Se lo scopo è quello di guarire il paziente, il fatto che si raggiunga questo scopo con un intervento chimico diretto sul cervello attraverso farmaci, oppure stimolando la produzione naturale delle giuste sostanze chimiche attraverso la parola, l’ascolto e l'interazione o transfert, non credo che dovrebbe dipendere dalla formazione accademica dello psicoterapeuta (medico o psicologo) ma dalla concreta situazione del paziente stesso e dal suo potenziale riabilitativo. Evitare i farmaci, quando è possibile, è naturalmente sempre cosa buona. Questo vale ad esempio anche per gli antibiotici, ma a chi ha la polmonite mi pare che sia il caso di somministrare gli antibiotici opportuni piuttosto che curarlo con impacchi caldi sul torace. Se invece si tratta di un po’ di irritazione superficiale delle prime viee aeree basterà una bella spalmata di Vick e qualche bevanda calda col miele per far sparire la tosse. Dipende dall’età e dalle condizioni generali del paziente, nonchè dall’entità e tipo della patologia in atto. Questo occhio clinico dovrebbe averlo qualunque psicoterapeuta, sia medico che psicologo, e decidere se i farmaci sono necessari o no, indipendentemente dal fatto che li possa o meno prescrivere lui stesso. L’importante è che il paziente guarisca, o quantomeno raggiunga il punto di salute e benessere massimo che può raggiungere, considerato il punto di patologia e disagio da cui parte. Così stando le cose, la psicoterapia migliore sarebbe quella offerta dallo psichiatra, visto che questi può alla bisogna anche prescrivere farmaci. C’è tuttavia il rischio che questa possibilità di ricorrere al deus-ex-machina spinga lo psichiatra a tagliar corto e prescrivere medicine prima di aver sondato tutte le possibilità di ottenere i cambiamenti desiderati con metodi (apparentemente) più lunghi ma più naturali e meno invasivi. Metodi che nel suo percorso formativo ha studiato meno a fondo degli psicologi. Il rischio per lo psicoterapeuta di formazione psicologica potrebbe essere invece quello di sottovalutare lo stato chimico-organico del cervello di chi gli sta di fronte e pensare di riuscire ad attivare i necessari processi risolutivi solo con interventi verbali, interattivi e di ascolto. Direi che ci sono buoni e cattivi psicoterapeuti e basta, e che per decidere da chi andare il paziente dovrebbe chiedere un po’ in giro e sapere come e da chi sono state curate persone con problemi simili ai suoi.
È sicuramente un peccato che nel nostro sistema giuridico e sanitario, non solo in Italia ma credo a livello mondiale, esistano due figure distinte che si occupano di curare la stessa cosa. Credo che questo faccia nascere dubbi ed incertezze non solo nei pazienti ma anche tra noi professionals. Ma forse questa è la conseguenza dello stato di incertezza filosofica in cui il mondo contemporaneo si trova. Prima esisteva la figura del neuropsichiatra, che negli anni ’80 è stata scissa in due figure professionali diverse, il neurologo e lo psichiatra, che evidentemente non si occupano più della stessa cosa. Ed a questi è stato aggiunto lo psicologo-psicoterapeuta.
Per stabilire chi-cura-che e chi-cura-meglio-che, in realtà dovremmo aver più certezze sull’ineffabile psiche, sul rapporto mente-cervello, sulla genetica molecolare e sui fenomeni elettrici e chimici dei nostri neuroni. La verità è che ne sappiamo poco. Descartes o Damasio? Personalmente non ho ancora risolto in modo definitivo la questione, ma comunque la si pensi sul nucleo intimo della persona, rimane il fatto che il cervello è pur sempre un organo fatto di materia proprio come lo stomaco o i reni, e far finta di ignorarlo mi sembra un fariseismo. Certamente i problemi mentali si producono anche per cause psicologiche e sociali, ma alla fine queste cause possono agire su di noi solo in quanto trasformate e codificate in impulsi elettrici e chimici che possono agire sul nostro cervello, quindi, per così dire, materializzate.
Qualcuno si è offeso perchè qualcun’ altro ha detto che “lo psicoterapeuta cura con le parole”. Francamente non ho capito il perchè, a me sembra la pura verità. Si tratta naturalmente di scegliere quelle giuste e darvi anche la giusta prosodia ed accompagnarle con la giusta mimica facciale e pronunciarle al momento giusto, e qui comincia il difficile. Senza mai perdere di vista il fatto che con quelle parole si vogliono attivare certi processi chimici ed elettrofisiologici in quel particolare cervello con quella particolare costellazione di capacità (fisico-chimiche) affettive ed intellettive, esperienze e memorie, che purtroppo non rivela nessuna TAC. Perciò sono importanti l’ascolto e l’osservazione ed il saper provocare in seduta risposte e comportamenti che ci rivelano cose che nessuna indagine strumentale ci può rivelare. Questa, naturalmente, è un’arte.
L’ideale sarebbe che ci fosse una sola figura professionale per gestire i problemi mentali, la quale fosse in grado di capire valore, limiti e conseguenze della stimolazione sia attraverso psicofarmaci sia attraverso la parola, l’ascolto e l’interazione personale.
La stessa parola “psicoterapia”, intesa come terapia della psiche fatta senza farmaci, mi sembra sbagliata a livello metacognitivo. La psico-terapia o terapia della psiche è una sola e si dovrebbe fare usando tutto ciò che è necessario per guarirla, in alternanza, combinazione e dosi da valutare a seconda delle singole necessità di ciascun paziente.