
Originalmente inviato da
ghost attack
oddio, lo psicologo non è uno psicodiagnosta che "appiccica etichette", che interviene sulle patologie, che vuole "raddrizzare" le persone e riportarle alla "normalità", dove avete appreso questa concezione?
L'ho appresa attraverso letture personali, studi universitari, esperienze personali.
E' aberrante. Anzi, lo psicologo non fa affatto interventi ortopedico-riparativi (cit. Carli), gli obiettivi dei suoi interventi sono più ampi,
Mah. Mi sembrano giri di parole.
includono anche la promozione del benesse
Qui iniziamo ad esserci. Che cos'è mai questo benessere? Lo psicologo crea un concetto di benessere "ad personam"? O è solamente una diminuzione della sofferenza, e allora torniamo al discorso terapeutico e (come tu lo hai chiamato) "ortopedico-riparativo", che mi sembra volessi rifiutare?
Cosa diamine è questo benessere di cui si parla così tanto agevolmente? La psicologia clinica mi fornisce una risposta? Sa cosa bisogna fare per ben-essere?
non si limitano alla cura del malessere. Ma perché in tutte le scuole di counseling, coaching e altre amenità, gira questa fandonia?
Io non ho MAI frequentato alcuna scuola nè corso che abbia a che fare con quanto tu abbia citato. La fandonia che gira la si cerchi dunque altrove.
Anche la psicologia si "muove su un piano non riduzionista",
Qualora lo facesse, e arrivasse ad abolire completamente ogni dualismo (terapeuta/paziente, salute/malattia ecc.), perderebbe completamente ogni statuto scientifico e non sarebbe più accademicamente credibile, almeno più di quanto lo siano le stregonerie dei popoli non occidentalizzati considerati ad esempio da Levi-Strauss. Con Lacan arriviamo pericolosamente vicini a questo, cosa di cui non posso che felicitarmi.
come dite voi. Lo psicologo non è come quello delle barzellette o dei film americani
Non so a chi fosse indirizzato il "voi". Comunque non saprei, in effetti qualche somiglianza comincio a trovarcela.
In ogni caso ciò che può fare la pratica filosofica è secondo me (ad esempio) il diffondere politicamente (cioè tra la gente) la rifelssione sul significato (o il non significato) della morte e della sofferenza in quanto eventi ineluttabili della vita. Provare a pensare alla morte e al dolore come eventi necessari e costitutivi della vita umana, davanti a cui non c'è via di fuga. Ci può essere solo una lucida accettazione. Non ci sono modelli da seguire, o mode da inventare. Qualcuno ha paragonato il ruolo della pratica filosofica alla rinascita civile del pensare tragico ( che si fonda sull'accettazione delle contraddizioni e del dolore senza scuse, idoli o posticipazioni) in contrasto con l'escatologia delle promesse e della salute (non oggi, forse domani, dopodomani sicuramente) della vita dopo la morte, della salvezza che caratterizzano il tronco giudaico della storia europea e sul cui piano metafisico si innesterebbe senza neanche troppi rivestimenti la psicoanalisi.
Io mi astengo dal giudizio, cerco solo di mettere alcuni puntini sulle "i".
ciao