
Originalmente inviato da
francesca63
Caro Charlie, se continui a non avere fiducia nella psicoterapia dopo le infinite spiegazioni che gli esperti, con molta disponibilità, ti hanno fornito credo sia per te più utile dirigerti verso altre direzioni più empiriche e materialistiche. Riporto alcuni brani di un libro molto interessante:"Pensare con il corpo"di Rudiger Dahlke.
Tutta la nostra educazione, il nostro sistema morale e in fin dei conti la medicina classica riflettono l'idea che il manovratore (ovvero quel qualcosa che coordina tutto ciò che accade nel nostro organismo) sia pazzo e che per questo vada tenuto a bada con precetti morali, con la volontà e con l'esercizio, e condotto sulla retta via con punizioni, antibiotici, vaccini, vitamine, operazioni o coercizioni, a seconda dei casi, per evitare che la sua natura illogica e incontrollabile porti una persona verso l'autodistruzione. E che se non lo facciamo possa succedere di tutto.
Questo concetto non solo pervade, ma chiaramente sottende buona parte della medicina e della psicoterapia figlie di questo secolo. Da qui la nozione che una dose di buon senso somministrata dall'esterno possa 'rimettere in carreggiata' il nostro organismo (in campo medico), il nostro inconscio (in campo psicoterapeutico) e la nostra volontà (in campo educativo e scolastico). Il presupposto è che la trasmissione forzata di valori al figlio, allo studente o al paziente sia indispensabile, come se la persona di per sé non fosse già animata da un'organizzazione sana che vuole solo il meglio.
Ora, in vari campi, inizia ad emergere un altro orientamento e molti studiosi forniscono una diversa valutazione di ciò che l'organismo produce spontaneamente, vedendo nel sintomo un tentativo dell'organismo stesso di riorganizzarsi in maniera più sana e di 'guarirsi'. In base a questa idea innovativa, si cominciano a prendere sul serio le allucinazioni dei malati di mente, proprio come solo in quest'ultimo secolo si è fatto con i sogni. Se prima di Freud essi erano giudicati a loro volta deliri privi di senso, oggi, grazie alla psicanalisi e a tutte le sue più svariate diramazioni, sono ampiamente riconosciuti e utilizzati come strumenti di crescita personale, sia per i loro messaggi simbolici sia in quanto forme d'arte spontanea.
Se dunque dare attenzione a un sintomo può essere vantaggioso per comprendere il messaggio che porta con sé, non è sempre detto che una malattia, lasciata a se stessa, guarisca da sola così come fa un'influenza (in una settimana senza interventi, in soli sette giorni invece con gli antibiotici).
In alcuni casi - come ad esempio per una meningite o una polmonite - può essere infatti vantaggioso sopprimere o limitare i danni a un certo livello, riservandosi poi di comprenderne il significato. Ciò che conta non è come si interviene, ma l'atteggiamento di chi riconosce alla malattia una sua motivazione, una logica, un'intelligenza, una dignità e una funzionalità anche se su piani che sfuggono l'evidenza. E questo richiede un approccio terapeutico che vada più precisamente nel senso etimologico della parola.
Diverso dalla sua accezione comune è infatti il significato originario del termine greco 'therapeia', ovvero servizio, accompagnamento, assistenza.
Un significato al quale il 'terapeuta' può attenersi nello svolgere il suo ruolo, accompagnando e assistendo il processo spontaneo di crescita dell'altro, cioè mettendo a disposizione dell'organismo le informazioni che, in base alla propria intuizione, esperienza e creatività appaiono opportune e necessarie per sostenere il processo in corso, non per interromperlo.
E' presuntuoso eliminare una malattia, un disagio, una difficoltà, senza curarsi del senso profondo che può avere per l'individuo sostituendosi - in quanto medici, psicoterapeuti, insegnanti, genitori - con le poche informazioni che si possiedono sull'altro (spesso mescolate con le proprie proiezioni personali) all'enorme quantità di informazioni a disposizione dell'organismo della persona che si ha davanti, pretendendo di spiazzare con le proprie certezze e con le proprie conclusioni l'altrui processo spontaneo di crescita.
Un elemento chiave in questo tipo di servizio è il rispetto, ovvero il senso della sacralità del processo in corso nell'altro. Si tratta di una sacralità facilmente riconosciuta da chi ha un approccio non strettamente materialistico, ma che, può applicarsi altrettanto bene alla medicina, alla psicoterapia, all'educazione.
A questo punto, che poi il processo di crescita avvenga per mezzo di una malattia, di un disagio, di una difficoltà di apprendimento, di un'espressione di qualità artistiche o sportive o altro non ha più importanza.
Scrive James Hillman, uno dei più attivi psicanalisti neojunghiani, nella sua opera Il codice dell'anima, dopo un'accurata descrizione delle più svariate difficoltà scolastiche di alcuni tra i personaggi di maggior talento del nostro secolo, da Churchill a Matisse, da Picasso a Thomas Mann, da John Lennon a Woody Allen : "Forse dovremmo leggere in altro modo i dati dei disturbi dell'apprendimento e i casi di difficoltà scolastiche. Piuttosto che 'non riusciva a scuola', dovremmo leggere : 'si è salvato dalla scuola'... Ma quale genitore e quale psicologo sono in grado di arrampicarsi così in alto e di avere la vista così buona ? E quale bambino, anche se è un 'genio', potrebbe rimanere ostinatamente attaccato alle proprie intuizioni, se non vi fosse spinto dall'incomprensione più totale o da sintomi inabilitanti come la dislessia, un deficit dell'attenzione, le allergie, l'asma, l'iperattività, tutti disturbi che possono allontanare il bambino dalla scuola ? Dalla scuola, ho detto, ma non dall'imparare; dall'istruzione, ma non dall'intuizione, non da quella certa qual cecità che apre altri tipi di vista".
Per quanto assurdo possa sembrare, è chiaro a questo punto che per chi si muove in questo nuovo territorio non può più esistere qualcosa come la 'terapia' convenzionalmente intesa. Esiste piuttosto un processo di autoregolazione basato sulle informazioni a disposizione.
In questo senso anche la diagnosi assume un diverso significato. Se in termini convenzionali infatti il processo diagnostico consiste in una raccolta di informazioni separata dal processo di guarigione, in base ai nuovi presupposti il processo stesso di acquisizione di informazioni che permette all'organismo scelte diverse è quindi già di per sé 'guarigione'.
Una volta che le informazioni necessarie e sufficienti per riorientare il processo siano a disposizione di chi vive il processo in prima persona, questo riorientamento può avvenire anche automaticamente.
Il sintomo non è che una zona d'ombra da indagare, come un aspetto di sé che non si riesce a vivere e a concretizzare. Nel sintomo è già presente la parte di sé che ancora non è emersa alla coscienza. In questo senso, prendere coscienza degli aspetti di sé sui quali il sintomo chiede di portare l'attenzione porta a completarsi, quindi a guarire.
Una volta ritrovato così ciò che manca nella propria vita, in genere il sintomo non ha più ragione di essere.
La malattia rappresenta dunque un completamento, ma se l'organismo in genere è disponibile ai cambiamenti necessari, non è detto che lo sia anche l'individuo. Dopo tutto, come un programma di computer, non fa quello che si vuole, ma quello che può fare in base a ciò che gli si dice.
E' questo uno dei motivi per cui, in caso di gravi malattie, alcune volte una persona, comprendendo il messaggio intrinseco dei suoi sintomi, accetta di cambiare, scegliendo un modo diverso e meno pericoloso di completarsi, ma spesso, quando rifiuta di raccogliere le nuove informazioni portate dalla malattia, finisce col delegare a quest'ultima la compensazione dello squilibrio dell'anima.
Tutto questo implica sostanzialmente che ogni situazione in cui ci si trova o la malattia che si ha è sempre la migliore soluzione a disposizione in quel preciso momento, sulla base delle informazioni di cui si dispone. Tuttavia, queste informazioni possono essere ampliate - questo è l'obiettivo fondamentale della terapia - per arrivare a una soluzione più opportuna.
Ma se sopprimiamo dall'esterno quel tipo di organizzazione, quella malattia o quel disagio (che forse chiamiamo così solo perché non abbiamo in mano informazioni più complete), l'organizzazione che ne verrà fuori non potrà che essere di seconda scelta, di nome e di fatto, e quindi meno appropriata al bisogno dell'individuo. Perché la prima scelta era già stata fatta. E non solo: dal momento che molte volte l'acquisizione delle informazioni porta a scoprire che la posizione in cui ci troviamo - che spesso chiamiamo malattia - continua a rimanere la migliore per noi in quel momento, in una grande quantità di casi guarire significa semplicemente osservare, comprendere e onorare quello che succede, invece che interromperlo o modificarlo.
Facciamo un esempio: quante donne, quando non desiderano un rapporto sessuale dicono che hanno mal di testa ? Tante, e si tratta di quelle che hanno trovato una soluzione creativa al problema. Almeno altrettante hanno mal di testa davvero, per lo stesso motivo, ma forse non lo sanno e lo sopprimono con un analgesico. Una minoranza si prende la responsabilità di dire al partner che non ne ha voglia (e anche se poi può trovarsi ad affrontare un altro ordine di problemi nella relazione, raramente soffre di mal di testa al momento di mettersi a letto). Una donna che ha davvero mal di testa in questa situazione specifica può vivere il disturbo come una malattia e - se gli analgesici non servono - rivolgersi al medico.
Nel momento in cui questo la aiuti ad acquisire informazioni sulla funzionalità del disturbo (e spesso è sufficiente che le chieda 'Quando compare? E cosa le impedisce di fare?'), la stessa donna può decidere di tenersi il sintomo, smettere di viverlo come una malattia e onorarlo invece per la sua funzionalità, perché per lei è più conveniente rispetto alla fatica che spesso deriva dall'assumersi la responsabilità del proprio bisogno (in questo caso quello di non avere un rapporto sessuale quando non lo desidera), e continuare a scegliere questa soluzione finchè non si sentirà sufficientemente matura, organizzata o pronta a modificare il suo rapporto con l'altro, introducendovi anche una maggiore chiarezza sui suoi bisogni personali.
I diversi modi di prendersi cura del proprio bisogno che abbiamo delineato nell'esempio (parlare col partner, dire che abbiamo mal di testa, averlo per davvero in mancanza di una consapevolezza del bisogno reale) sono tutti rispettabili.
E se da una parte è giusto informare e informarci delle varie possibilità che abbiamo a disposizione per risolvere un problema, il medico o il terapeuta non può certo arrogarsi il diritto di giudicare o di sostituire ciò che sarebbe più economico o funzionale secondo lui con ciò che (allo stato attuale delle cose) lo è per noi. La storia e l'educazione di ciascuno è così individuale che, mai come quando è in gioco l'evoluzione personale, è funzionale che ognuno scelga la soluzione che ritiene più opportuna.
Riassumendo brevemente questo esempio abbiamo: una donna che ha una necessità (quella di poter scegliere quando avere un rapporto), ma che non si riconosce questo bisogno come legittimo o coerente con la propria identità. Il sintomo, cioè il mal di testa, esprime questo bisogno e quindi, già di per sé completa - e forse si potrebbe dire guarisce - la persona. Il nucleo della persona ha quindi ritrovato la sua completezza, ma la sua identità cosciente non ancora. Si aprono però nuove possibilità.
La persona, se riconosce 'intelligenza' al suo sintomo, può cercare di capire cosa il sintomo fa per lei e farlo in altro modo, per esempio parlando al suo compagno della necessità di partecipare alla scelta del momento in cui avere rapporti o, nel caso in cui questa strada non sia percorribile, cercando altre forme creative per ottenere lo stesso scopo. Magari può dire di avere il mal di testa invece di averlo veramente. Oppure può tenersi il mal di testa pur sapendo esattamente perché è venuto, ma rendendosi conto di avere difficoltà a praticare strade alternative. Oppure ancora può tenersi il mal di testa anche senza capire perché è venuto, ma sapendo che avrà pure una sua funzione e collocazione, anche se al momento non sono chiare e forse non lo saranno mai.