A Lucio Regazzo, Rosa di maggio, Willi e Ikaro.
La comorbidità è un assunto essenziale in medicina, è grazie al riferimento ad essa che siamo in grado di effettuare diagnosi di malattie quali il diabete, l’ HIV ed altre che, pur presentando sintomi eterogenei, hanno cause concomitanti.
Ma quando ci spostiamo in ambito psicologico, nessuno sembra chiedersi se la trasposizione del concetto di comorbidità sia giustificata. Quando le scienze psicologiche stavano nascendo, le conoscenze erano scarse e come un neonato si procedeva a gattoni, sembrò opportuno il tentativo dell’ American Psychiatric Association di costituire un linguaggio comune ed internazionale con la pubblicazione del DSM. Questò portò però ad una proliferazione di disturbi, patologie e disagi. E soprattutto , portò ad una necessità sempre più pervasiva di giustificare i disturbi che presentavano caratteristiche intermedie attraverso la definizione di “comorbidità”.
Oggi che le scienze psicologiche si stanno evolvendo ad alti ritmi, è tempo di domandarsi se continuare ad utilizzare il termine “comorbidità” non reifichi una terminologia medica sottesa al DSM IV e che ormai rischia di diventare un serio ostacolo nella comprensione dei disagi psichici: la definizione descrittiva delle patologie nel DSM rischia infatti di limitare le più complesse, complete e preziose spiegazioni psicologiche in termini di processi modificabili ed esperienze correggibili.
In altri termini, è la “comorbidità” un’ ipotesi scientifica? O è una premessa ingiustificata?
Uno dei principali pregi che a suo tempo portarono all’ adozione del DSM IV fu la sua natura sostanzialmente ateoretica: in un periodo in cui spiegazioni e teorie psicologiche lottavano per la supremazia, fu certamente un ottimale soluzione temporanea l’adozione di una terminologia psichiatrica che si limitava alla descrizione dei disagi e a qualche grossolana spiegazione biologista.
Ma oggi che le spiegazioni psicologiche tentano di fornire definizioni processuali dei disagi psichici sempre meno frammentate, più integrate e capaci di tenere in considerazione la quasi totalità degli aspetti individuali e sistemici, il pregio del DSM diventa un ostacolo insormontabile: esprimere un processo in termini di nomenclatura ha portato infatti all’ utilizzo sempre più indiscriminato del concetto di comorbidità, nel tentativo di far rientrare i diversi gradi che caratterizzano i processi come semplici commistioni di caratteristiche dei diversi disagi.
La necessità di riconsiderare la validità epistemologica del concetto di “comorbidità” è legata non solo all’ evidente incapacità di tale costrutto di rendere conto della definizione di disagio come processo e di evitare la reificazione di stati temporanei, ma deriva anche dall’ impossibilità di tenere in considerazione la dimensione cibernetica del disagio psicologico.
Infatti il linguaggio medico sottostante la definizione di comorbidità oscura gli aspetti sociali, ambientali ed evolutivi del disagio riferendosi agli aspetti biologici –tutt ’ altro che dimostrati- e creando cosi a sua volta un ingiustificata premessa per il trattamento farmacologico.
In secondo luogo, anche ammessa l’esistenza della comorbidità, non esiste a mio avviso alcuno studio che fornisca delle chiare indicazioni sui trattamenti delle condizioni in cui sia chiaramente presente una condizione di comorbidità.. ovverosia, deve essere trattata come una semplice somma di due o più disturbi o deve essere trattata come qualcosa di diverso? In altre parole, al di la dell’ esperienza clinica, non esiste una indicazione chiara, precisa, ma soprattutto universale rigauardo al fatto se il trattamento deve essere una semplice somma dei trattamenti per i singoli disturbi o qualcosa di diverso. Come ho sottolineato nel precedente thread, la scienza deve procedere per gradi…
Infine, ricordo che oggi la ricerca in psicoterapia sta ampliando enormemente il campo di applicazione, ed è arrivata a coinvolgere ambiti in cui non si pone il problema della comorbidità psicologica: disagi tipici della medicina generale: mal di testa, dolore cronico ecc.. tutti ambiti appartenenti alla cosiddetta medicina comportamentale.
Per quanto riguarda l’ importanza dei criteri dell’ APA, sottolineo come io non ritenga i criteri dell’ AP superiori a qualsiasi altro criterio definito e specificato. In questo senso, credo che per essere utilizzabile una qualsiasi forma di trattamento debba essere replicabile secondo gli assunti specificati per lo svilkuppo del trattamento stesso. In questo senso, gli assunti di un paradigma delimitano il campo di ricerca nel quale è possibile replicabile alcuni procedimenti tecnici: senza la specificazione degli assunti, tali procedimenti tecnici perdono di rilevanza. Nonostante questo assunto potrebbe dar luogo ad ulteriori discussioni, sottolineo che la psicoterapia, cosi come la magi, è innanzitutto culturale: pichè la nostra cultura pone la replicabiulità come assunto base per l’ utilizzabilità, è necessario che la psicoterpi, per essere utilizzata, debb esserereplicabilil.
Chiusa questa parentesi, sottolineo come io non sia in alcun modo a favore esclusivamente degli assunti e presupposti degli EST, bensi a fovare della definizione di assutni che possano guidare e definire la ricecain maniera chiara e replicabile. A titolo di esempio, riporto il paradigma e gli assunti proposti nell’ ambito della Terapia Breve Strategica da Nardone e i suoi collaboratori:
Morrison et al. hanno indicato due possibilità complementari in cui la ricerca clinica può
essere condotta: “tramite un inizio con trials clinici sull’efficacia si può giungere a testare
trattamenti con promettenti risultati in laboratorio usando più ampi campioni di pazienti;
oppure iniziando con la pratica clinica quotidiana, esaminando modelli di covariazione tra
specifiche forme di intervento e risultati ai vari follow-up, organizzati tenendo conto di una
sensatezza clinica, con diversi ed “ecologicamente validi” campioni, usando tali dati per
generare prototipi di trattamento che possono essere utilizzati per guidare la prossima
generazione di studi sperimentali” (p. 109, Morrison et al., 2003).
Un’altra possibilità è il passaggio dalle pratiche evidence-based alle evidenze practicebased
evidences (Margison, Barkham, Evans, & al., 2000) esaminando gli esiti della
psicoterapia in contesti naturali con trattamenti di durata variabile condotti con più
flessibilità, permettendo al terapeuta di esercitare una maggiore influenza clinica ed un
ruolo attivo” (Margison et al., 2000). Le misurazioni degli esiti dovrebbero tenere in
considerazione non solo la riduzione del sintomo, ma anche i “costrutti come il
funzionamento, le disabilità e la qualità della vita”.
Un’altra possibile via d’uscita dal dibattito è rappresentata dalla valutazione
dell’efficacia e dell’efficienza dello stesso approccio-trattamento nelle mani di differenti
terapeuti. In accordo con Starcevic (2003), una possibilità di adempiere a tale possibilità
potrebbe essere “la valutazione della performance del terapeuta sia dal punto di vista del
paziente che del terapeuta” (p. 280, Starcevic, 2003).
La validità clinica della ricerca è stata fortemente compromessa dalla
“medicalizzazione della ricerca sugli esiti, l’uso dell’assegnazione randomizzata dei
pazienti senza tenere in considerazione l’appropriatezza del trattamento, un numero fissato
di sedute terapeutiche, la natura dei manuali di terapia e l’uso di terapie pure da un punto di
vista teorico” (p. 143, M. Goldfried & Wolfe, 1998). Così da un lato “la ricerca sugli esiti è
divenuta trials clinici” ed “i problemi sulla definizione degli obiettivi in terapia sono stati
sostituiti dalle diagnosi DSM” (p. 144, M. Goldfried & Wolfe, 1998); dall’altro lato una
estrema posizione “negoziatoria” e generalista secondo cui “tutto funziona con la stesssa
efficacia” potrebbe interrompere lo sviluppo della ricerca clinica (con ovvie ripercussioni
sulla pratica).
Nel campo della ricerca attualmente caratterizzato dall’attenzione all’efficacia ed alla
validità interna, “la sfida per la ricerca sull’efficienza … consiste nell’aggiungere la
componente di validità esterna preservando comunque ancora la validità interna” (p. 144,
M. Goldfried & Wolfe, 1998). Dobbiamo anche ricordare la lezione di Brunswik (1952): i
disegni sistematici sono quelli che hanno come primo loro vincolo rigorosi controlli
sperimentali, mentre i disegni rappresentativi più accuratamente campionano l’universo a
cui ciascun vuole generalizzare i propri risultati.
Secondo noi la psicoterapia potrebbe e dovrebbe offrire una alternativa al modello
medico e “riduzionista” ed alla prospettiva “diplomatica” dei fattori comuni per la
valutazione dei servizi clinici. La nostra proposta consiste nell’utilizzare solo trattamenti
attivi (“attivo” vs “attivo” e non “attivo” vs “control”) usando differenti tipologie di
valutazione in accordo con ciascun approccio (non solo test di stampo cognitivocomportmentale
o “autoriferiti”, ma anche audio e videoregistrazioni delle sedute).
L’efficacia e l’efficienza, (in particolare il numero di sessioni dell’iter terapeutico
completo) devono essere valutate non evitando di raccogliere anche i preziosi dati del
follow-up.
Proponiamo dunque di tornare ad un approccio clinicamente ed ecologicamente valido
nella ricerca in psicoterapia, dove alcuni pazienti (con la stessa diagnosi da DSM) possano
seguire differenti trattamenti “attivi” (senza controllo, placebo o procedure con liste di
attesa), con la misurazione dei differenti miglioramenti utilizzando non solo i test
tradizionali (troppo spesso basati sulla CBT), ma anche la cosiddetta “tecnica della scala”
(de Jong & Berg, 2001; Nardone, 1996; Nardone & Watzlawick, 1993, 2004) per rilevare la
soddisfazione congiunta tra terapeuta e paziente relativamente ai risultati terapeutici.
Questa tecnica è molto semplice da gestire e consiste nel dare una valutazione numerica
alla situazione del paziente. Ciò può trasmetterci dati chiari circa le convergenti o
divergenti opinioni relative alla psicoterapia dai punti di vista del cliente e del
professionista clinico (Nardone, 1996; Nardone & Watzlawick, 1993, 2004
Rivista Europea di Terapia Breve Strategica e Sistemica N. 1 - 2004
Arezzo, 2004 - 230 -
È chiaro quindi come la proposta dell’ APA non sia l’unica proposta percorribile. Esistono epistemologie e paradigmi differenti, basati sulla cibernetica, la sistemica, la circolarità, il costruttivismo, la complessità che comunque definiscono progetti di ricerca altamente specificati.
Quanto alla psicoanalisi, ritengo che presenti un approccio eccessivamente ermeneutico e privo di presupposti, tanto che famosi psicoanalisti (ad esempio greenberg, contemporaneo) hanno sottolineato come la scienza e la psicoanalisi siano due avventure completamente differenti.
Quanto alla terapia strategica, per capirne realmente l’ efficacia bisogna comprenderne e condividerne l’ epistemologia costruttivista.
Infine ricordo che l’EBM è differente dagli EST.. ogni terapia validata – indipendentemente dal fatto che i criteri di validazione siano quelli utilizzati per gli EST. Rientra negli EBM. Quanto all’ APA, ricordo che la stesura degli EST è stata una importantissima mossa contro la psicofarmacologia ed era un passo necessario per la diffusione della psicoterapia nei sistemi sanitari. Nessuno esclude che possano svilupparsi nuovi criteri in seno all’ APA stessa.
Saluti







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