perdonami marata in che senso "nella relazione non professionale, con un amico/conoscente? "
perdonami marata in che senso "nella relazione non professionale, con un amico/conoscente? "
intendevo nel caso di un rapporto 'non professionale', cioè che non si rivolge a me in quanto 'psicologo', ma si 'chiacchiera'...tra conoscenti/amici
Forse, dipende dal tipo di confidenza che c'è nel rapporto, in primo luogo, poi, dalla fiducia che è correlata. Cmq, se è un conoscente che ti parla di un suo parente, sarebbe bene avere le idee molto chiare su come stanno realmente le cose, prima di dire cose inopportune e, magari, consigliargli di sentire il medico prescrittore, se ha grandi dubbi. Se si tratta di un'amica o amico, potresti provare a parlarle/gli; pero', rileggendo il tuo post, mi veniva da fare una considerazione e cioè che è ormai noto che molti antidepressivi, sono utilizzati anche per l'ansia, gli attacchi di panico e i disturbi ossessivi-compulsivi, solo per fare un es. Cio' che è strano è il modo di somministrazione che descrivi ma dall'esterno, non possiamo in realta', dire niente di fondato.
Qd si tratta di amici, se si sospetta qualcosa, è piuttosto normale, cercare di chiedere e capire se e come aiutare, qualora ci si rendesse conto che cio' è davvero necessario, magari proponendogli di andare una volta insieme dal medico per parlare dei farmaci; poi, tutto dipende dalla specificita' della situazione, perchè in realta' potremmo fare tante cose cosi' come potremmo non riuscire a fare niente. Cerca di capire che la tua domanda, è anche molto vaga, seppure espressa in tono preoccupato.
Ciao
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
infatti, visto che mi chiedeva un parere gli ho consigliato di andare dal medico che ha prescritto il farmaco, per avere chiarezza sulla modalità di somministrazione..., visto che gli aveva detto di prenderne uno al dì e lui 'pensava' che se ne prendeva due nei gg di 'crisi' era meglio.
grazie per le risposte, questi confronti sono molto utili
Secondo me, hai fatto molto bene, perchè purtroppo, spesso, un po' perchè i medici di famiglia, non esperti nel campo, "omettono" delle importanti informazioni, un po' per strane convinzioni diffuse, tra le persone non del settore medico o psicologico, qs ultime, capita spesso che possano fare un errore del genere, in perfetta buona fede.
Ciao
Ultima modifica di RosadiMaggio : 25-08-2008 alle ore 21.17.28
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Scusa, non capisco cosa tu voglia dire con "non abbiamo autonomia": la legge vieta agli psicologi e egli psicoterapeuti di prescrivere farmaci, ma non di fare informazione su di essi , nè di aiutare ( con strumenti propri allo psicoterauta) una persona a dsintossicarsi da molecole psicoattive.
Inoltre, la legge non ti vieta di studiare gli psicofarmaci e di averne una buona conoscenza ( per limitarne l'uso).
Tieni presente che il"colpo" peggiore alla reale efficacia degli antidepressivi l'ha sferrato uno psicologo statunitesnse.
Personalmente io intervengo in autonomia (ricorrendo, a volte ad un amico Psichiatra) sul'aspetto di cui parli. BIsogna, certo, studiare ciò che non si è appreso all'Un. o nelle specializzazioni.
Ciao.
Lucio Demetrio Regazzo
Infatti, neanche io capisco perchè gli psicologi siano convinti che non poter prescrivere psicofarmaci, equivalga a non poterli o doverli studiare, anche nei loro componenti ed effetti, ad es., ai fini di aiutare come tu dici, una persona a disintossicarsene, con adeguato sostegno, oppure per riconoscere se la persona che mostra un certo comportamento o tipo di eloquio, possa essere sotto l'effetto di una certa tipologia di psicofarmaci, piuttosto che attribuirgli subito una certa psicopatologia o problematica. Logica poi, la collaborazione con lo psichiatra.
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Ciao Gaia,
mi fa piacere che tu condivida quanto ho scritto.Vorrei fare una precisazione,però, rispetto alla necessità (non sempre,credimi) di farsi aiutare (non inviare la persona) da chi è più esperto in psicofarmacologia. Personalmente discuto, con amici Psichiatri, di alcuni protocolli di cura che un paziente segue, quando entra in psicoterapia; ciò, per avere conferme sulla correttezza del mio procedere nello "scalare i farmaci, ma scelgo professionisti che non sono solo "prescrittori di sostanze", ma dimostrano apertura verso chi non condivide il loro metodo. Quindi un pò di attenzione, perchè -purtroppo- certa psichiatria sostiene ancora la necessità e l'insostitutibilità del farmaco.
Un saluto.
Lucio Demetrio Regazzo
Lucio Demetrio Regazzo
Sono perfettamente d'accordo con te, se si scegliesse una persona che sostiene l'insostituibilita' del farmaco come principo curativo, d'altra parte, credo che non sarebbe neppure proponibile una collaborazione, nè fruttuosa, per nessuno, nel caso (strano da parte dello psichiatra, che si troverebbe in una sorta di contraddizione concettuale..) venisse accettata.
Conosco certa psichiatria che sostiene tale insostituibilita' in modo totalizzante, per non parlare di altre pratiche. Quindi, mi sento molto in sintonia con il tuo pensiero.
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
secondo me la causa è da ricercare
1) nella mancanza di informazioni (infatti psicologo e psichiatra non sono equiparabili, al limite si potrebbe fare il paragone psicoterapeuta-psichiatra)
2) la medicalizzazione della società (non so se è il termine giusto) cioè, il modello medico come teoria implicita nel senso comune: le persone tendono a credere che i problemi siano malattie e che abbiano una causa organica, o comunque seguano una logica causa-effeto perciò possano essere risolti in modo "meccanico". Lo psichiatra (in quanto medico) conoscerebbe queste cause e dovrebbe sapere come intervenire per modificarne gli effetti.
3) la svalutazione sociale della figura dello psicologo: mi riferisco al fatto che dappertutto si sente parlare di "psicologia", perfino dirante la telecronaca di una partita i commentatori danno pareri "psicologici", Lippi alla fine dei mondiali era stato definito "psicologo"
4) il fatto che lo psicologo non dà farmaci, dà l'idea al paziente che gli venda fumo (secondo la logica "se pago qualcuno, meglio pagare uno che mi dà qualcosa di concreto; se devo parlare con qualcuno, posso farlo anche col vicino di casa o con l'amico di turno")
5) la persona già si affida ad un "medico" per la propria salute (il medico di base, lo specialista in vari settori ,ecc...) e quindi pensa che lo psichiatra, essendo medico, ha competenze per risolvere anche le questioni psichiche meglio dello psicologo, perché si crede che abbiano una causa organica.
6) attribuire una causa organica al disagio deresponsabilizza. Nel senso comune, se un pz va dallo psicologo spesso crede di avere idee "sbagliate", invece dallo psichiatra ci si va per disagi che hanno una causa organica-biologica (spesso anche dalla gente si sentono dire frasi come: "la depressione è una malattia perchè è coinvolta la serotonina, o cose del genere) e quindi il pz si scagiona dalla "responsabilità" di essere "matto", essendo la causa fuori dalla sua portata.
7) il suffisso -iatra: dà l'idea di uno specialista che ha conoscenze "oggettive", perciò se si deve spendere soldi, meglio pagare uno psich-iatra che uno psic-ologo.
Ovviamente sono opinioni personali che mi sono venute in mente leggendo questo thread, niente di più e niente di meno.
Ultima modifica di Johnny : 14-09-2008 alle ore 19.59.03
Non sono molto d'accordo sull'aspetto "se vado dallo psichiatra, ci sente 'scagionati', perchè si ha l'impressione di non essere "matti", in quanto c'è una causa organica e qd, non si è responsabili del proprio disturbo"; direi che generalmente, è l'esatto contrario, per diversi motivi, che prescindono dall'attribuzione al fattore serotinina, noradrelina, dopamina, e da tutti i loro correlati biologici-ormonoli, che di fatto, esistono.
E' molto piu' probabile che uno psichiatra, che abbia un comportasmento corretto, si adoperi per rendere il paziente consapevole del proprio disagio, spiegandogli cosa dipende e cosa è un sintomo della sua psicopatologia,talvolta utilizzando molte volte qs termine, durante una stessa seduta, anche in piu' incontri e parlando della terapia farmacologica verso la fine di un incontro. Non credo che sentirsi dire "la sua psicopatologia, il suo disturbo, ecc, sia meno penoso in se' per un paziente che sentirsi dire da uno psicologo che ha un disturbo o disagio. Forse, la differenza reale, sta nel fatto che mentre lo psichiatra, rispetta l'etica di comunicare al paziente il disturbo di cui soffre, cosa che puo' fornire un notevole contenimento, in certi casi, molti psicologi ma soprattutto, psicoterapeuti, non hanno invece qs forma di rispetto verso i loro pazienti, nonostante sia prevista dal regolamento della carta etica dei comportamenti da tenere, parandosi ad es., dietro il fatto che "quel" tipo di terapia, non prevede un'iniziale valutazione diagnostica da comunicare al pz, cosa che invece essi fanno dentro di se', e che la diagnosi avverra' nel corso del tempo, qd un pz, puo' gia' ritrovarsi in un tipo di terapia, che se avesse potuto scegliere, ad es., non avrebbe mai fatto.
A volte, un po' di sana autocritica da parte degli psicologi e psicoterapeuti, penso possa essere salutare, per capire anche altri aspetti che guarda la popolazione, andando anche un pochino al di la' del farmaco in se', che logicamente, non va utilizzato come fosse un cerotto, ma neppure se dato con le dovute cautele e nei casi in cui è davvero necessario,per brevi periodi, criminalizzato.
Cosi' come coloro che vi ricorrono, per poter attraversare e superare ad es., un periodo di particolare sofferenza, per i piu' svariati motivi.
Non dimentichiamoci neppure che cosi' come un farmaco puo' fare molto male, anche una cattiva psicoterapia o analisi personale, possono produrre modificazioni cerebrali in senso negativo.
Penso qd, che in tutto ci vorrebbe il giusto equilibrio ed onesta', verso una persona che soffre, ed essere capaci di non rovinare ulteriormente l'immagine dello psicologo, assumendo comportamenti poco etici, secondo quanto previsto dal codice deontoligico, dalla carta etica e dalla carta dei diritti dei pazienti.
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Ultima modifica di RosadiMaggio : 12-09-2008 alle ore 11.46.44
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Credo di citare Ras. In riferimento a questa frase: “Forse, la differenza reale, sta nel fatto che mentre lo psichiatra, rispetta l'etica di comunicare al paziente il disturbo di cui soffre, cosa che puo' fornire un notevole contenimento, in certi casi, molti psicologi ma soprattutto, psicoterapeuti, non hanno invece qs forma di rispetto verso i loro pazienti, nonostante sia prevista dal regolamento della carta etica dei comportamenti da tenere, parandosi ad es., dietro il fatto che "quel" tipo di terapia, non prevede un'iniziale valutazione diagnostica da comunicare al pz, cosa che invece essi fanno dentro di se', e che la diagnosi avverra' nel corso del tempo, qd un pz, puo' gia' ritrovarsi in un tipo di terapia, che se avesse potuto scegliere, ad es., non avrebbe mai fatto.”, vorrei dirti che non è prerogativa esclusiva degli psichiatri comunicare il disturbo, credo che molti psicoterapeuti che non credono alla teoria dell”etichettatura”, lo facciano; certo che più che comunicare un nome è importante specificare i processi da seguire nel percorso psicoterapeutico e informare quali sono le variabili che determinano il disagio.
Ciao.
Lucio Demetrio Regazzo
No, hai citato me; il mio era cmq, un discorso generico che credo tu abbia capito molto bene, da cio' che hai scritto. Ed io sono ancora una volta d'accordo con te, sia nel fatto che ci sono molti psicoterapeuti che comunicano la diagnosi ai loro pazienti, spesso anche da parte di coloro che criticano qs pratica, (che poi, pero' trascurano a volte, anche se non tutti, i processi successivi, prendendo tempo) e che logicamente, insieme ad essa, sia molto importante specificare i processi da seguire nel percorso terapeutico e spiegare nel modo piu' chiaro possibili le variabili alla base del disagio, anche per poter decidere come e su cosa intervenire, attraverso una comunicazione chiara e chiarificatrice.
Ciao
Ultima modifica di RosadiMaggio : 13-09-2008 alle ore 19.07.44
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4