in quanto l'autismo, assimilato alla psicosi, è stato, spesso, collegato a problemi nella relazione con le figure significative, in particolare la madre.
Quando si rilevano i limiti storici delle interpretazioni psicoanalitiche dell'autismo si fa riferimento, fondamentalmente, all'assimilazione fra autismo e psicosi e all'interpretazione dell'autismo come disturbo della relazione e della comunicazione precoce (soprattutto con la figura materna).
Non credo sia possibile andare oltre e giustificare, in base a questa interpretazione storica errata, una critica generalizzata della psicoanalisi.
Credo, anzi, che, proprio riconoscendo questo errore interpretativo, la psicoanalisi possa, anche in prospettiva, giocare un ruolo importante nell'intervento sulle situazioni di autismo che, in considerazione della complessità e particolarità del disturbo, potrà essere solo integrato (riabilitativo, educativo e psicoterapeutico) e dovrà fare leva sulla famiglia e sulla comunità come risorse e non come genesi del problema.
Da un punto di vista storico, l'assimilazione fra autismo e psicosi ha cominciato a mostrare i propri limiti dopo 1964, anno di pubblicazione del libro “Infantile Autism” di Bernard Rimland.
Dal 1987, poi, dopo la pubblicazione del DSM III-R, non si parla più, in maniera ufficiale, per l'autismo infantile, di psicosi. Le psicosi presuppongono un' alterazione del pensiero e del contatto con la realtà. Nell'autismo non vi sono allucinazioni, deliri o alterazioni della coscienza. Abbiamo, invece, a che fare con quell'ambito patologico che viene qualificato come ambito dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo. Il disturbo è presente fin dalla nascita, anche se si manifesta in epoca più tardiva, ed è strettamente collegato allo sviluppo del bambino in cui si manifesta una disorganizzazione cerebrale.
Tre sono le aree principalmente danneggiate: la comunicazione, le relazioni sociali, il pattern di interessi e di gioco.
Per quanto riguarda le relazioni sociali, in particolare, i bimbi autistici non hanno le nostre stesse modalità di manifestare i sentimenti e "apparentemente" risultano freddi e distaccati.
Gli studi recenti hanno tutti cercato di spiegare questa specificità
La ricercatrice statunitense Geraldine Dawson ha ipotizzato che nei casi di autismo sia carente la capacità di acquisire abitudini in campo sociale, abitudini che sono determinanti per lo sviluppo della reciprocità sociale, requisito base dell'intersoggettività.
Nella "teoria della mente" di Baron-Cohen e Utah Frith viene specificamente ipotizzato un deficit cognitivo in un' abilità che si formerebbe in maniera completa dopo i tre anni: la capacità di rappresentare nella propria mente le esperienze sociali vissute nell'interazione con i genitori. Ciò renderebbe praticamente impossibile la capacità di "empatia", capacità fondante e di quotidiana applicazione nei rapporti umani.
L'inglese Hobson ipotizza, nei casi di autismo infantile, un deficit biologico di base nei sistemi che regolano l' affettività. Il bambino autistico, non essendo in grado di percepire le emozioni altrui, non riesce a condividere con gli altri esseri umani la visione del mondo da cui differenziare la propria. Il senso del significato del mondo deriva al bambino dai primi significati condivisi, per cui un disturbo al primissimo livello emozionale porterà difficoltà cognitive che riguardano l' attività immaginativa, la comunicazione e la comprensione degli stati mentali.
Quello che attualmente sembra certo e che ogni possibile terapia (psicoanalitica, comportamentale o altro) non potrà, in futuro, non tenere conto di questi studi e riproporre i vecchi schemi, ormai scientificamente screditati, dell'autismo come psicosi, correlata a disturbi della relazione e della comunicazione con le figure di accudimento.
Di qui a pensare che la psicoanalisi non abbia più nulla da dire circa l'autismo e, pertanto, debba tacere, è come dire che nessun transatlantico potrà più solcare credibilmente i mari perché il Titanic è affondato.