Guarda, Rosa, io sono alquanto "sconfortato" dalla situazione. E, probabilmente, non riesco a farmi capire bene.
Sì, ci sono le pressioni delle case farmaceutiche, ci sono gli interessi di cattedra e di istituzione. Credo però che al fondo ci sia, soprattutto, uno scollamento totale tra mondo della ricerca scientifica e mondo della decisione politica. Chi decide su come finanziare la ricerca, di ricerca - spesso - non sa nulla e non l'ha mai praticata. Quando lo sa, quel che sa l'ha imparato alle dipendenze delle industrie e del sistema economico-finanziario. Col bel risultato che chi ha scritto il DSM l'ha fatto, molte volte, tenendo in debito conto l'interesse dell'industria che lo finanziava piuttosto che altro. (
Integrity in Science Watch Week of 05/05/2008 Newsroom News from CSPI)
Ora, mi pare la questione stia soprattutto in questo:
a) non esiste separazione tra chi fa ricerca scientifica e chi fa ricerca industriale.
b) quando ce n'è un minimo, di questa separazione, il personale politico preferisce ascoltare i dati che provengono dal versante industriale. Ed è pure comprensibile (
L?informazione medica non sempre è corretta)
c) Noi psicologi e psicoterapeuti che facciamo di fronte a tutto questo? Quasi nulla. Ci perdiamo in discussioni infinite su chi sia più "psicodinamico" o più "cognitivo", o su quale sia la definizione corretta dell' "incoscio freudiano". Nel frattempo dimentichiamo di fare quel che altri fanno benissimo ogni giorno: fare lobbying e farla bene. Pubblicare, discutere, divulgare i risultati, fare fronte comune per ottenere spazi, visibilità e potere.
Tutto qui (per ora)
Buona vita
Guglielmo