Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
E' piuttosto comune che gli psicotici, mettano addosso un profondo disagio, a chi interagisce in modo terapeutico, con loro. Tale disagio, comunica a chi lo sente, qualcosa di sè, in genere; il che non significa essere psicotici. Inoltre, anche gli "psicotici", sono tra loro estremamente variabili, non formano una categoria univoca e capire quale tipo di psicotico e per quale motivo, mette disagio, a livello controtransferale, puo' fornire informazioni utili e, talvolta necessarie, su sè stessi anche per lavorare con tutt'altro tipi di pazienti, in modo da non fare proiezioni nostre ma da noi non riconosciute su di loro e creare enormi confusioni emotive nel nostro interlocutore. Che potrebbero essergli evitate, se i nostri limiti, prima di venire agiti con una passiva accettazione intellettuale, venissero messi in discussione in modo costruttivo; in genere, qs è un atteggiamento responsabile. Se non si riesce a superarli, bisogna almeno comprenderli, per non agirli sul prossimo. Allora, avremo usato, penso, realmente, un atteggiamento prudente.
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Quando dirigevo l'unita' di terapia del dolore, era nello staff una psicologa. Ho provato piu volte a cercare uno scambio che andasse oltre le formalita' esecutive, anche perche' tenevamo riunioni settimanali sui casi, e spesso ci incontravamo o scontravamo sulla priorita' dei bisogni dei pazienti.
A una mia richiesta di chiarimento in questo senso mi ha risposto in sintesi:- Non e' obbligatorio avere un dialogo se non lo si vuole avere. E' la mia regola per dare il meglio-.
Per me e' stata una lezione.
Le letture si riferiscono agli ultimi cinque-sei post. Nient'altro. Anche perche' lei si e' incuriosita e io volevo solamente soddisfare questa curiosita', gia' prevedendo che la cosa l'avrebbe colta di sorpresa e forse spaventata.Anche a me sembra che le molte argomentazioni che hai portato su francesca, non corrispondano tanto ad opinioni su sua richiesta, quanto, da una parte, ad una serie di interpretazioni, dall'altra a vere e proprie diagnosi, tratte anche dalle sue "letture".
Succede spesso. E' un modo come un altro per trovare un anello.
Per diagnosi io intendo una classificazione secondo parametri legali, fatti su un documento legale, da una persona legalmente riconosciuta allo scopo [che in Italia, se non erro, e' solo un laureato in medicia e chirurgia].
Poi "diagnosi" etimologicamente la puo' fare anche il cuoco.
Domandare e' lecito, rispondere e' cortesia.Mi viene da farti una domanda, per capire meglio da dove nascono qs opinioni -diagnosi su una persona che in realta' non conosci, se non tramite alcune cose che ha scritto (poi chissa' perchè in realta' le ha scritte) .
Se io , rivolgendomi a te, per via di qs propensione piuttosto drastica a fare molte ipotesi e diagnosi (non metto in discussione il pragmatismo, è un livello diverso di discorso) ti dicessi: "per me, è facile capire che tu, dalle cose che scrivi, fai delle identificazioni proiettive, in forma "intellettualizzata" perchè .... (motivi)": come ti farebbe sentire una mia affermazione del genere? (se sai cosa sono le identificazioni proiettive).
Come la sentiresti su di te, nel tuo spazio di vita (non mi dire non me ne frega niente, perchè qs risposta è troppo facile e difensiva, anche se molto intelligente, ma proprio per questo, contando sull'intelligenza, te ne chiedo una pertinente alla mia domanda, di risposta effettiva), il mio entrare in questo modo abusivo, dato che siamo in un forum e non conosciamo la reale sensibilita' di chi sta al di la' e la pregnanza che potrebbero avere per lui/lei le nostre parole nella "tua" sfera psicologica-emotiva?
Non mi sono mai sottratto a nessun tipo di confronto,e, se l'interlocutore e' interessante, non ho difficolta a mettermi in gioco. Come sempre.
Se gli argomenti diventano particolarmente intimi, c'e' sempre l'MP.
Ma sento un po' di irritazione in quello che mi dici...[non dirmi che e' una diagnosi, ti prego].
Non capisco bene cosa vuoi dire, anche perche' sei molto ricercata nell'esprimerti, ed io vengo dalla corsia ospedaliera...Tra l'altro, ho notato che in qualche post precedente, pur senza nominarlo in modo diretto, tu di fatto, hai citato C. Rogers ed il suo pensiero sull'influenza del rapporto genitori-figli sullo sviluppo dell'autenticita'.
E poi, hai dissertato sui vari destini del racket, in termini emotivi ed altro, ovvero, non hai fatto qualcosa di molto dissimile nè da francesca nè da altri, se provi a pensarci; solo i riferimenti culturali, in fondo, sono stati diversi, mi sembrerebbe.
Ciao, and we are all![]()
Se intendi che non mi limito a disquisire, ma tendo sempre ad analizzare tutto cio' che succede, allora si, e' cosi'. Fa parte del mio modo di essere quello di non scindere la complessita', ma accettarla complessivamente.
Come hai argutamente compreso nel tuo saluto
Se invece ti vuoi riferire a qualche mio inconscio bisogno...parliamone pure. Sono curioso anche io.![]()
Cara francesca, come ha fatto notare anche neuromancer, quello che ti avevo scritto non voleva dire semplicemente che la relazione emotiva esclude il processo di cura. Non mi sognerei mai di dire una cosa del genere. Ma quanti sostengono che ciò che favorisce il processo terapeutico non è la sola "empatia" del terapeuta parlano a ragion veduta. Si tratta di vivere, analista e paziente, questi bisogni profondi (che non sono sempre di dipendenza, ma possono essere di rifiuto, rabbia...) ma di potersi anche smarcare da questi per uscire da posizioni che sono ricorsive e limitanti. E qui rientra secondo me tutto il capitolo sulla pulsione di morte (ma come dicevo dalla mia posizione teorica preferisco parlare di tendenza alla chiusura del sistema paziente-analista, di reiterazione di funzionalità già note e fonte di sofferenza), con la paradossale ricerca di una soluzione che aliena, che allontana dalle possibilità di trasformazione strutturale.
Rispondere unicamente alla richiesta di accoglimento totale, quindi, può portare ad un appagamento illusorio perchè intrappola la coppia analitica nella posizione patogena di partenza. Come credo di averti già accennato, si tratta di "ballare coi passi del paziente introducendone però di nuovi" (Mitchell).
Un saluto
gieko
Sono perfettamente in linea con quanto affermi.
Ieri sono nadato ad una conferenza dal titolo:La ricerca della felicita'.
Dopo aver sentito le proposte di una filosofa che citava Socrate [conoscenza] e Nietzsche [volonta di potenza], ho proposto Epicuro, e il Principio del piacere.
Hanno concordato sul fatto che la spinta biologica e' verso la soddisfazione psico/fisica, in tutte le sue accezioni.
In analisi transazionale si parla di "ricerca di carezze", che e' sempre il solo e vero motivo di ogni interagire umano.
Se poi queste sono mancate da bambino, tutta la propria vita sara' orientata seplicemente da questo bisogno, anche quando apparentemente la persona lo neghera' e le rifiutera'.
Perdona la mia poca sensibilita' in questo frangente. Ma e' stata una scelta per alimentare un dibattito sul fine di gni psicoterapia.![]()
Ultima modifica di oscarmoreno : 22-11-2008 alle ore 13.23.53
Guarda, non per protrarre troppo che considero ormai irrispetttoso verso Francesca63, ma un supervisore ha proprio il ruolo di fare acquisire esperienza pratica (non teorica) senza combinare guai o come li chiami tu "disastri" (mi sembra).
Per quanti hanno poi scritto sulla "sacra neutralità dello psicoterapeuta", vorrei dire che penso difficile promuovere un sano rapporto terapeutico, senza il coraggio di giocarsi un po'; ciò ben inteso nel pieno rispetto della persona/paziente.
Non si tratta di dare una pacca sulle spalle a una persona depressa che ha una crisi di pianto, si tratta di riuscire a vivere quel pianto e a condividere quel pianto (che non significa piangere assieme): questo non và contro la trasformazione, ma la attua senza nascondersi dietro a paramentri sacri ( che servono a chi?).
Ciao Francesca63, visto che é la tua discussione. Lucio
Lucio Demetrio Regazzo
Ultima modifica di Johnny : 22-11-2008 alle ore 15.56.59
Per ora, ti rispondo solo a questo: per Diagnosi, si intendono ipotesi diagnostiche filtrate attraverso una griglia teorica di riferimento come hai fatto tu con francesca63, arbitrariamente, innanzitutto in due sensi: 1) sul forum di opsonline, è esplicitamente vietato dal regolamento, di fare diagnosi e consulenze online. Quindi,per non perseverare e non incorrere in eventuali sanzioni, forse, è meglio che ti rileggi il regoilamento che hai sottoscritto iscrivendoti.
2) La Diagnosi, in questo caso, psicologica,, con interpretazione delle varie dinamiche in gioco, come si fosse in un setting, o in una email privata, (vietata in qs forum) è espressamente riservata agli psicologi, psicologi clinici, psicoterapeuti, ai medici-chirururgi specializzati in psichiatria, in quanto, un medico, solo tale, puo' fare altri tipi di diagnosi,centrate su problematiche di salute fisica, (dove ha un'importanza centrale il suo contributo, se ben dato) ma nel momento in cui fa una diagnosi psicologica e, magari un intervento sullo stesso piano, compie un grave abuso di professione. L'unico caso in cui al medico non specializzato in psichiatria e, possibilmente, come ormai avviene sempre piu' spesso, in psicoterapia, è consentito intevenire su condizioni psicologiche, sono situazioni di estrema urgenza, in cui puo' essere a rischio la vita del paziente o di terzi, oppure in caso di deliri terrifici, in cui è necessario un pronto soccorso.
Un cuoco, non so come potrebbe agire in qs casi. Un cuoco che fa una diagnosi psicologica, credo si becchi una bella denuncia, a meno che non la faccia al cibo che sta cucinando, per stabilire se è sciapo o salato, e, cosi', magari, anche alle sue papille gustative
3° e non ultimo: ti sei domandato se la domanda di francesca, fosse realmente una "domanda?" Se rispondere è cortesia, come dici tu, ci sono anche domande che non vogliono una risposta o, magari, la contengono gia' in sè.
Ed ora, cortesemente, lasciamo il thread, al tema che gli è proprio, ovvero, il transfert, secondo le indicazioni della sua creatrice.
Mi sembra una doverosa forma di rispetto verso una persona che ha scelto uno spazio per parlare di un argomento che gli è caro, interagendo serenamente con gli altri.
Ciao![]()
Ultima modifica di RosadiMaggio : 22-11-2008 alle ore 18.06.37
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Caro Willy,
hai reso perfettamente l'idea. Dopo 6 mesi che frequento questo forum( la data che appare 2007 è errata) ho potuto dare risposte alla mia curiostà e ai miei dubbi, grazie a voi esperti che con la calma e pazienza cui siete addestrati, avete avuto la disponibilità di chiarire e spiegarmi il perchè alcune mie convizioni sono errate. In nessun libro di psicologia avrei trovato le intuizioni che mi avete trasmesso. Per esempio non pensavo che per l'analista, mantenere quella neutralità e minima partecipazione, fosse un lavoro gravoso ; ero convinta che mantenere quel distacco e quei silenzi fosse o puro "sadismo"o una caratteristica caratteriale o un sistema per reggere e sopravvivere alla continua raffica di tragedie, lamenti e tavolta anche provocazioni che siete costretti a sostenere per tante ore....Adesso ho capito che per voi sarebbe sicuramente più semplice instaurare una relazione più aperta, affettiva, amichevole. Mantenere sempre il controllo è certamente più faticoso che partecipare, offrire consigli, sorridere cordialmente. Infatti per controllare le vostre reazioni affettive anche inconsce e padroneggiare le reazioni, dovetete affrontare lunghi anni di addestramento. Il paziente lo avverte che anche voi "vi affezionate!". Forse l'analista che non si sporca le mani, che non si mette mai in gioco teme di non saper gestire il transfert del paziente o il suo controtransfert, oppure è troppo poco esperiente e troppo indottrinato.
Ma per chi, dalla parte del "consumatore- paziente", sente solo certi luoghi comuni a proposito dei terapeuti, come ad esempio i messaggi contenuti nei film di Woody Allen, o per chi fragile e sofferente inizia una psicoterapia, certo non è facile comprendere.
Il paziente si sente nella condizione(come ammette lo stesso Freud):"lanciando una moneta,se esce testa vinco io, se esce croce perdi tu!".
Non tutti i terapeuti hanno una preparazione o una sensibilità tale da intuire fino a che punto il paziente può reggere!
Poi c'è il transfert che induce il paziente ad una visione distorta della realtà.....gli stessi comportamenti che, nella fase iniziale della terapia, vengono vissuti in maniera tragica , col tempo, goccia a goccia come dici bene tu e raggiungendo una maggiore fiducia, empatia e complicità, si avvertono in modo quieto, normale, positivo.
Tutto questo però non significa che torno indietro circa la mia convinzione che comportamenti eccessivamente rigidi del'analista portano a nulla, anzi sono controproducenti. Solo un pò di EQUILIBRIO E FLESSIBILITA'....non ci vorrebbe poi tanto per risparmire tanto malessere al paziente!
Visto che in questa sede c'è chi fa "diagnosi", credo sia concesso fare solo ipotesi.. per cui mi piace, mi intriga, per mia libera scelta, "assumere il copione", del paziente classico....
Io mi permetto, mi sento libera di esprimere idee e porre quesiti. Non temo critiche dal punto di vista nè di pratica, nè teorico o professionale, perchè , non essendo nè un'esperta, nè uno studente o un tirocinante, mi posso permettere il lusso di esprimere le mie opinioni o scopiazzare, in quest'ultimo caso citando onestamente sempre la fonte . Sicuramente esprimo pensieri, per voi addetti, banali o errate, ....ma mettendoci sempre tanto cuore!
Potremmo parlare di transfert intellettualizato, o sublimato?
Vorrei alimentare il dibattito. Possiamo discutere questo tipo di transfert?
Tanti ciao![]()
Ultima modifica di francesca63 : 23-11-2008 alle ore 17.51.29
FRANCESCA
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)