Sono d'accordo, è un punto di vista interessante perchè rimanda agli esiti dell'analisi del transfert e al ruolo dell'analista che sono discussi qui. Probabilmente però non sono la persona più adatta per discutere di questo tema perchè non lo conosco bene. Anche il punto di vista relazionale sulla conclusione della analisi non so bene come si articoli. Provo comunque a ragionarci su, e magari si può farlo insieme.
Credo che il termine dell'analisi rimandi al raggiungimento di un'organizzazione sufficientemente complessa della relazione e di paziente ed analista, da poter costituire modalità di funzionamento flessibili, per cui da un lato non c'è un'identità troppo irrigidita e monolitica, e, contemporaneamente, l'ambiente cessa di essere predeterminante e diviene oggetto di interazione a livello paritario. Non solo: l'effetto di tutto ciò può essere un rinnovato senso di agency, cioè di capacità di essere soggetti nella proprio mondo interno ed esterno. E' difficile definire l'agency, però, perchè non è uno "stato" dell'essere, quanto una proprietà. Mi domando se non possa accostarsi eventaulmente a quello che voi lacaniani chiamate
assunzione del desiderio, se non vado errato. Ad ogni modo, quando questa "qualità" è ormai presente nella scena analitica (e con essa il cambiamento delle modalità di funzionamento precedenti, o, per dirla con Bion, la catastrofe della trasformazione è avvenuta ed è sorto qualcosa di nuovo), credo che l'analista abbia terminato il suo compito.