Grazie. Finalmente qualcuno che non mi fa una "cazziata" perchè sono dura. Evviva!!!![]()
Grazie. Finalmente qualcuno che non mi fa una "cazziata" perchè sono dura. Evviva!!!![]()
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice fatto di aver incontrato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro. (Paul Montes - Missionario sudamericano)
Dr.ssa Agnese Tiziana Magno
http://www.drssamagno.beepworld.it
sinceramente non mi sono posta nè come paziente e nè come bambina (dopo quasi 5 nni di analisi penso di essere andata ben oltre nel mio percorso di sviluppo, e tra l'altro non vedo da dove mai possa arrivare tale presunta osservazione), pensavo che il pensiero espresso fosse chiaro ma evidentemente non lo è. credo che comunque rileggendo possa essere più chiaro, perchè veramente è stato spiegato in tutte le salse quello che si intendeva dire. ho fatto il mio colloquio e non ho parlato nè delle mie storie personali e nè mi sono posta come un cagnolino spaurito: ho semplicemente cercato di analizzare le mie motivazioni e se questo per voi significa porsi come dei pazienti allora non so proprio che dirvi (che poi tra l'altro prima o poi pazienti lo sarete anche voi!). se riflettere ed analizzare è concepito da voi in questo modo, almeno evitate di dare giudizi così sparati su quello che fanno gli altri perchè siete proprio fuori strada!
chicca
Mi sembra che qui quella fuori strada sia tu che ti senti sempre colpita!
Apparte che se io devo essere paziente (e lo sono stata) vado da uno psicologo non da un professore di una scuola, comunque ognuno parla in base alle proprie esperienze, che non significa avercela con te, come tu interpreti continuamente visto che ti senti giudicata.
Questo è un atteggiamento ingenuo e non funziona quando a noi non interessa tanto esprimere le nostre idee o quel che ci passa per la testa, ma ottenere qualcosa dall'interlocutore.Originalmente inviato da willy61
Qui c'è un problema: cosa rispondere ad una domanda per l'ammissione ad una scuola di specializzazione?
Ora suppongo che chi l'ha posta si stia chiedendo anche dall'altra parte cosa vogliono sentirsi rispondere, perché in fin dei conti si è preoccupati del fatto che una certa risposta possa influenzare negativamente chi sta lì a giudicare se si è idonei o meno. Se non ci fosse questo problema non vedo perché preoccuparsi tanto, si protrebbe rispondere anche con un "non sono affari suoi" e chiudere il discorso.
Io a questo punto direi di cercare di capire perché in una scuola di specializzazione viene posta una domanda del genere, cosa gli interessa davvero sapere? Ed in base a che cosa una risposta potrebbe essere giudicata "scorretta".
L'intervento di agnesetiziana (ho sbagliato a riportare il nome) secondo me coglieva aspetti importanti del problema posto inizialmente.
Un saluto
Ultima modifica di Char_Lie : 19-09-2008 alle ore 19.11.33
Ciao Char_lie
Forse adottare questo "atteggiamento ingenuo" può non funzionare quando desideri vendere qualcosa a qualcuno. Quando si tratta di una domanda su se stessi, credo sia opportuno rispondere in base a se stessi, non in base ad altri.
È interessante questo tuo modo di affrontare le situazioni trasformandole in "problemi". Quale problema? C'è una domanda. Si può:
a) rispondere
b) non rispondere
Se si decide per l'opzione a), è possibile:
a.1) Rispondere sulla base delle proprie opinioni e delle proprie sensazioni ed emozioni
a.2) Rispondere sulla base dell'ipotesi che ci si fa circa le preferenze dell'interlocutore (il che apre a una serie di divertentissimi scenari del tipo: "Io penso che lui/lei voglia sentirsi dire questo e quest'altro, quindi glie lo dico. Ma se poi mi sbaglio, cosa succede? Allora forse è meglio che gli dica quest'altra cosa... " e così via).
Io penso semplicemente che, se una persona, dopo 5 anni di università e uno di tirocinio e un esame di stato (il che presuppone abbia ormai un'età che consente alla persona stessa di essere mediamente fiduciosa nelle sue capcità e possibilità) sta ancora lì a chiedersi se le sue risposte fanno piacere a qualcun altro, allora fanno bene a non ammetterla alla scuola di specializzazione.
Perché la pongano non ne ho idea. Occorrerebbe chiederlo a chi la pone.
Ingenua-mente
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
Guarda che è comunque una nostra opinione (nel senso di conoscenza soggettiva aperta all'errore) anche quello che può pensare e credere un'altra persona. E poi insomma tu dovresti chiederti "desidero essere ammesso a questa scuola?"Originalmente inviato da willy61
Sì o No?
Questo è già un tuo desiderio e perciò per rispondere adeguatamente rispetto a questo non puoi non tener conto di quello che si aspettano che tu risponda a questo tipo di colloqui.
Una volta la pensavo come te, ora non più, è utile conoscere i motivi per cui facciamo qualcosa ma molto spesso non è utile farli conoscere ad altre persone, e non riesco a capire perché bisogna essere sempre sinceri e rispondere soltanto in base a certe sensazioni ed emozioni, quando poi tutto questo ci può danneggiare fortemente.
Ad esempio se una persona ha scelto di studiare psicologia anche perché ha un certo disturbo, non so fino a che punto le sia utile renderlo noto ad un interlocutore che può decidere di impedirle di frequentare una scuola di specializzazione.
Questo già esclude certe risposte secondo me in base al giudizio dell'interlocutore e non al tuo personale parere e modo di vedere le cose: dal tuo punto di vista tu puoi credere che non sia così importante questo tuo disturbo e che non ti impedirà di fare quel che desideri fare ma l'altra persona su questo potrebbe non essere tanto d'accordo con te ed investire le risorse disponibili su altre persone escludendoti dal gioco.
Questi non sono scenari divertenti come dici, poi se per te non si pongono nemmeno questi problemi, beh allora suggerisci pure a chiunque di rispondere in base a sensazioni ed emozioni. L'analisi di un problema dovrebbe spingersi un po' oltre secondo me.
Io ad esempio ritengo che certi test di intelligenza siano stupidi e mi andrebbe davvero di rispondere come mi pare, ma se questi poi vengono usati per selezionare questa o quella persona per un lavoro o altro, inizio a pormi anche il problema di cosa si aspettano che io risponda a questi test, la cosiddetta risposta "corretta".
Tieni presente che rispondo sempre in base ad un mio desiderio ma la strategia che pianifico dipende anche dalle aspettative che credo abbiano altre persone nei confronti delle mie risposte. Tutte queste cose non le si può disgiungere così facilmente come pensi di fare tu.
Un saluto.
Ultima modifica di Char_Lie : 19-09-2008 alle ore 09.14.44
Char_lie scriva: "Ad esempio se una persona ha scelto di studiare psicologia anche perché ha un certo disturbo, non so fino a che punto le sia utile renderlo noto ad un interlocutore che può decidere di impedirle di frequentare una scuola di specializzazione."
Questo tuo modo di affrontare la questione parte da una premessa non dichiarata: che la presenza o l'assenza di un "disturbo" (che, a sua volta, viene ritenuta da un soggetto essere la motivazione che l'ha condotto allo studio ed alla pratica della psicologia) possa essere criterio di esclusione o inclusione.
Ma questa premessa non tiene conto del fatto che la domanda può venire posta anche per altri motivi. Tra i quali quello di comprendere come, dato l'interlocutore cui viene posta, sia possibile ottenere il risultato migliore in termini di formazione.
Cioè: "Se questo candidato è schizoide, quale sarà il percorso formativo ottimale, all'interno della mia scuola, per consentirgli di diventare un buon terapeuta? In quale contesto sarà preferibile inserirlo? All'interno di quale struttura di gruppo? Quali insegnanti sono più in grado di lavorare con questa persona?"
Poi, puoi anche dirmi che la pensi in modo differente, non è un problema. Ma dare per scontato che l'altro ia sempre e soltanto un giudice con la mannaia non mi sembra porti a grandi risultati. Secondo me, ovvio.
Bona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
In questo particolare caso il colloquio serve in parte per giudicare l'idoneità o meno del candidato (non credo sia tanto irragionevole supporlo). Visto che è un colloquio preliminare le tue motivazioni riguardo a questa domanda (quella riguardo insomma alle motivazioni del candidato) le trovo poco plausibili per il semplice fatto che tutto questo lo si può decidere anche dopo.Originalmente inviato da willy61
Se l'esaminatore deve parlare con tante persone secondo te può mettersi a perdere tempo su aspetti riguardo ai quali si può discutere in seguito?
Stiamo parlando di un colloquio di ammissione, e non di un colloquio che serve ad individuare le attitudini di una persona per inserirla in questo o quel gruppo.
Non ho detto da nessuna parte che l'altro in ogni caso e situazione sia un giudice con la mannaia, che tra l'altro deve avere a disposizione una qualche mannaia nei nostri confronti.
Comunque almeno adesso hai iniziato a chiederti anche tu quali sono i motivi della domanda che viene posta come vedi, ed a fare anche ipotesi tue. Io avevo scritto infatti:
Insomma le informazioni che diamo al nostro interlocutore in che modo verranno usate? Nel cercare di dare una "buona risposta" non possiamo non tener conto di tutto questo, altrimenti una risposta risulta equivalente ad un'altra se non abbiamo nemmeno vagamente in mente i motivi che spingono l'esaminatore a chiederci una cosa del genere. Se sono veri i tuoi motivi potremmo anche parlargli del nostro disturbo ma se le cose non stessero così? Bisogna pur ragionarci un po' su, non credi?Io a questo punto direi di cercare di capire perché in una scuola di specializzazione viene posta una domanda del genere, cosa gli interessa davvero sapere?
Idoneità del candidato? Plausibile, ma - a mio parere - parziale.
Parziale perché questa tua ipotesi prende in considerazione solamente una parte, un lato della relazione, una delle due persone presenti.
Ma un colloquio, anche un colloquio di selezione, è un'interazione tra due persone. Ognuna delle quali ha degli obiettivi, delle motivazioni e un cervello per ragionare.
Quindi, serve in parte per valutare il candidato ma, per l'altra parte, per valutare la scuola. O il candidato è un incapace? Non può essere che, a seconda delle domande che ti vengono poste, e delle reazioni che il valutatore ha di fronte alle tue risposte, tu possa modificare la tua valutazione iniziale della scuola? Modificarla sia in senso positivo (sì, questa è la scuola che fa per me) sia in senso negativo (no, probabilmente mi ero sbagliato. Non entrerei mai in una scuola che mi metta di fronte a domande di questo genere).
Voglio dire che qui non abbiamo a che fare con una parte che è in posizione di potere rispetto ad un'altra. Abbiamo a che fare con due soggetti che si incontrano. Ognuno dei due valuta l'altro, ognuno dei due assume, alla fine, delle decisioni in base a quel che è accaduto.
Il fatto che tu le trovi molto o poco plausibili non implica che non siano verosimili.
Quanto al fatto che tu trovi "una perdita di tempo" il ragionare su questi aspetti, ti faccio solo presente che ammettere una persona ad una scuola di specializzazione significa esattamente "individuare le attitudini di una persona per inserirla in questo o quel gruppo.", dato che la formazione avviene in gruppo, non in modo individuale. Di conseguenza, la fase di valutazione dei candidati è anche la fase di formazione del gruppo di lavoro.
....
Credo, Char_Lie, che esista una differenza tra il dubbio come metodo e il dubbio sistematico. Credo anche che non sia possibile "tenere conto di tutto", anzi, ritengo non sia nemmeno desiderabile. A forza di ragionare su come si fa a muovere i piedi in modo sincrono anche un essere umano (per non parlare di un millepiedi) smette di essere capace di camminare.
Dal mio punto di vista, tutte queste riflessioni, dubbi, contorcimenti sul "cosa può pensare l'altro di quel che gli risponderò", hanno un loro senso se restiamo su un piano puramente cognitivo. Dato però che, dal mio personale punto di vista, il lavoro psicoterapeutico è un lavoro che si effettua in prevalenza su aspetti non coscienti, affettivi, corporei, focalizzarsi eccessivamente su questo piano non serve. Né a "curare", né a "imparare a curare".
Buona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
Mi permetto di aggiungere una considerazione.
Vorrei chiedere a Charl_lie se non gli sembra un po' azzardato esprimersi su un ambito di cui, a quanto risulta, non sa nulla.
Il ruolo di chi fa i colloqui per l'ammissione dei candidati alla specializzazione è, a mio parere, molto delicato - a meno che non prevalgano solo logiche economiche, burocratiche, numeriche - perchè il tema centrale è l'ammissione ad un percorso che implica la responsabilità di curare altri.
D'altra parte anche il candidato dovrebbe entrare in contatto con questo tema e non ragionare unicamente nell'ottica di "passare" ad un esame.
Poi ci sono diversi modi di gestire i colloqui da parte di persone che dovrebbero avere una specifica preparazione per valutare i candidati, nel merito dei quali non entro.
Saluti
gieko
Visto gieko che ne sai più di altri perché non chiarisci tu a cosa serve chiedere una cosa del genere ad un candidato per una scuola di specializzazione?
E' in base a questi motivi che spingono gli esaminatori a fare questa domanda che bisognerebbe formulare una risposta. Se non si parte da questo come si può dare una risposta al problema posto inizialmente?
Un qualsiasi consiglio sulla risposta da dare viene dato rispetto a quale risultato? Se non si vuole ottenere nulla, l'ho già detto, qualsiasi risposta si preferisca dare in quel momento va bene, dal "non sono affari suoi" a quella sull'empatia oppure ancora altro.
Io vorrei sapere per quale motivo si chiedono queste cose, ed ho supposto che in base alle risposte, ed anche ovviamente a come le si danno, si valuti l'idoneità o meno del candidato (insomma si danno più o meno punti rispetto alla valutazione finale)... Le cose non stanno così? No... Sì... Se la risposta è No, come si crede che stiano?
Se non stanno così come ho supposto, perché si fanno queste domande all'interno di questo tipo di colloqui?
Cercare di dare una risposta plausibile a questa domanda insomma gieko per te non è di alcuna importanza?
Ultima modifica di Char_Lie : 19-09-2008 alle ore 14.04.13
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
Penso che il colloquio per l'ammissione ad una specializzazione in psicoterapia, possa essere affrontato con due modalità principali.
La prima è ritenerlo un colloquio valutativo basato su criteri formali, come votazioni, esperienze, master, attestati. Il candidato risponderà di conseguenza, cercando di mettersi nella prospettiva più favorevole possibile.
La seconda è impostare il colloquio come una valutazione delle caratteristiche personali del candidato, della sua motivazione, della sua capacità di mettersi in discussione e di prendere contatto con le proprie parti sofferenti senza difendersene eccessivamente. In questo caso non ci sono risposte giuste o sbagliate, ma viene richiesta spontaneità per valutare le motivazioni di una scelta particolare e di responsabilità come quella di fare lo psicoterapeuta. Sottolineo che, almeno nella mia esperienza personale, questa valutazione può essere compiuta da entrambe le parti - come diceva willy poco sopra - perchè può rappresentare anche per il candidato un momento di riflessione importante sul proprio futuro professionale (anche se, per chi la fa, c'è la terapia personale per sviscerare approfonditamente le motivazioni).
Saluti
gieko
Da alcune mie esperienze, una in particolare, ne ho dedotto che il tipo di colloquio non era rappresentativo della scuola stessa(scuola seria e rinomata, peraltro, da più fonti) ma era solo il prodotto di una mente infantile, cioè la persona che me lo fa fatto, che evidentemente aveva dato la sua disponibilità a fare i colloqui, in assenza di qualcun'altro, prima di andare dalla parrucchiera!