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Discussione: counseling filosofico

  1. #151

    Riferimento: counseling filosofico

    Citazione Originalmente inviato da sergio.def Visualizza messaggio

    A me non è sembrato che intendessi usarlo in questi termini quando scrivevi (SEMPRE PAROLE TUE, COSì NON MI SI PUò TACCIARE DI MANIPOLAZIONE):
    Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
    Se cosi fosse il disagio sarebbe CURATO a valle, cioe' nell'integrazione dell'essere nel mondo, facendo leva sulle capacita' dell'Adulto [adulto nel senso analitico-transazionale]di affrontare i problemi con un metodo logico, razionale e retorico.
    Confermo quanto scritto.
    La cura accennata sta nell'offrire orizzonti di senso piu ampi, cioe' diverse possibilita di interpretazione della realta', per uscire da una gabbia interpretativa che espone al disagio, alla paura, al panico.

    Si presentano cioe', in modo razionale e retorico, una serie di altre uscite "di emergenza" [emergere dal vuoto], che non hanno a che fare con un aspetto sanitario, ma esistenziale e percio' complessivo.

    (citazione) Io provengo dal campo sanitario, dove le distinzioni di ruoli non e' tanto chiaro (e sei convinto che ciò sia sempre un bene???) quanto lo e' nell'esercito. Per cui so bene dove sta una competenza e dove ne sta un' altra.
    veramente io avevo scritto: "dove le distinzioni dei ruoli e' tanto chiaro quanto lo e' nell'esercito"


    Spero solo vorrai considerare le mie argomentazioni - espresse spesso con precisa volontà di scontro dialettico con te - quali utili spunti di riflessione anche per il tuo "pensiero" in proposito.. io, prometto, farò lo stesso con le tue, e quelle degli altri.

    Un saluto,
    Sergio
    E' sempre anche il mio proposito.
    Il con-fronto prevede anche lo s-contro e a volte il ri-scontro.
    Qualche volta anche l'in-contro. Il tutto in una dialettica che ha lo scopo di chiarire, e non di travisare o occultare.
    Quindi alla prossimma

  2. #152
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: counseling filosofico

    Citazione Originalmente inviato da oscarmoreno Visualizza messaggio
    Confermo quanto scritto.
    La cura accennata sta nell'offrire orizzonti di senso piu ampi, cioe' diverse possibilita di interpretazione della realta', per uscire da una gabbia interpretativa che espone al disagio, alla paura, al panico.
    Ribadisco: per questo scopo c'è già la psicoanalisi, che non interviene sul sintomo ma su quella che potrebbe essere definita "gabbia interpretativa" legata alla ripetitività dell'inconscio.

    Citazione Originalmente inviato da oscarmoreno Visualizza messaggio
    Si presentano cioe', in modo razionale e retorico, una serie di altre uscite "di emergenza" [emergere dal vuoto], che non hanno a che fare con un aspetto sanitario, ma esistenziale e percio' complessivo.
    Con la differenza però che è noto da tempo che presentare "in modo razionale" uscite di emergenza non serve a nulla, perchè, considerando il soggetto come sistema autopoietico, deve trovare autonomamente le proprie soluzioni, pena l'adattarsi ad una supposizione di sapere altrui. E questo mi sembra eticamente quantomeno discutibile...

    Saluti
    gieko

  3. #153

    Riferimento: counseling filosofico

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    ...

    Chi ha mai detto che debba esistere una risposta, alla domanda di senso?
    E, il percorso che si propone in counselling filosofico, è rivolto a scoprire la risposta, a fornire la risposta, oa a chiedersi se esista una risposta?

    Inoltre, se una persona sofferente cerca un senso, lo cerca per cercarlo, per trovarlo, per consolarsi...? Ed è giusto che lo cerchi? O che noi la invitiamo a cercarlo?

    Guglielmo
    Infatti non esiste risposta alla domanda di senso, in quanto il senso lo da l'individuo, raccogliendolo dalla propria esperienza, piccola o grande che sia.

    Il couseling fisosofico, almeno come lo intendo io [mi perdonino Galimberti. Manera, Neri Pollastri e altri] Non fa altro che proporre interpretazioni della realta' piu' articolate, approfondite, convincenti, stimolanti, creative, soddisfacenti, di quelle in possesso del sofferente [in senso esistenziale].

    Quindi non fornisce risposte conclusive, ma alternative interpretative, scelte, possibilita', novita'.

    Non serve chiedersi se esista una risposta, perche' anche questa e' una scelta personale.
    La sospensione del giudizio, l'epoche', l'agnosticismo sono possibilita' in piu', che a volte alcuni non posso considerare, per condizionamento educativo, ma che sono disposti a considerare nei momenti critici.

    I motivi per cui la persona cerca un senso sono suoi e solo suoi, e non sta a noi deciderli, ma semplicemente fornire quegli strumenti che possono aiutarlo a rispondere, o non rispondere, a queste o altre domande.

    Per cui decade al che la domanda sulla congruita' della ricerca.
    Risponde ad un bisogno personale che dovrebbe essere rispettata come tale.

    A volte per vivere, per guarire, per trovare la forza di reagire, basta anche una illusione, uno scopo, per quanto effimero, un motivo sufficente, ma necessario, per quanto vago.

    Ma le propspettive personali possono essere limitate e non reperibili nel proprio mondo interiore.
    Possono pero' venire dall'esterno, cosi', come il nutrimento, come i farmaci, e come l'affetto.

    Almeno mi pare...

  4. #154

    Riferimento: counseling filosofico

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ribadisco: per questo scopo c'è già la psicoanalisi, che non interviene sul sintomo ma su quella che potrebbe essere definita "gabbia interpretativa" legata alla ripetitività dell'inconscio.
    Come dire: -Per uscire dalla gabbia l'unica chiave ce l'ha lo psicoanalista-?

    Con la differenza però che è noto da tempo che presentare "in modo razionale" uscite di emergenza non serve a nulla, perchè, considerando il soggetto come sistema autopoietico, deve trovare autonomamente le proprie soluzioni, pena l'adattarsi ad una supposizione di sapere altrui. E questo mi sembra eticamente quantomeno discutibile...

    Saluti
    E quanto ho spiegato in risposta a Gugliemlmo.

    Ma una domanda:- Il tuo sapere, la tua disciplina, le tue capacita' professionali, sono nate dalla tua scienza ho le hai apprese dalla scienza altrui?

    Tu non ti sei adattato ad una supposizione di sapere altrui?

    Sono solo spunti di discussione...

  5. #155
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: counseling filosofico

    Ribadisco: per questo scopo c'è già la psicoanalisi, che non interviene sul sintomo ma su quella che potrebbe essere definita "gabbia interpretativa" legata alla ripetitività dell'inconscio.
    E, soprattutto, al fatto che l'analista è tale solo dopo un percorso di psicoanalisi personale che, se l'analisi sarà stata effettivamente tale, lo renda meno schiavo del suo fantasma. Cosa che manca al consulente filosofico il quale, dal mio punto di vista, non è affatto immune da questo rischio. Quando Luigi dice che il filosofo, per definizione, "non deve sapere nulla" siamo ancora nei pieni meandri di un fantasma immaginario, esattamente come il candidato analista che dice: "voglio diventare analista". Il problema è che cosa ce ne facciamo di questo fantasma. In psicoanalisi, almeno in una certa psicoanalisi, questo non può essere eluso, perchè costituisce il cuore della formazione personale.

    Con la differenza però che è noto da tempo che presentare "in modo razionale" uscite di emergenza non serve a nulla, perchè, considerando il soggetto come sistema autopoietico, deve trovare autonomamente le proprie soluzioni, pena l'adattarsi ad una supposizione di sapere altrui. E questo mi sembra eticamente quantomeno discutibile...
    Concordo anche qui. Nondimeno, la supposizione di sapere è ciò che spinge la persona a chiedere un aiuto: indirizzare il proprio disagio a qualcuno (un professionista) supposto sapere. Si tratta, a mio parere, di capire da quale posizione poi l'operatore risponde: dal lato del sapere, qualunque esso sia? Anche qui, mi sembra centrale la questione della formazione personale dell'operatore.

    Saluti,
    ikaro

  6. #156
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: counseling filosofico

    [QUOTE=ikaro78;1774617] Cosa che manca al consulente filosofico il quale, dal mio punto di vista, non è affatto immune da questo rischio.

    E chi te l'ha detto questo?...il fantasma?
    Scherzi a parte ripeto che molti che 'praticano' la filosofia sono psicoanalisti...con tutte le carte in regola.

    Saluti,
    Luigi

  7. #157
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: counseling filosofico

    E chi te l'ha detto questo?...il fantasma?
    Scherzi a parte ripeto che molti che 'praticano' la filosofia sono psicoanalisti...con tutte le carte in regola.
    Infatti, ma quello è un caso particolare. Per il resto, se invece pensi che esista una formazione, al di fuori dell'analisi, che possa -come spesso affermi- "decentrare l'Io" con le sue gabbie immaginarie sono pronto a discuterne molto volentieri...

    A presto,
    ikaro

  8. #158
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: counseling filosofico

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Infatti, ma quello è un caso particolare. Per il resto, se invece pensi che esista una formazione, al di fuori dell'analisi, che possa -come spesso affermi- "decentrare l'Io" con le sue gabbie immaginarie sono pronto a discuterne molto volentieri...

    A presto,
    ikaro
    Bisognerebbe intenderci su ciò che vuol significare 'dis-locare l'io'. L'analisi mi pare il metodo migliore ma...un concetto del genere è esposto ampiamente dalla psicologia junghiana che però ribadisce,data la presenza mai eliminabile dell'identificazione proiettiva,che il processo di dislocamento è infinito e sarà un atteggiamento preciso dell'io a fare di questa dimensione un continuo 'metter tra parentesi',un continuo spostarsi...se per esempio divento analista junghiano mi sono in realtà 'fermato' e accomodato in una identificazione con il 'collettivo' compromettendo l'iter individuativo che porta a 'Sè'...certamente anche a questo punto potrò usare l'analisi come strumento dislocante ma nella consapevolezza,da un lato, del mio essere perennemente 'Persona' (maschera) e identificato quindi in un ruolo,'stemperato' per così dire e dall'altro nella consapevolezza di essere una perenne funzione simbolica di congiunzione degli opposti e che posso trovarmi 'più da una parte' o 'più dall'altra' ma mai realmente nel 'centro':quel centro simbolico racchiude un destino del quale propriamente non si può dire nulla e del quale siamo in balia.Possiamo solo appunto trovare punti di appoggio sempre nuovi,'guadare la palude' ma mai realmente 'bonificare' (come era negli intenti di Freud):a tal proposito,riguardo all'esito del processo di individuazione,Jung ebbe a dire molto oscuramente ''...la capacità di lasciar accadere'' riferendosi all'estinzione di ogni conflitto e all'accadere 'divino', 'supremo' dell'anima...
    Questa è una possibile valenza dell'espressione 'dis-locare' l'Io...

    Saluti,
    Luigi

  9. #159
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: counseling filosofico

    Citazione Originalmente inviato da oscarmoreno Visualizza messaggio
    Come dire: -Per uscire dalla gabbia l'unica chiave ce l'ha lo psicoanalista-?
    No, l'unica chiave è in possesso del paziente e si trova al di là di "interpretazioni della realta' piu' articolate, approfondite, convincenti, stimolanti, creative, soddisfacenti, di quelle in possesso del sofferente". Deve essere il soggetto a trovare interpretazioni che per lui sono più articolate, approfondite, convincenti e quant'altro. L'analisi è strumento per "mobilitare" il soggetto, e non per proporgli interpretazioni "razionali e retoriche".

    Citazione Originalmente inviato da oscarmoreno Visualizza messaggio
    Ma una domanda:- Il tuo sapere, la tua disciplina, le tue capacita' professionali, sono nate dalla tua scienza ho le hai apprese dalla scienza altrui?

    Tu non ti sei adattato ad una supposizione di sapere altrui?

    Sono solo spunti di discussione...
    Giusti spunti di riflessione che sono presenti nel pensiero psicoanalitico. Ikaro ha espresso anche il mio pensiero, sebbene apparteniamo a orientamenti differenti, credo che sia importante per entrambi che l'analisi non diventi "adattamento a quanto dice l'analista". Le capacità professionali dell'analista infatti non derivano dall'adesione alla teoria, dalla lettura di libri, dall'appartenenza ad una società, ma dalla "propria scienza", ovvero dall'aver trovato una propria strada dopo un complesso processo di cambiamento.
    La supposizione di sapere, anche qui concordo con ikaro, è presente, poi bisogna vedere da che vertice essa viene considerata.

    Un saluto
    Ultima modifica di gieko : 04-11-2008 alle ore 13.44.00
    gieko

  10. #160
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    Riferimento: counseling filosofico

    Riporto (tratta da un'altra discussione presente nel forum) una breve riflessione di U. Galimberti che mi sembra attinente al tema.

    Le carenze oggettive (come quelle di spazi ricreativi per i bambini, di possibilità occupazionali per i carcerati, di un po' di tempo libero per le madri relegate in casa, di nuovi lavori per i cassintegrati e i licenziati) non sono più percepite come problemi cui dare risposta sul piano di realtà, ma, per le conseguenze dolorose che determinano, sono lette come disagi psichici da affidare alle cure degli psicoterapeuti o degli psichiatri.
    In questo modo si diffonde un'"etica terapeutica" che promuove non tanto l'autorealizzazione degli individui, quanto la loro autolimitazione, perché, postulando un sé fragile, debole e in ogni suo aspetto vulnerabile, favorisce la gestione delle esistenze e delle singole soggettività. Queste, a poco a poco, si persuadono che i loro problemi non sono reali, e tali da poter trovare una soluzione in una diversa organizzazione della società, ma sono psicologici, e quindi da risolvere nel chiuso della loro soggettività. Il risultato è che i legami sociali, dove queste difficoltà potrebbero trovare soluzione, non vengono neppure presi in considerazione e, con una lettura perversa che induce a considerare le conseguenze dolorose di un disagio reale come problemi psichici dell'individuo, si favorisce la frammentazione sociale dei singoli, sempre più isolati e chiusi nelle loro problematiche, da oggettive a soggettive, attraverso un tortuoso percorso che non porta alla guarigione ma all'alienazione.
    Infatti, una volta persuaso di avere un sé fragile e vulnerabile, quindi bisognoso di un supporto, l'individuo finisce con il desiderare l'autorità terapeutica, che agisce in base alla premessa di essere la sola a sapere quali sono i suoi problemi e come si possono risolvere.
    Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi chi esercita il potere. Che sia questo lo scopo finale cui tende questa impropria diffusione dell'etica terapeutica? Io penso di sì. Non basta infatti il "pensiero unico" a creare omologazione e conformismo, occorre anche un "sentire unico". E cosa, meglio dell'intervento psicoterapeutico, è capace di persuadere che, siccome la società non si può cambiare, come recita quel pessimo vangelo che porta il nome di "sano realismo", a cambiare devi essere tu, con il sacrificio delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri di autorealizzazione, perché più sei conforme e meno sei individuato, tutto funziona meglio, e non occorre investire per promuovere quelle strutture che favorirebbero la tua autorealizzazione, di cui nessuno ne sente la necessità?
    Ma c'è davvero un futuro per società conformi e omologate che si dicono "libere", mentre all'autorealizzazione degli individui preferiscono la loro autolimitazione? Io penso di no!
    Ora se la consulenza filosofica è una pratica che cerca di aprire uno spazio diverso tentando di rafforzare gli individui senza cercare di convincerli di avere una struttura di personalità patologica (là dove i problemi e le sofferenze non dipendono certo da questo) che ben venga.

    Un saluto a tutti
    Ultima modifica di Char_Lie : 04-11-2008 alle ore 14.27.33

  11. #161

    Riferimento: counseling filosofico

    grazie Charlie

  12. #162

    Riferimento: counseling filosofico

    Gieko
    Le capacità professionali dell'analista infatti non derivano dall'adesione alla teoria, dalla lettura di libri, dall'appartenenza ad una società, ma dalla "propria scienza", ovvero dall'aver trovato una propria strada dopo un complesso processo di cambiamento.
    A me sembra, e perdona se porto la mia inutile esperienza, che a contribuire in modo fondamentale alla mia crescita sono state le oppurtunita' offertemi dall'esterno, che poi io, secondo le mie capacita' intrinseche e i bisogni consci e inconsci, sono andato a realizzare.

    Senza questi interventi esterni, a volte cercati, a volte subiti, sarei ancora il "buon selvaggio" o un'essere preda degli istinti e delle emozioni, come mister Hyde. Ma forse mi sto svalutando...

    Mentre mi sembra che la tua visione abbia una influenza Nietzschiana ....o forse, ancor meglio, Prometeica

  13. #163
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: counseling filosofico

    Char_Lie scrive, riportando un pezzo di Galimberti:
    Infatti, una volta persuaso di avere un sé fragile e vulnerabile, quindi bisognoso di un supporto, l'individuo finisce con il desiderare l'autorità terapeutica, che agisce in base alla premessa di essere la sola a sapere quali sono i suoi problemi e come si possono risolvere.
    Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi chi esercita il potere. Che sia questo lo scopo finale cui tende questa impropria diffusione dell'etica terapeutica? Io penso di sì. Non basta infatti il "pensiero unico" a creare omologazione e conformismo, occorre anche un "sentire unico". E cosa, meglio dell'intervento psicoterapeutico, è capace di persuadere che, siccome la società non si può cambiare, come recita quel pessimo vangelo che porta il nome di "sano realismo", a cambiare devi essere tu, con il sacrificio delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri di autorealizzazione, perché più sei conforme e meno sei individuato, tutto funziona meglio, e non occorre investire per promuovere quelle strutture che favorirebbero la tua autorealizzazione, di cui nessuno ne sente la necessità?
    Ma questa, al massimo, è una caricatura di analisi, non un'analisi.
    Intanto, non è così semplice comvincere le persone che sono malate. Tant'è che preferiscono andare da chi le convince che sono affatturate, che non hanno sufficiente fede in questo o quell'altro dio, e così via. Tutto, pur di sfuggire alla ricerca della verità su di sé.
    Per questo capisco poco la "guerra santa" dei vari counsellor contro la psicoanalisi o le psicoterapie "lunghe" (gratti un poco e il trito e ritrito discorso del "lo fate per beccarvi un sacco di soldi a spese dei clienti" risalta sempre fuori. Mai che si chieda la stessa cosa a Tremonti, ovviamente.). E ancor meno capisco dove starebbe il posto della psicoanalisi in un tentativo di adattare il soggetto all'ambiente. Conoscerò solo analisti strambi, ma non lo vedo praticare da nessuno di loro.


    Rileggo quel che scriveva ieri Luigi84, che ringrazio per avermi costretto a studiare un po' per cercare di capire il suo linguaggio.
    Stando a ciò qualsiasi pratica di cura dell'anima è nient'altro che quell'IN-ATTO perpetuamente strutturantesi e strutturante che presuppone,in un modo o nell'altro, un 'contesto di senso'. Non è un ATTO che termini in qualcosa di definito ma un processo, un 'andare per via' tenendo o tenendosi per mano: ecco perchè credo che 'non esista risposta alla domanda di senso' perchè 'ris-posta' significa annullamento della trascendenza,uno 'stare' che è ormai in una dimensione 'ontica' come dice Heidegger e quindi ha caratteri di 'unicità' (una risposta è sempre risposta del singolo e quindi mai riproducibile, mai sostanziale o 'ontologica').D'altro canto se consideriamo la psicoterapia (e la filosofia) come un 'in-atto' in un 'contesto di senso', un interrogare continuo di quella 'strutturazione', tentiamo di evitare quella 'stasi' di cui prima e quindi di rivolgerci a quell'essenza 'comune a tutti gli uomini' che è quella originaria 'possibilità' che ci rende liberi...e quindi anche liberi di essere 'unici'.
    Intuitivamente sono d'accordo con te. Sono sempre stato più interessato ai processi che agli esiti, anche in ambito di ricerca. E mi pare che, con linguaggio differente, dici una cosa simile a quella che sostiene Gieko, quando afferma che
    La chiave secondo cui mi pare venga concepito il counseling va molto in direzione di un contributo che non tocca quelle che sono le questioni profonde della sofferenza, o, che le tocca solo in parte. Dico questo perchè la clinica è fatta nella mia ottica dall'incontro intenso e profondo tra due soggetti, dalla "realtà" che si crea tra persone, e non dall'offrire teorie e punti di vista (siano essi basati sull'opinione dell'uomo della strada, della religione o della filosofia) da parte di uno che "sa" ad uno che "non sa". Le teorie sono importanti, ma è anche bene che, una volta illumitato il cammino, lascino il posto a ciò che succede minuto per minuto in una seduta. E questo è il luogo dell'incertezza assoluta, di ciò che non sarà mai coglibile da libri, articoli, teorie...


    Tuttavia, quando oscarmoreno sostiene che

    Il couseling fisosofico, almeno come lo intendo io [mi perdonino Galimberti. Manera, Neri Pollastri e altri] Non fa altro che proporre interpretazioni della realta' piu' articolate, approfondite, convincenti, stimolanti, creative, soddisfacenti, di quelle in possesso del sofferente [in senso esistenziale].

    Quindi non fornisce risposte conclusive, ma alternative interpretative, scelte, possibilita', novita'.
    e, prima:

    Originalmente inviato da oscarmoreno

    Il problema forse e' nello stabilire la genesi di queste manifestazioni patologiche.

    Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
    Qui io vedo la differenza tra il campo d'azione proprio dello psicoterapeuta ed ilc ampo d'azione proprio del counsellor (filosofico o meno). E, secondariamente, la genesi delle manifestazioni psicopatologiche e di quella che definiamo psicopatologia, è questione che pertiene alla scienza, non alla filosofia, a mio parere. Potrà non piacere ai filosofi, e posso sbagliarmi, ma io la vedo in questo modo. Perché il metodo scientifico è diverso dal discorso filosofico e, forse (perdonatemi la provocazione forte), la fiklosofia ha da ripensarsi come epistemologia, lasciando che sia la scienza a decidere circa la congruenza o meno tra le ipotesi e la realtà.

    Perché per poter mettere in discussione il proprio essere-nel-mondo, mi pare ci sia bisogno, prima, che ci sia un Io che si pensa nel mondo. E buona parte dei paziewnti che mi è capitato di vedere, di questo mancavano, di una soggettivazione compiuta, di una capacità di riconoscersi come esistenti.
    Allora, una volta che questa capacità esiste, ben venga la filosofia. Ben vengano tutti i counsellor di questo mondo.
    Ma, laddove manchi, per cortesia, tiratevi in disparte e fate passare gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti. Chè questo è il loro campo di lavoro.

    Buona vita

    Guglielmo
    Ultima modifica di willy61 : 04-11-2008 alle ore 16.29.15
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  14. #164
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: counseling filosofico

    Hai fatto bene ad inserire questa lunga citazione di Galimberti perchè mi sembra che chiarisca bene quello che è l'equivoco sottostante ad - almeno alcune - forme di psicoterapia: considerarle un lavoro alienante, individualistico in cui il terapeuta cerca di produrre uniformità. Ma la psicoterapia e la psicoanalisi, pur non essendo esente da tali rischi (rifuggendo però in un'idealistica liberazione da tali pericoli, foriera di ricadute nel problema ancora più disastrose), sono esattamente il contrario. L'analisi è complessificare il semplice, cambiare singolarmente per cambiare il proprio contesto, favorire la soggettività e la diversità, e non l'oggettivazione e l'uniformità.
    Se il counseling filosofico poggia su queste riflessioni, ripeto ancora una volta che altri le hanno già fatte, e, scontrandosi ogni giorno nella clinica con il rischio di proiettare ed agire il proprio inconscio, consentono che la coppia analitica prenda direzioni non prevedibili e reciprocamente arricchenti.

    Riprendo, infine, una frase di Char_lie: "la consulenza filosofica è una pratica che cerca di aprire uno spazio diverso tentando di rafforzare gli individui senza cercare di convincerli di avere una struttura di personalità patologica (là dove i problemi e le sofferenze non dipendono certo da questo)"

    Posto che mi sembra chiaro che per chi scrive qui patologia non è un termine medico ma indica limitazioni strutturali in cui il sistema-persona incorre (e per cui chiede aiuto) che niente hanno a vedere con valutazioni di giudizio o chissà cos'altro, non capisco perchè tutta questa fuga dal confrontarsi con quelli che sono i limiti per poterli superare... In base a cosa dici "là dove i problemi e le sofferenze non dipendono certo da questo"?

    Un saluto
    gieko

  15. #165
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    Riferimento: counseling filosofico

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    Hai fatto bene ad inserire questa lunga citazione di Galimberti perchè mi sembra che chiarisca bene quello che è l'equivoco sottostante ad - almeno alcune - forme di psicoterapia: considerarle un lavoro alienante, individualistico in cui il terapeuta cerca di produrre uniformità. Ma la psicoterapia e la psicoanalisi, pur non essendo esente da tali rischi (rifuggendo però in un'idealistica liberazione da tali pericoli, foriera di ricadute nel problema ancora più disastrose), sono esattamente il contrario. L'analisi è complessificare il semplice, cambiare singolarmente per cambiare il proprio contesto, favorire la soggettività e la diversità, e non l'oggettivazione e l'uniformità.
    Se il counseling filosofico poggia su queste riflessioni, ripeto ancora una volta che altri le hanno già fatte, e, scontrandosi ogni giorno nella clinica con il rischio di proiettare ed agire il proprio inconscio, consentono che la coppia analitica prenda direzioni non prevedibili e reciprocamente arricchenti.

    Riprendo, infine, una frase di Char_lie: "la consulenza filosofica è una pratica che cerca di aprire uno spazio diverso tentando di rafforzare gli individui senza cercare di convincerli di avere una struttura di personalità patologica (là dove i problemi e le sofferenze non dipendono certo da questo)"

    Posto che mi sembra chiaro che per chi scrive qui patologia non è un termine medico ma indica limitazioni strutturali in cui il sistema-persona incorre (e per cui chiede aiuto) che niente hanno a vedere con valutazioni di giudizio o chissà cos'altro, non capisco perchè tutta questa fuga dal confrontarsi con quelli che sono i limiti per poterli superare... In base a cosa dici "là dove i problemi e le sofferenze non dipendono certo da questo"?
    Gieko penso che ci sia una certa differenza tra il cercare di modificare la struttura della personalità di un individuo e cercare di fargli acquisire certe capacità per fare in modo che quella stessa struttura di personalità possa vivere nel mondo e trovare spazi per svilupparsi.
    Sono due metodi che cercano di risolvere i disagi in modo distinto ed inquadrano i problemi stessi in modo completamente diverso, nel secondo caso non si cerca di intaccare in profondità le tendenze principali e fondamentali dell'individuo (quelle appunto che definiscono la struttura della sua personalità). Queste per me sono grosse differenze ed è preferibile intervenire sul sistema-persona limitatamente ai casi in cui risulta davvero necessario intervenire (non sto dicendo affatto insomma che far questo è sbagliato).

    Poi se per sistema-persona si intende tutta la mente di un individuo, allora modifica il sistema-persona di un individuo praticamente tutto: anche un gommista che sostituisce un copertone della mia auto modifica il mio sistema-persona facendomi sentire più sollevato perché magari ero in ritardo per un appuntamento importante, ma non direi che si può parlare di psicopatologia in questo caso.

    Per alleviare certe sofferenze senza trucchi in molti casi non è possibile adattare la propria personalità all'esistenza ma è necessario adattare l'esistenza alla propria personalità... E per far questo non è detto che soltanto gli psicologi o gli psicanalisti o i consulenti (e così via) siano i più esperti.

    Un saluto
    Ultima modifica di Char_Lie : 04-11-2008 alle ore 18.45.36

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