
Originalmente inviato da
gieko
Non sono d'accordo con questo tipo di visione per il semplice motivo che, come ho già detto, mi sembra permeata di una valenza filosofico-esistenziale che ritengo non essere il fine ultimo dell'analisi, ma eventualmente (e anche questo lo ribadisco ancora) una direzione personale che il paziente prende o elabora nel corso del trattamento.
Non credo che l'analisi debba raggiungere necessariamente chissà quali vette di raffinatezza intellettuale, non penso che sia questo lo scopo, posizione che mi pare sostenuta invece da te e luigi, probabilmente perchè più presente nella tradizione junghiana. La mia opinione è che l'analisi lavori sui processi, sulle strutture e non sui contenuti. Credo quindi che ci siano ottime analisi che viaggiano su un livello non "elevato culturalmente", in cui l'analista lavora comunque sulla struttura del paziente, adoperando il mondo rappresentazionale che è proprio di quest'ultimo (che magari è costituito da preoccupazioni domestiche o sul proprio lavoro di meccanico in officina...). Sottolineare, invece, questa sfumatura che sento molto intellettualistica rischia di "imporre" un ideale di analisi che è dell'analista (ad es. conoscenza, elevazione culturale, implicazioni filosofiche e ontologiche) e che il paziente può vivere "estranee". Ecco perchè domandavo a luigi qualche post fa "come si gioca questa posizione nella clinica coi pazienti?". Non è una domanda da poco perchè rimanda ad una riflessione sulle aspettative (e sull'influenza di queste) relative al paziente. I contenuti, i simbolismi possono, cioè, diventare primari e perdere il valore di metafora e di rappresentazioni che ne fanno espressione della struttura inconscia, ed essere quindi reificati ed assolutizzati. Non solo: l'analisi può diventare una terapia elitaria (usufruibile solo da persone culturalmente preparate?), cosa che ritengo metodologicamente errata, oltre che eticamente discutibile.
Aggiungo solo che al termine dell'analisi i pazienti, ognuno con modalità proprie dovrebbe aver superato vissuti di dipendenza e, quindi, sentirsi libero di "andare per il mondo" più libero e padrone di sè stesso, quindi con flessibilità ed equilibrio saldamente presenti, proprietà che è riuscito a riconquistare mediante il lavoro analitico, e non per interiorizzazione delle capacità o delle soluzioni dell'analista. Mi sembra che ci sia una tendenza ad estremizzare un po' troppo vissuti di dipendenza, perdita, distacco dall'analisi che, al termine del percorso, dovrebbero essersi risolti.
Un saluto