
Originalmente inviato da
*-ras-*
tralasciando vari aspetti del tuo post, ho quotato questi perché vorrei far notare un paio di cose:
la visione che (tu) hai della "patologia" deriva sempre dalla teoria. Tale teoria può essere scientifica, oppure ingenua (di senso comune). Tutti noi vediamo il mondo che ci virconda attraverso le nostre teorie (si veda la Teoria Dei Costrutti di Kelly).
Nel momento in cui dici he la patologia ha a che fare con "l'individuo e con la sua storia, le sue idee, i soui timori, il suo modo di relazionarsi, non la parte ammalata, ma la vita intera , percepito attraverso le sue manifestazioni, nel rapporto instaurato con lui, sia esso amichevole, sia esso casuale sia esso nel setting di un trattamento" ....dimostri di basarti su una teoria ben precisa!
Il riferimento ad una teoria ben precisa emerge ancor più chiaramente nel post successivo, in cui hai scritto:
La teoria a cui tu fai riferimento (che, correggimi se sbaglio, è di stampo Fenomenologico, il discorso sul tempo del mondo e il tempo dell'Io mi pare derivi da Bergson) è una chiave di lettura della realtà. Non è la realtà in senso assoluto, ne è una interpretazione tra le tante. Il cognitivismo ne è un'altra. Ognuna con la propria specificità, ognuna coglie un aspetto della realtà, non si escludono a vicenda, ma sono complementari.
Già se parliamo di "ansia" e "depressione" stiamo facendo riferimento a una teoria: il modello medico. Altrimenti potremmo parlare di "sofferenza", "disagio", ecc...
Te lo faccio notare perché spesso queste teorie influenzano la nostra visione del mondo senza che noi ce ne rendiamo conto, appunto. E' bene invece esserne consapevoli, soprattutto quando "trattiamo" un pz perché la teoria a cui facciamo riferimento determina cosa vediamo, come vediamo e come ci poniamo di fronte ad essa.