Sono
emozionato, davvero. Per la prima volta in questo forum si parla seriamente di counseling e, più in generale, di regolamentazione delle professioni.
Guglielmo a più riprese ha chiesto a quali sanzioni vada incontro un counselor che non rispetti il codice deontologico della propria associazione di riferimento.
Cominciamo col dire che un codice deontologico è un ulteriore vincolo che liberamente ogni professionista decide di darsi. Ulteriore, rispetto alle Leggi cui tutti i cittadini, indipendentemente dal lavoro che svolgono, sono vincolati (codice civile e codice penale).
Le associazioni di categoria che si danno un codice deontologico, parimenti ad un ordine professionale, prevedono - in caso di inadempienze - sanzioni di vario grado fino alla cancellazione dall'associazione stessa.
Naturalmente Guglielmo potebbe ribattere che uno psicologo radiato dall'albo non può più fare lo psicologo, mentre un counselor radiato da un'associazione se ne può fregare e continuare a fare il counselor. E questo in larga parte è vero.
Qui però la questione è un'altra: esistono sostanzialmente due visioni delle professione e, più in particolare, delle professioni così dette intellettuali.
Modello autorizzatorio
In Italia è ancora molto forte il così detto modello "autorizzatorio", quello cioé che ti impone, ai fini dell'esercizio di una certa professione, di possedere l'autorizzazione da parte di un ente specificamente preposto a ciò (nel nostro caso l'ordine professionale).
La caratteristica principale dell'ordine
dovrebbe (non è peregrino da parte mia l'uso del corsivo...) essere quella di tutelare i professionisti e, soprattutto, i clienti che usufruiscono della prestazione professionale.
La storia ci insegna chiaramente che le cose nel nostro paese sono andate diversamente ovvero nella direzione di favorire il così detto corporativismo, corporativismo che vediamo non solo nelle professioni intellettuali (pensiamo alle licenze di taxi, a quelle delle frequenze televisive, ai diritti della Lega calcio, alle banche, etc.).
La cosa
buffa è che oguno di noi quando parla delle liberalizzazioni altrui è sempre daccordo, ma guai a parlare delle proprie...
Il corporativismo, ovvero il modello autorizzatorio, si palesa in fenomeni quali: riserve professionali, rendite di posizione, parziale autogoverno, uniformità della professione, rigido controllo in entrata, limitazioni all’accesso, restrizioni alla pubblicità, tariffe minime e massime, divieto di esercizio della professione in forma societaria, etc.
Modello accreditatorio
Questo è, ad esempio, il modello anglosassone. Il sistema accreditatorio non si pone in alternativa a quello autorizzatorio, in termini di incompatibilità assoluta, ma spesso vige accanto al primo con finalità sue proprie.
Per sistema accreditatorio si intende un processo di valutazione sistematico e periodico svolto da un'agenzia esterna o da un altro organismo (un'associazione di categoria, ad esempio), il cui obiettivo è quello di verificare il possesso da parte delle strutture o dei professionisti di requisiti predeterminati che si ritiene influiscano sulla qualità della prestazione professionale. I principi fondamentali del sistema accreditatorio sono:
- il ruolo dell’autorizzazione è marginale: prima mi dimostri che sai lavorare e poi ti accredito;
- il ruolo dell’aggiornamento è centrale: l’accreditamento non è “a vita”, ma deve essere periodicamente rinnovato;
- il sistema è gerarchico: vi sono vari livelli di accreditamento;
- il sistema è selettivo e meritocratico;
- il sistema è centrato sulla concorrenza: vi sono più fonti di accreditamento;
- il sistema è elastico: facilita la nascita continua di nuove professioni.
Cosa succede in Europa?
La Comunità Europea, attraverso alcune Direttive, atti e indirizzi, negli ultimi 10 anni offre alcune linee guida rispetto alla tematica delle professioni intellettuali (e, più in generale, rispetto alla professioni):
- libera circolazione dei professionisti;
- libera circolazione dei titoli;
- creazione di piattaforme per l’armonizzazione dei curricula formativi;
- obbligo di aggiornamento permanente per tutti i professionisti;
- certificazione delle competenze e libretto formativo.
L’orientamento è quello di andare nella direzione di una sostanziale deregolamentazione delle professioni intellettuali incentivando il sistema accreditatorio.
Io personalmente, come tante altre volte ho detto e scritto, sono molto favorevole all'abolizione degli ordini. In alternativa ad una loro sostanziale ristrutturazione.
Se uno Stato stabilisce dei criteri minimi di esercizio di una professione trovo assolutamente vessatorio costringere il singolo a doversi iscrivere obbligatoriamente ad un ordine professionale.
La cosa strana è che, in quei paesi dove non esistono vincoli professionali, si registrano un numero più basso di abusi rispetto a quei paesi dove invece le professioni sono regolamentate.
Per rimanere in tema potremo citare la Francia, dove non esiste l'ordine degli psicologi e dove la professione non è regolamentata (a dire il vero esiste una Legge di regolamentazione, ma non esiste il decreto attuativo e dunque da molti anni la stessa è giacente nei meandri del parlamento d'oltralpe). Esiste però la FFPP cioé la Federazione Francese di Psicoterapia e Psicoanalisi presieduta, se non sbaglio, dal grande Serge Ginger.
Per uscire dal tema, invece, potremo accennare alle modalità con cui è possibile a Londra fare il taxista. Unico requisito: avere quell'
orribile taxi come usano da quelle parti... cioé: non esiste il concetto di licenza come lo intendiamo noi in Italia.
Stiamo però attenti a non confondere la deregolamentazione con l'assenza di regole... non è così: per deregolamentazione si deve intendere l'assenza di vincoli posti da uno Stato all'esercizio di una professione (contingentazione, obbligo di iscrizione all'ordine, etc.) che è cosa ben diversa dall'assenza di regole.
Peraltro, proprio in Italia, la regolanetazione della psicologia ha seguito precise regole corporative. Come anche i muri ormai sanno vi è una chiara scollatura tra il "paese reale" (mi si passi il termine...) e quello che la 56/89 ha
preteso di regolamentare.
L'esempio più lampante è quello della psicoanalisi.
Si è fatta una Legge senza tenere in debita considerazione la storia e la cultura di una professione che già da decine di anni c'era e si esercitava.
Lo stesso si potrebbe dire per la psicoterapia. Strana disciplina, quest'ultima: in quanto non è considerata una professione a se stante (come nella quasi totalità del mondo civile...), ma una specializzazione di area psicologica e medica. Ed ecco che, come successo alcuni anni fa, ci siamo trovati di fronte ad uno psicoterapeuta formatosi in austria (non psicologo) che è venuto a lavorare in Italia (libera circolazione dei titoli e delle professioni, avete presente?). Ma non essendo psicologo l'ordine gli ha risposto picche... peccato che con la sentenza 1279/2005 la la IV sezione del consiglio di stato gli abbia dato ragione... ora lui fa "felicemente" lo psicoterapeuta in Italia senza essere psicologo o medico.
E altri ne arriveranno... è solo questione di tempo...