Un corso di laurea in filosofia non fa acquisire 'competenze' nel senso condiviso del termine:il filosofo è propriamente colui che 'non deve sapere nulla' nell'ordine del sapere tecnico e tuttavia e qui che scatta la molla decisiva. Parlo per me così se dovete lapidare qualcuno: pur avendo sempre avuto una tensione alla conoscenza intesa come 'universo di strumenti' non posso dire di essere biologo,programmatore,fisico ma questa 'carenza' diventa la possibilità affinche io possa esprimermi nel merito delle questioni tecniche senza il timore di dire qualcosa di 'non funzionale' a quel tipo di sapere.Proprio perchè sono filosofo (e questo non è detto che equivalga a 'laureato in filosofia' tanto per ribadire l'irripetibilità di una vicenda personale ma comunque implica lo studio specifico di discipline e testi) e conosco la genesi e lo sviluppo delle discipline,la genesi e lo sviluppo dei concetti,la genesi e lo sviluppo delle visioni del mondo senza sapere qualcosa di decisivo ad un livello più strettamente 'operativo' ho il 'dovere' (se considero la mia una professione spendibile in qualche modo) di esprimermi rispetto a tutte le realtà umane possibili:mi piace parlare con neurologi,psicoanalisti,letterati e far sempre notare una possibilità che loro,proprio perchè più strettamente legati ad un sapere,non contemplano o nel peggiore dei casi non vogliono contemplare...è quella 'possibilità' propriamente filosofica che, se vogliamo, diventa una pratica,un metodo,una circumnavigazione del sapere che non ha 'pretese' (perchè non è un dire scientifico) ma ha il potere di insinuare il dubbio,di dislocare lo sguardo,di destabilizzare...Questo ancora una volta per chiarire la posizione della filosofia riguardo ad ogni possibile ambito:ribadisco ancora una volta che,se intesa in questo modo,la questione del counseling filosofico assume contorni netti...quasi nessun insegnante nella scuola di counseling che ho ora in mente è solo filosofo:si tratta di psicoterapeuti,psichiatri,psicoanalisti che evidentemente hanno fatto proprio un itinerario complesso;fra le materie che si studiano nell'arco dei tre anni ve ne sono molte cha hanno a che fare con specifiche competenze proprio perchè un minimo di sapere è necessario per tracciare linee chiare di confine al minimo dubbio: c'è una tendenza alla ruminazione depressiva?Bene,mi serve l'aiuto di un bravo psicodiagnosta...emerge un quadro tendenzialmente patologico?Mi serve l'aiuto di uno psicoterapeuta...la situazione precipita con l'inizio della terapia per cui si rende necessario un supporto farmacologico?Lo psichiatra consiglia un paio di lorazepam al giorno...vediamo cosa succede...
Bisogna poi tener presente come dice sergio (con il quale mi trovo d'accordo) che in fin dei conti ciò che fa la differenza è quel percorso personale che per forza di cose 'ci mette in discussione' perchè 'ci mette in relazione' ed è qui che possiamo a ragione rintracciare l'inizio di un cammino veramente 'personale' e quindi 'libero' e,a partire da lì,iniziare a dispiegare lo sguardo verso un orizzonte che non è mai troppo chiaro per poter dire con certezza 'questo si,questo no'...
Saluti,
Luigi
Blog: Spazio di Psicoanalisi
Blog: Spazio di Psicoanalisi
A gran parte delle cose che hai detto non aggiungo altro.. anche perchè, non essendo capace di esprimermi altrettanto bene in merito, rischierei di fraintendere e "snaturare" il tuo pensiero, che di per sè mi pare interessante in quanto tale.
Solo una cosa: la dicotomia (questo sì, questo no) che certamente si evince anche dai miei interventi è esclusivamente funzionale a quanto mi preme sottolineare, soprattutto nei confronti di chi (come oscarmoreno) troppo spesso mi fa sorgere il dubbio di non aver chiaro l'ambito applicativo della filosofia in contesti psicologici/sanitari o che comunque riguardano la sofferenza psichica delle persone.
E' questo un atteggiamento che intendo - per quanto mi è possibile -combattere, non tanto in quanto tale, ma in quanto foriero di confusione presso chi, legittimamente profano, si accosta ad effettuare una richiesta di aiuto. E' lui il soggetto da tutelare, non lo psicoterapeuta che, se capace, lo farà bene da sè.
La provocatoria "minaccia" di segnalazione all'Ordine dell'illegittimità di eventuali interventi non coerenti con le proprie competenze (oscar ha, in qualche post fa, fatto esplicito riferimento all "cura" per intenderci) nasceva unicamente da tale intento.
Quanto poi al mio modo di intendere la professione, proverò a rendere citandoti un'emblematica frase di una psicoterapeuta psicoanalitica che ho conosciuto e stimato.
Nell'ultimo convegno in cui ebbi il piacere di sentirla parlare, ella - congedandosi dalla professione - "socraticamente" disse "in oltre trent'anni di esercizio della professione una sola cosa di sicuro ho capito: che NON LO SO".
Ebbene tale umiltà e onestà intellettuale rappresenta per me una "stella polare" che spero possa guidarmi nella pratica professionale.
Ciò per far intendere, pertanto, che non è ASSOLUTAMENTE mia intenzione essere rigido nel confronto con altre figure professionale, nè presuntuoso circa le MIE competenze (ancora ampiamente in fieri), nè tantomeno "compiuto" circa le mie opinioni in merito, che sapranno - e me lo auguro davvero - seguire molte altre strade, che oggi magari neanche sospetto.
Ma adesso davvero..
buona notte.
S.
Ultima modifica di sergio.def : 03-11-2008 alle ore 04.14.27
Sergio
Sergio
A parte l'atteggiamento neanche tanto velatamente minaccioso, credo proprio fuori tema visto che e' una discussione e non una spartizione di clienti, vorrei ribadire quanto scritto precedentemente.LA DISCRIMINANTE NON E' L'OGGETTO DELL'INTERVENTO (patologia o salute) DEL COUNSELING O DELLA PSICOTERAPIA, BENSì IL METODO E GLI OBIETTIVI DELL'UNO E DELL'ALTRA.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro..
..o dobbiamo ricordarci che esistono le denuncie all'Ordine per esercizio abusivo della professione?
Il termine "cura", da un punto di vista etimologico, rimanda ad un insieme di significati, come "riscaldare il cuore", per esempio, o piu' ordinariamente, come osservare, guardare, conoscere, curiosare, ascoltare. Ma ancora: sollecitudine, diligenza, vigilanza ed assistenza.
In questo senso io l'ho usato e continuero' ad usarlo, distinguendone il significato dalla prescrizione medica di farmaci o dalla somministrazione di non so quali tecniche psicologiche.
Per cio' che riguarda il sapere filosofico: esso e' appannaggio di tutte le discipline scientifiche ed umanistiche, e di conseguenza mediche. Basta avvalersene.
E' proprio il sapere filosofico che distingue il tecnico dal professionista, e non e' una esclusivita' del filosofo laureato, come mi sembra sostenesse anche Luigi.
Poi e' ovvio, mi pare, che l'opinione che si presenta risenta del prorpio iter esperenziale.
Io provengo dal campo sanitario, dove le distinzioni di ruoli e' tanto chiaro quanto lo e' nell'esercito. Per cui so bene dove sta una competenza e dove ne sta un' altra.
Strumenti di indagine psicologica sono appannaggio di molte figure professionali, come ho gia' detto precedentemente. E vengono usate regolarmente ogni giorno in ogni settore sanitario e sociale.
La stessa analisi transazionale, nel mondo anglosassone, viete utilizzata da una gran parte di operatori, e nessuno parla di abusi di professione.
Se poi questi operatori hanno o meno anche un retroterra filosofico, non lo so, e non mi interessa saperlo.
Mi interessa invece vedere i risultati nella pratica giornaliera, misurabili in soddisfazione del paziente, in congruita' degli interventi, in dinamiche relazionali costruttive, in aiuto psicologico e sostegno al paziente di ogni ordine e grado, perche' il canceroso o il malato terminale di SIDA sono depressi, scoraggiati, senza speranza, con comportamenti nevrotici, compulsivi, a volte psicotici.
Ma cio' non toglie che si domandino ancora a che cosa e' servita la loro vita, che cosa lasceranno di se, e perche' sono vissuti.
Se e' uno psicologo a rispondere alle loro domande, ben venga, se e' un infermiere, un assistente sociale o un volontario preparato, il prete o un filosofo, pure.
Io vorrei soltanto che una persona sofferente avesse cio' che cerca, ordine degli psicologi permettendo.
Se posso, mi inserisco, per una domanda/provocazione. Che è rivolta a tutti, compreso me, compresi noi psicologi.
Chi ha mai detto che debba esistere una risposta, alla domanda di senso?
E, il percorso che si propone in counselling filosofico, è rivolto a scoprire la risposta, a fornire la risposta, oa a chiedersi se esista una risposta?
Inoltre, se una persona sofferente cerca un senso, lo cerca per cercarlo, per trovarlo, per consolarsi...? Ed è giusto che lo cerchi? O che noi la invitiamo a cercarlo?
Buona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
Blog: Spazio di Psicoanalisi
L'atteggiamento che hai giustamente rilevato quale minaccioso - come ho avuto poi modo di precisare in un successivo post - voleva essere provocatorio, e intendere sottolineare gli aspetti di legittimita di determinati interventi che io reputo clinici in senso stretto.
Del resto, anche volendo, non potrei segnalare il TUO operato, non sapendo nè tu chi sia, nè avendo mai potuto accertarmi di come la tua professionalità si esprima.
Quanto alla "spartizione di clienti" faccio orecchie da mercante.. che è meglio.
A me non è sembrato che intendessi usarlo in questi termini quando scrivevi (SEMPRE PAROLE TUE, COSì NON MI SI PUò TACCIARE DI MANIPOLAZIONE):
Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
Se cosi fosse il disagio sarebbe CURATO a valle, cioe' nell'integrazione dell'essere nel mondo, facendo leva sulle capacita' dell'Adulto [adulto nel senso analitico-transazionale]di affrontare i problemi con un metodo logico, razionale e retorico.
Quanto al resto che hai scritto ho inserito i miei commenti alla citazione del tuo intervento..
..comunque sembra assodato che intendiamo la questione in modo differente (anche se non necessariamente diametralmente opposto), e io non posso ripetermi all'infinito, anche per non tediare gli altri partecipanti di questo 3d.
Spero solo vorrai considerare le mie argomentazioni - espresse spesso con precisa volontà di scontro dialettico con te - quali utili spunti di riflessione anche per il tuo "pensiero" in proposito.. io, prometto, farò lo stesso con le tue, e quelle degli altri.
Un saluto,
Sergio
Ultima modifica di sergio.def : 03-11-2008 alle ore 13.28.53
Sergio
Ultima modifica di sergio.def : 03-11-2008 alle ore 13.03.33
Sergio
Mi scuso in anticipo, ma non ho tempo per riuscire a seguire tutta la discussione. Tuttavia dagli ultimi post deduco la valenza di "ricerca esistenziale" che viene attribuita al counseling filosofico. Trovo molto centrate le domande di willy, che secondo me rimandano alla natura, al senso ed al livello della domanda di aiuto, e personalmente ho delle ipotesi rispetto a queste questioni.
La chiave secondo cui mi pare venga concepito il counseling va molto in direzione di un contributo che non tocca quelle che sono le questioni profonde della sofferenza, o, che le tocca solo in parte. Dico questo perchè la clinica è fatta nella mia ottica dall'incontro intenso e profondo tra due soggetti, dalla "realtà" che si crea tra persone, e non dall'offrire teorie e punti di vista (siano essi basati sull'opinione dell'uomo della strada, della religione o della filosofia) da parte di uno che "sa" ad uno che "non sa". Le teorie sono importanti, ma è anche bene che, una volta illumitato il cammino, lascino il posto a ciò che succede minuto per minuto in una seduta. E questo è il luogo dell'incertezza assoluta, di ciò che non sarà mai coglibile da libri, articoli, teorie...
Ecco perchè credo che in ogni situazione chi vuole cercare un senso debba essere rispettato nel poterlo trovare in autonomia, aiutato in un'ottica specialistica e professionale qualora lo richieda, ad aprirsi una strada verso il proprio senso. Altrimenti va rispettata la scelta di un sostegno non specifico (amici, parenti, prete...) che però, giustamente, non chiede soldi. Insomma: se si interviene lo si fa su richiesta e con strumenti di competenza di figure formate allo scopo (leggi psicoterapeuti), se no penso che non ci sia molto senso alla partecipazione di figure di aiuto pagate.
Saluti
Ultima modifica di gieko : 03-11-2008 alle ore 16.22.40
gieko
Cerco di rispondere con una breve indagine...
Se intendiamo il 'senso' alla stregua di un 'concetto' è inevitabile cadere in una 'circoscrizione' razionale che in un modo o nell'altro definisce dei confini 'manipolabili' si dalla ragione, ma inadeguati ad esprimere questa dimensione tipicamente umana. Se invece cerchiamo di considerare il 'senso' come una 'cifra' vediamo che esso assume una valenza che si situa oltre una dimensione umana 'fattibile' (intendo proprio 'di fatto'):allora siamo di fronte ad un'aporia?Non proprio. Volendo essere brevi: la consapevolezza della morte conduce all'implosione assoluta del senso; da questa implosione ciò che rimane di evanescente eppur 'palpabile' è quella dimensione che noi chiamiamo appunto 'senso' e che la nostra biografia contiene come qualcosa di 'non definito' ma di 'rinviante' o 'orientato verso' (come se la morte fosse l'unica realtà certa eppure la più intensamente contraddittoria). E' l'essenza stessa dell'accadere psichico che è inevitabilmente 'finalistico' giacchè nessuna biografia sarebbe possibile senza questa concatenazione di significati mai 'conclusi'. Del 'senso' propriamente non possiamo dire nulla:citando Jaspers
''Soltanto per l'esistenza, la trascendenza diventa quella realtà che, sfuggente in ogni fenomeno, ma per sè stessa mai sfuggente, è propriamente ciò grazie a cui sono libero''.
Stando a ciò qualsiasi pratica di cura dell'anima è nient'altro che quell'IN-ATTO perpetuamente strutturantesi e strutturante che presuppone,in un modo o nell'altro, un 'contesto di senso'. Non è un ATTO che termini in qualcosa di definito ma un processo, un 'andare per via' tenendo o tenendosi per mano: ecco perchè credo che 'non esista risposta alla domanda di senso' perchè 'ris-posta' significa annullamento della trascendenza,uno 'stare' che è ormai in una dimensione 'ontica' come dice Heidegger e quindi ha caratteri di 'unicità' (una risposta è sempre risposta del singolo e quindi mai riproducibile, mai sostanziale o 'ontologica').D'altro canto se consideriamo la psicoterapia (e la filosofia) come un 'in-atto' in un 'contesto di senso', un interrogare continuo di quella 'strutturazione', tentiamo di evitare quella 'stasi' di cui prima e quindi di rivolgerci a quell'essenza 'comune a tutti gli uomini' che è quella originaria 'possibilità' che ci rende liberi...e quindi anche liberi di essere 'unici'.
Non so se ho reso l'idea.
Saluti,
Luigi
Blog: Spazio di Psicoanalisi
Perdonami se puoi, Luigi, ma l'insieme di scarsa conoscenza del linguaggio filosofico e necessità di stare con mia figlia fa sì che non riesca a comprendere nulla del tuo discorso. Riprovo a leggerlo domani ma, nel frattempo, se tu riuscissi a tradurlo (senza tradirlo) te ne sarei grato.
Buona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
Spero allora di non averti sottratto tempo con le mie fandonie!
A parte gli scherzi,penso di non poter migliorare di tanto l'esposizione perchè anche per me è difficoltoso in un certo senso scrivere di questi argomenti che richiedono in ogni caso una certa terminologia (anche se a me piace usare le parole senza essere troppo rigoroso).Mi riesce meglio di farmi capire a voce.
Siccome considero comunque una mia mancanza il fatto di non farmi capire sarei felice e ben lieto di rimediare a questo magari cercando di rispondere a delle domande più precise:così sarebbe più facile anche per me perchè intenderei il motivo e l'andamento del tuo pensiero.
Saluti,
Luigi
Blog: Spazio di Psicoanalisi
Gieko non so cosa tu voglia dire quando parli di questioni profonde riguardo alla sofferenza, sicuramente non ti vuoi riferire all'intensità della sofferenza. La sofferenza umana spesso dipende anche da problemi irrisolti, perciò non vedo come possa essere appannaggio soltanto degli psicoterapeuti che si occupano ufficialmente soltanto di una parte molto ristretta e limitata di problemi.Originalmente inviato da gieko
Poi riguardo al pagare o meno una certa prestazione di aiuto dipende dal valore che le si attribuisce e dalle possibilità economiche forse, il tuo discorso non regge, se il sostegno non specifico funziona e risponde a certe esigenze umane, funzionerà anche quello pagato. Poi si paga anche per andare a vedere un film o uno spettacolo teatrale o una partita di calcio.
Insomma il tirare in ballo sempre questioni economiche mi fa venire il sospetto che molti psicoterapeuti abbiano davvero paura che gli venga sottratta una parte della clientela, se lo si fa gratis va bene, altrimenti no.
Se una parte delle persone che oggi si rivolgono agli psicoterapeuti non ha problemi psicopatologici oppure non sente l'esigenza di modificare quel che voi cercate di modificare perché le loro esigenze sono sostanzialmente di tutt'altro tipo, perché volete eliminare una ulteriore possibilità di aiuto là dove probabilmente la psicoterapia non serve?
Un saluto
Ultima modifica di Char_Lie : 04-11-2008 alle ore 08.51.52
Char_lie, che dire, evidentemente non mi sono spiegato bene ed il mio post è stato travisato.
Brevemente: quanto parlo di questioni "profonde" della sofferenza, mi riferisco al livello strutturale. E' a quest'ultimo che rimando se si vuole parlare di come gli eventi impattano nella vita delle persone. Prendiamo ad esempio come viene vissuto diversamente la diagnosi di una grave malattia da diverse persone. Ciò che ne deriva per alcuni è gestibile autonomamente (ovviamente non senza fatica e sofferenza...), per altri invece è causa di preoccupazioni talmente importanti da portare ad un senso di impotenza totale, e quindi alla richiesta di aiuto. Sono cioè presenti strutture con differenti possibilità di risposta all'evento.
Ritengo che chi si trovi nella prima situazione possa senz'altro trarre un giovamento dalla presenza di un sostegno generico proveniente dalla vicinanza dei propri cari e così via. Ma in sostanza ha possibilità strutturali tali da poter affrontare il problema autonomamente, anche se questo può comportare la morte. Viceversa c'è una richiesta di aiuto specialistica che necessita di un intervento altamente professionale, proprio perchè ha a che vedere con elevati gradi di sofferenza.
A questo punto per me è una questione di etica e di professionalità, non di certo economica. Se il ruolo dello psicoterapeuta ha delle specificità sono proprio quelle relative all'intervenire con strumenti teorici e tecnici adeguati sulla sofferenza, se no siamo nell'ambito dell'intervento generico che può fare chiunque sia dotato di umane capacità affettive. Ben venga quest'ultimo, nella consapevolezza che non risponde ad altro se non alle richieste di rassicurazione, che in quanto tale non credo debba essere pagato.
Concludo riprendendo quanto dici sul pagare per vedere un film o uno spettacolo. Posto che questi eventi non hanno nulla a che vedere con la sofferenza e la cura della stessa, chiaramente uno paga per vedere ciò che si aspetta, ad esempio divertimento da una commedia. Se no rimane deluso. Se una persona sofferente si aspetta che qualcuno lo aiuti perchè ha strumenti adeguati magari non rimarrà deluso e anche i soldi e la fatica impiegata saranno stati impiegati bene.
Un saluto
Ultima modifica di gieko : 04-11-2008 alle ore 10.05.18
gieko