
Originalmente inviato da
sergio.def
Su quanto dici ho veramente poco da aggiungere, trovandomi d'accordo sulla quasi totalità delle cose che, con cognizione e buone argomentazioni, rilevi.
La mia è, più che una difesa ad oltranza della professione cui appartengo, l'espressione di un duplice timore che credo - purtroppo - fondato:
1. che, proprio per le resistenze di cui parli a rivolgersi ad un'operatore "psi" da parte della persona con disagio psichico, esiste a mio parere il rischio che quest'ultimo intenda "modificare" la propria domanda, rivolgendosi ad un diverso tipo di consulenza e rendendo - a torto e con i rischi connessi - il proprio disagio di carattere "esistenziale" (termine su cui poi ci sarebbe da confrontarsi)
2. - connesso al precedente - che il counselor filosofico, senza adeguata preparazione piscopatologica (non per suo demerito, intendiamoci, ma per diversa formazione), non abbia gli strumenti per riconoscere ed affrontare la sofferenza del suo utente, "trattenendolo" involontariamente e suo malgrado (non è infatti messa in discussione la buona fede) in un percorso che, quando non è dannoso, potrebbe comunque risultare poco utile ai fini della - reale - domanda del paziente.
Quanto al mio rispetto e fascino nei confronti delle discipline filosofiche (nel senso etimologico di tale termine) che, come giustamente fai notare rendono intrigante il "pensare" e ci rendono "liberi", il fatto che quest'anno stessi per iscrivermi ad un secondo corso di laurea in Filosofia, spero la dica lunga (ho poi desistito per "canalizzare" meglio le mie energie nella formazione inerente la mia professione.. magari solo per il momento)
Saluti,
S.