
Originalmente inviato da
consulente_
Devo dire che ho trovato interessante la discussione, ma spero nessuno se la prenda se non l'ho letta tutta tutta ^ ^;
Forse mi sono sbagliato, ma ho sentito come una domanda inespressa nelle ultime pagine: ovvero se un amore "inespresso"(o meno), un legame tra terapeuta o paziente, (una situazione che è oltre il limite della correttezza, ora che si conosce meglio il funzionamento, che si è maturata,come disciplina, esperienza proprio da casi come quelli di jung) possa di fatto essere uno sprono, un aiuto verso la guarigione.
A mio modestissimo e sindacabilissimo parere, mi piacerebbe dire questo: che quello che conta è che le persone abbiano un input mirato alle loro necessità di cura.
Il terapeuta ,come parrà ovvio, deve avere un equilibrio e un autocontrollo, una fermezza, che lo rende in grado di recepire il disturbo, e di influenzare quello, SOLO quello, senza toccare possibilmente altre corde profonde e "impelagarsi" in situazioni difficili e sopratutto NON etiche.
Non è una questione di aderenza a regole fine a se stessa: c'è un motivo ben preciso per la loro esistenza.
Conclusione? In "mezzo" a quell'amore ci saranno stati input utili per la paziente di Jung, ma non era certo stato il modo migliore, o l'unico!, per lei.
C'è un enorme differenza tra i nostri desideri, consci e inconsci, basati su sentimenti di vuoto, di mancanza, di desiderio per ciò che sentiamo non avere, e quello che di fatto ci porta a capire noi stessi, ad accettarci, ad equilibrarci.