Parlando seriamente, per me ci sono almeno tre motivi principali (uno più pratico, uno più filosofico ed uno più psicologico) per cui le persone tendono a cambiare avatar.
Il motivo più “pratico” è che non tutti sono così fortunati da trovare subito un'immagine in grado di esprimere la complessità della percezione di sé che uno può avere (posto - e non concesso, per quanto mi riguarda - che esista un'immagine in grado di esprimere tutto ciò). Si va per tentativi e, quando si trova un'immagine che si sente più affine a sé di altre, si cambia avatar.
Il secondo motivo ha radici filosofiche più profonde. La “persona reale”, che l'avatar dovrebbe esprimere, è, in realtà un'entità complessa ed in continua evoluzione.
Essendo io di orientamento, come si sarà capito, socio-costruttivista, penso che l'identità personale sia una co-costruzione, sempre legata ai contesti di vita, sempre storica, mai definibile in termini assoluti ed univoci.
Come sosteneva un grande che considero maestro, Gregory Bateson, l'identità è una costruzione storica legata alla “tirannia” (forse, è meglio dire ai “vincoli”) dei processi di deuteroapprendimento (cioè, in pratica, dei processi educativi). Se c'è un futuro evolutivo nell'essere umano, questo sarà possibile solo attraverso una relativizzazione del concetto stesso di “identità” (ciò che Bateson chiama “Apprendimento 3”).
Per questo motivo, penso che un unico avatar (un'unica immagine) non possa rappresentare la complessità evolutiva di una “identità” individuale, ma, al massimo, un segmento,un pezzo di strada.
Il terzo ed ultimo motivo è più “psicologico”. È legato ai mutevoli “colori” del mondo psichico.
Chi studia (scientificamente) il fenomeno dell'”aura” umana sa che questa muta in continuazione la propria consistenza cromatica, in relazione al mutare delle emozioni e dei sentimenti della persona.
Ora, la storia di una persona è fatta di emozioni e di sentimenti (oltre che di razionalità e pragmatismo).
Non sempre un unico “colore” è in grado di rappresentare momenti diversi di un'esperienza personale.
In sintesi, utilizzando un'immagine, direi che la personalità è come un fiore con molti petali e con diverse sfumature di colori. Spesso, il colore che risalta dipende non dal fiore stesso, ma dall'incidenza della luce del sole. A volte, può apparire con delle sfumature, a volte con altre.
L'avatar seleziona (attraverso un'immagine) un aspetto (forma e colore) e ce lo ripropone come specchio di noi stessi; come uno specchio, però, in cui la persona ritrova una “parte”, anche importante, di sé, ma non la totalità (che non è mai un “dato”, ma una costruzione che emerge nel tempo e in relazione ai contesti di vita).
E' inevitabile che, prima o poi, l'evoluzione della persona la porti a cambiare avatar (per poi, eventualmente, ritornare a quello precedente, in una specie di oscillazione pendolare, che mima i ritmi dell'esistenza umana).