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  1. #121
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84
    La cura ''definitiva'' e ''incontrovertibile'' in senso psicologico non esiste e non esisterà mai. Significa, in senso antropologico più ampio, voler disporre di un 'RIMEDIO' al dolore e all'insostenibilità dell'esistenza: questa è la configurazione antropologica racchiusa nel concetto di cura psicologica. Le cose che dici sembrano ovvie e nel caso di una nevrosi anche auspicabili: ma cosa significa 'guarire' in senso psicologico? Significa aver scacciato via ''per sempre'' il dolore dalla mente? Questo ti aspetti dalla psicoterapia? Aspettativa ampiamente delusa.
    No, mi aspetto solo che certi problemi esistenziali che pongo (quelli per me veramente importanti in ambito relazionale) vengano risolti in modo efficace così come chiedo ad un dentista di curare una carie: il mal di denti e non poter masticare agevolmente per me già rappresenta un problema esistenziale e grazie al dentista trovo un rimedio soddisfacente per questo problema (a parte il costo degli interventi ).

    Poi comunque per non deludere nessuno basta non promettere mai quel che non si può dare. Se vi accorgete che è presente l'aspettativa di trovare una soluzione per certi problemi esistenziali che non siete capaci di trattare o far risolvere all'utente, comunicatelo, siate chiari, così non si innescano questo tipo di dinamiche, in questo senso dicevo di essere trasparenti nell'esporre quel che si può ottenere e come.
    Senza arrivare ai massimi sistemi forse è presente una domanda di aiuto ma l'offerta semplicemente non soddisfa affatto quella domanda ma altre esigenze: per comprendersi veramente è necessario essere chiari.

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84
    Dolore e morte, come ha ampiamente mostrato l'analitica esistenziale, sono 'forme' dell'essere e dell'essere uomo e la ''follia'' dell'Occidente, di cui parlavo, è certamente 'volontà di potenza' quando ancora permane in quell'atteggiamento di ''fede'' nell'oltrepassamento di un ''eterno'' (la morte, per esempio,è un ''eterno'' e cioè l'apparire costante di quella forma che chiamiamo ''morte'')...
    Il dolore e la morte in generale possono anche essere necessari, ma spesso non si chiede di togliere il dolore e la morte in generale dalla propria esistenza, ma solo di risolvere certi problemi specifici che causano dolore e morte. Poi se questi problemi non si possono risolvere, semplicemente non esistono rimedi.

  2. #122
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    25-03-2008
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    così come chiedo ad un dentista di curare una carie: il mal di denti e non poter masticare agevolmente per me già rappresenta un problema esistenziale e grazie al dentista trovo un rimedio
    Ma sei proprio fissato co sti interventi ''ortopedici'' eh?!
    Prova a pensare alla psicoterapia (e alla psicoanalisi...)in maniera diversa, che sia distante dalla visione 'medica' della vita...
    A parte questo, è sempre un piacere risponderti!

    Saluti,
    Luigi

  3. #123
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    13-06-2007
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    No, mi aspetto solo che certi problemi esistenziali che pongo (quelli per me veramente importanti in ambito relazionale) vengano risolti in modo efficace così come chiedo ad un dentista di curare una carie: il mal di denti e non poter masticare agevolmente per me già rappresenta un problema esistenziale e grazie al dentista trovo un rimedio soddisfacente per questo problema (a parte il costo degli interventi ).

    Poi comunque per non deludere nessuno basta non promettere mai quel che non si può dare. Se vi accorgete che è presente l'aspettativa di trovare una soluzione per certi problemi esistenziali che non siete capaci di trattare o far risolvere all'utente, comunicatelo, siate chiari, così non si innescano questo tipo di dinamiche, in questo senso dicevo di essere trasparenti nell'esporre quel che si può ottenere e come.
    Senza arrivare ai massimi sistemi forse è presente una domanda di aiuto ma l'offerta semplicemente non soddisfa affatto quella domanda ma altre esigenze: per comprendersi veramente è necessario essere chiari.

    Il dolore e la morte in generale possono anche essere necessari, ma spesso non si chiede di togliere il dolore e la morte in generale dalla propria esistenza, ma solo di risolvere certi problemi specifici che causano dolore e morte. Poi se questi problemi non si possono risolvere, semplicemente non esistono rimedi.
    Caro Charlie, se continui a non avere fiducia nella psicoterapia dopo le infinite spiegazioni che gli esperti, con molta disponibilità, ti hanno fornito credo sia per te più utile dirigerti verso altre direzioni più empiriche e materialistiche. Riporto alcuni brani di un libro molto interessante:"Pensare con il corpo"di Jader Tolja.
    Tutta la nostra educazione, il nostro sistema morale e in fin dei conti la medicina classica riflettono l'idea che il manovratore (ovvero quel qualcosa che coordina tutto ciò che accade nel nostro organismo) sia pazzo e che per questo vada tenuto a bada con precetti morali, con la volontà e con l'esercizio, e condotto sulla retta via con punizioni, antibiotici, vaccini, vitamine, operazioni o coercizioni, a seconda dei casi, per evitare che la sua natura illogica e incontrollabile porti una persona verso l'autodistruzione. E che se non lo facciamo possa succedere di tutto.
    Questo concetto non solo pervade, ma chiaramente sottende buona parte della medicina e della psicoterapia figlie di questo secolo. Da qui la nozione che una dose di buon senso somministrata dall'esterno possa 'rimettere in carreggiata' il nostro organismo (in campo medico), il nostro inconscio (in campo psicoterapeutico) e la nostra volontà (in campo educativo e scolastico). Il presupposto è che la trasmissione forzata di valori al figlio, allo studente o al paziente sia indispensabile, come se la persona di per sé non fosse già animata da un'organizzazione sana che vuole solo il meglio.
    Ora, in vari campi, inizia ad emergere un altro orientamento e molti studiosi forniscono una diversa valutazione di ciò che l'organismo produce spontaneamente, vedendo nel sintomo un tentativo dell'organismo stesso di riorganizzarsi in maniera più sana e di 'guarirsi'. In base a questa idea innovativa, si cominciano a prendere sul serio le allucinazioni dei malati di mente, proprio come solo in quest'ultimo secolo si è fatto con i sogni. Se prima di Freud essi erano giudicati a loro volta deliri privi di senso, oggi, grazie alla psicanalisi e a tutte le sue più svariate diramazioni, sono ampiamente riconosciuti e utilizzati come strumenti di crescita personale, sia per i loro messaggi simbolici sia in quanto forme d'arte spontanea. Ciò che conta non è come si interviene, ma l'atteggiamento di chi riconosce alla malattia una sua motivazione, una logica, un'intelligenza, una dignità e una funzionalità anche se su piani che sfuggono l'evidenza. E questo richiede un approccio terapeutico che vada più precisamente nel senso etimologico della parola.
    Diverso dalla sua accezione comune è infatti il significato originario del termine greco 'therapeia', ovvero servizio, accompagnamento, assistenza.
    Un significato al quale il 'terapeuta' può attenersi nello svolgere il suo ruolo, accompagnando e assistendo il processo spontaneo di crescita dell'altro, cioè mettendo a disposizione dell'organismo le informazioni che, in base alla propria intuizione, esperienza e creatività appaiono opportune e necessarie per sostenere il processo in corso, non per interromperlo.
    E' presuntuoso eliminare una malattia, un disagio, una difficoltà, senza curarsi del senso profondo che può avere per l'individuo sostituendosi - in quanto medici, psicoterapeuti, insegnanti, genitori - con le poche informazioni che si possiedono sull'altro (spesso mescolate con le proprie proiezioni personali) all'enorme quantità di informazioni a disposizione dell'organismo della persona che si ha davanti, pretendendo di spiazzare con le proprie certezze e con le proprie conclusioni l'altrui processo spontaneo di crescita.
    Un elemento chiave in questo tipo di servizio è il rispetto, ovvero il senso della sacralità del processo in corso nell'altro. Si tratta di una sacralità facilmente riconosciuta da chi ha un approccio non strettamente materialistico, ma che, può applicarsi altrettanto bene alla medicina, alla psicoterapia, all'educazione.
    A questo punto, che poi il processo di crescita avvenga per mezzo di una malattia, di un disagio, di una difficoltà di apprendimento, di un'espressione di qualità artistiche o sportive o altro non ha più importanza.
    Scrive James Hillman, uno dei più attivi psicanalisti neojunghiani, nella sua opera Il codice dell'anima, dopo un'accurata descrizione delle più svariate difficoltà scolastiche di alcuni tra i personaggi di maggior talento del nostro secolo, da Churchill a Matisse, da Picasso a Thomas Mann, da John Lennon a Woody Allen : "Forse dovremmo leggere in altro modo i dati dei disturbi dell'apprendimento e i casi di difficoltà scolastiche. Piuttosto che 'non riusciva a scuola', dovremmo leggere : 'si è salvato dalla scuola'... Ma quale genitore e quale psicologo sono in grado di arrampicarsi così in alto e di avere la vista così buona ? E quale bambino, anche se è un 'genio', potrebbe rimanere ostinatamente attaccato alle proprie intuizioni, se non vi fosse spinto dall'incomprensione più totale o da sintomi inabilitanti come la dislessia, un deficit dell'attenzione, le allergie, l'asma, l'iperattività, tutti disturbi che possono allontanare il bambino dalla scuola ? Dalla scuola, ho detto, ma non dall'imparare; dall'istruzione, ma non dall'intuizione, non da quella certa qual cecità che apre altri tipi di vista".
    Per quanto assurdo possa sembrare, è chiaro a questo punto che per chi si muove in questo nuovo territorio non può più esistere qualcosa come la 'terapia' convenzionalmente intesa. Esiste piuttosto un processo di autoregolazione basato sulle informazioni a disposizione.
    In questo senso anche la diagnosi assume un diverso significato. Se in termini convenzionali infatti il processo diagnostico consiste in una raccolta di informazioni separata dal processo di guarigione, in base ai nuovi presupposti il processo stesso di acquisizione di informazioni che permette all'organismo scelte diverse è quindi già di per sé 'guarigione'.
    Una volta che le informazioni necessarie e sufficienti per riorientare il processo siano a disposizione di chi vive il processo in prima persona, questo riorientamento può avvenire anche automaticamente.
    Il sintomo non è che una zona d'ombra da indagare, come un aspetto di sé che non si riesce a vivere e a concretizzare. Nel sintomo è già presente la parte di sé che ancora non è emersa alla coscienza. In questo senso, prendere coscienza degli aspetti di sé sui quali il sintomo chiede di portare l'attenzione porta a completarsi, quindi a guarire.
    Una volta ritrovato così ciò che manca nella propria vita, in genere il sintomo non ha più ragione di essere.
    La malattia rappresenta dunque un completamento, ma se l'organismo in genere è disponibile ai cambiamenti necessari, non è detto che lo sia anche l'individuo. Dopo tutto, come un programma di computer, non fa quello che si vuole, ma quello che può fare in base a ciò che gli si dice.
    E' questo uno dei motivi per cui, in caso di gravi malattie, alcune volte una persona, comprendendo il messaggio intrinseco dei suoi sintomi, accetta di cambiare, scegliendo un modo diverso e meno pericoloso di completarsi, ma spesso, quando rifiuta di raccogliere le nuove informazioni portate dalla malattia, finisce col delegare a quest'ultima la compensazione dello squilibrio dell'anima.
    Tutto questo implica sostanzialmente che ogni situazione in cui ci si trova o la malattia che si ha è sempre la migliore soluzione a disposizione in quel preciso momento, sulla base delle informazioni di cui si dispone. Tuttavia, queste informazioni possono essere ampliate - questo è l'obiettivo fondamentale della terapia - per arrivare a una soluzione più opportuna.
    Ma se sopprimiamo dall'esterno quel tipo di organizzazione, quella malattia o quel disagio (che forse chiamiamo così solo perché non abbiamo in mano informazioni più complete), l'organizzazione che ne verrà fuori non potrà che essere di seconda scelta, di nome e di fatto, e quindi meno appropriata al bisogno dell'individuo. Perché la prima scelta era già stata fatta. E non solo: dal momento che molte volte l'acquisizione delle informazioni porta a scoprire che la posizione in cui ci troviamo - che spesso chiamiamo malattia - continua a rimanere la migliore per noi in quel momento, in una grande quantità di casi guarire significa semplicemente osservare, comprendere e onorare quello che succede, invece che interromperlo o modificarlo.
    Facciamo un esempio: quante donne, quando non desiderano un rapporto sessuale dicono che hanno mal di testa ? Tante, e si tratta di quelle che hanno trovato una soluzione creativa al problema. Almeno altrettante hanno mal di testa davvero, per lo stesso motivo, ma forse non lo sanno e lo sopprimono con un analgesico. Una minoranza si prende la responsabilità di dire al partner che non ne ha voglia (e anche se poi può trovarsi ad affrontare un altro ordine di problemi nella relazione, raramente soffre di mal di testa al momento di mettersi a letto). Una donna che ha davvero mal di testa in questa situazione specifica può vivere il disturbo come una malattia e - se gli analgesici non servono - rivolgersi al medico.
    Nel momento in cui questo la aiuti ad acquisire informazioni sulla funzionalità del disturbo (e spesso è sufficiente che le chieda 'Quando compare? E cosa le impedisce di fare?'), la stessa donna può decidere di tenersi il sintomo, smettere di viverlo come una malattia e onorarlo invece per la sua funzionalità, perché per lei è più conveniente rispetto alla fatica sostituire ciò che sarebbe più economico o funzionale secondo lui con ciò che (allo stato attuale delle cose) lo è per noi. La storia e l'educazione di ciascuno è così individuale che, che spesso deriva dall'assumersi la responsabilità del proprio bisogno (in questo caso quello di non avere un rapporto sessuale quando non lo desidera), e continuare a scegliere questa soluzione finchè non si sentirà sufficientemente matura, organizzata o pronta a modificare il suo rapporto con l'altro, introducendovi anche una maggiore chiarezza sui suoi bisogni personali.
    I diversi modi di prendersi cura del proprio bisogno che abbiamo delineato nell'esempio (parlare col partner, dire che abbiamo mal di testa, averlo per davvero in mancanza di una consapevolezza del bisogno reale) sono tutti rispettabili.
    E se da una parte è giusto informare e informarci delle varie possibilità che abbiamo a disposizione per risolvere un problema, il medico o il terapeuta non può certo arrogarsi il diritto di giudicare o di mai come quando è in gioco l'evoluzione personale, è funzionale che ognuno scelga la soluzione che ritiene più opportuna.
    Riassumendo brevemente questo esempio abbiamo: una donna che ha una necessità (quella di poter scegliere quando avere un rapporto), ma che non si riconosce questo bisogno come legittimo o coerente con la propria identità. Il sintomo, cioè il mal di testa, esprime questo bisogno e quindi, già di per sé completa - e forse si potrebbe dire guarisce - la persona. Il nucleo della persona ha quindi ritrovato la sua completezza, ma la sua identità cosciente non ancora. Si aprono però nuove possibilità.
    La persona, se riconosce 'intelligenza' al suo sintomo, può cercare di capire cosa il sintomo fa per lei e farlo in altro modo, per esempio parlando al suo compagno della necessità di partecipare alla scelta del momento in cui avere rapporti o, nel caso in cui questa strada non sia percorribile, cercando altre forme creative per ottenere lo stesso scopo. Magari può dire di avere il mal di testa invece di averlo veramente. Oppure può tenersi il mal di testa pur sapendo esattamente perché è venuto, ma rendendosi conto di avere difficoltà a praticare strade alternative. Oppure ancora può tenersi il mal di testa anche senza capire perché è venuto, ma sapendo che avrà pure una sua funzione e collocazione, anche se al momento non sono chiare e forse non lo saranno mai.
    Ultima modifica di francesca63 : 22-02-2009 alle ore 17.19.46
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  4. #124
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Caro Charlie, se continui a non avere fiducia nella psicoterapia dopo le infinite spiegazioni che gli esperti, con molta disponibilità, ti hanno fornito credo sia per te più utile dirigerti verso altre direzioni più empiriche e materialistiche. Riporto alcuni brani di un libro molto interessante:"Pensare con il corpo"di Rudiger Dahlke.
    Tutta la nostra educazione, il nostro sistema morale e in fin dei conti la medicina classica riflettono l'idea che il manovratore (ovvero quel qualcosa che coordina tutto ciò che accade nel nostro organismo) sia pazzo e che per questo vada tenuto a bada con precetti morali, con la volontà e con l'esercizio, e condotto sulla retta via con punizioni, antibiotici, vaccini, vitamine, operazioni o coercizioni, a seconda dei casi, per evitare che la sua natura illogica e incontrollabile porti una persona verso l'autodistruzione. E che se non lo facciamo possa succedere di tutto.
    Questo concetto non solo pervade, ma chiaramente sottende buona parte della medicina e della psicoterapia figlie di questo secolo. Da qui la nozione che una dose di buon senso somministrata dall'esterno possa 'rimettere in carreggiata' il nostro organismo (in campo medico), il nostro inconscio (in campo psicoterapeutico) e la nostra volontà (in campo educativo e scolastico). Il presupposto è che la trasmissione forzata di valori al figlio, allo studente o al paziente sia indispensabile, come se la persona di per sé non fosse già animata da un'organizzazione sana che vuole solo il meglio.
    Ora, in vari campi, inizia ad emergere un altro orientamento e molti studiosi forniscono una diversa valutazione di ciò che l'organismo produce spontaneamente, vedendo nel sintomo un tentativo dell'organismo stesso di riorganizzarsi in maniera più sana e di 'guarirsi'. In base a questa idea innovativa, si cominciano a prendere sul serio le allucinazioni dei malati di mente, proprio come solo in quest'ultimo secolo si è fatto con i sogni. Se prima di Freud essi erano giudicati a loro volta deliri privi di senso, oggi, grazie alla psicanalisi e a tutte le sue più svariate diramazioni, sono ampiamente riconosciuti e utilizzati come strumenti di crescita personale, sia per i loro messaggi simbolici sia in quanto forme d'arte spontanea.
    Se dunque dare attenzione a un sintomo può essere vantaggioso per comprendere il messaggio che porta con sé, non è sempre detto che una malattia, lasciata a se stessa, guarisca da sola così come fa un'influenza (in una settimana senza interventi, in soli sette giorni invece con gli antibiotici).
    In alcuni casi - come ad esempio per una meningite o una polmonite - può essere infatti vantaggioso sopprimere o limitare i danni a un certo livello, riservandosi poi di comprenderne il significato. Ciò che conta non è come si interviene, ma l'atteggiamento di chi riconosce alla malattia una sua motivazione, una logica, un'intelligenza, una dignità e una funzionalità anche se su piani che sfuggono l'evidenza. E questo richiede un approccio terapeutico che vada più precisamente nel senso etimologico della parola.
    Diverso dalla sua accezione comune è infatti il significato originario del termine greco 'therapeia', ovvero servizio, accompagnamento, assistenza.
    Un significato al quale il 'terapeuta' può attenersi nello svolgere il suo ruolo, accompagnando e assistendo il processo spontaneo di crescita dell'altro, cioè mettendo a disposizione dell'organismo le informazioni che, in base alla propria intuizione, esperienza e creatività appaiono opportune e necessarie per sostenere il processo in corso, non per interromperlo.
    E' presuntuoso eliminare una malattia, un disagio, una difficoltà, senza curarsi del senso profondo che può avere per l'individuo sostituendosi - in quanto medici, psicoterapeuti, insegnanti, genitori - con le poche informazioni che si possiedono sull'altro (spesso mescolate con le proprie proiezioni personali) all'enorme quantità di informazioni a disposizione dell'organismo della persona che si ha davanti, pretendendo di spiazzare con le proprie certezze e con le proprie conclusioni l'altrui processo spontaneo di crescita.
    Un elemento chiave in questo tipo di servizio è il rispetto, ovvero il senso della sacralità del processo in corso nell'altro. Si tratta di una sacralità facilmente riconosciuta da chi ha un approccio non strettamente materialistico, ma che, può applicarsi altrettanto bene alla medicina, alla psicoterapia, all'educazione.
    A questo punto, che poi il processo di crescita avvenga per mezzo di una malattia, di un disagio, di una difficoltà di apprendimento, di un'espressione di qualità artistiche o sportive o altro non ha più importanza.
    Scrive James Hillman, uno dei più attivi psicanalisti neojunghiani, nella sua opera Il codice dell'anima, dopo un'accurata descrizione delle più svariate difficoltà scolastiche di alcuni tra i personaggi di maggior talento del nostro secolo, da Churchill a Matisse, da Picasso a Thomas Mann, da John Lennon a Woody Allen : "Forse dovremmo leggere in altro modo i dati dei disturbi dell'apprendimento e i casi di difficoltà scolastiche. Piuttosto che 'non riusciva a scuola', dovremmo leggere : 'si è salvato dalla scuola'... Ma quale genitore e quale psicologo sono in grado di arrampicarsi così in alto e di avere la vista così buona ? E quale bambino, anche se è un 'genio', potrebbe rimanere ostinatamente attaccato alle proprie intuizioni, se non vi fosse spinto dall'incomprensione più totale o da sintomi inabilitanti come la dislessia, un deficit dell'attenzione, le allergie, l'asma, l'iperattività, tutti disturbi che possono allontanare il bambino dalla scuola ? Dalla scuola, ho detto, ma non dall'imparare; dall'istruzione, ma non dall'intuizione, non da quella certa qual cecità che apre altri tipi di vista".
    Per quanto assurdo possa sembrare, è chiaro a questo punto che per chi si muove in questo nuovo territorio non può più esistere qualcosa come la 'terapia' convenzionalmente intesa. Esiste piuttosto un processo di autoregolazione basato sulle informazioni a disposizione.
    In questo senso anche la diagnosi assume un diverso significato. Se in termini convenzionali infatti il processo diagnostico consiste in una raccolta di informazioni separata dal processo di guarigione, in base ai nuovi presupposti il processo stesso di acquisizione di informazioni che permette all'organismo scelte diverse è quindi già di per sé 'guarigione'.
    Una volta che le informazioni necessarie e sufficienti per riorientare il processo siano a disposizione di chi vive il processo in prima persona, questo riorientamento può avvenire anche automaticamente.
    Il sintomo non è che una zona d'ombra da indagare, come un aspetto di sé che non si riesce a vivere e a concretizzare. Nel sintomo è già presente la parte di sé che ancora non è emersa alla coscienza. In questo senso, prendere coscienza degli aspetti di sé sui quali il sintomo chiede di portare l'attenzione porta a completarsi, quindi a guarire.
    Una volta ritrovato così ciò che manca nella propria vita, in genere il sintomo non ha più ragione di essere.
    La malattia rappresenta dunque un completamento, ma se l'organismo in genere è disponibile ai cambiamenti necessari, non è detto che lo sia anche l'individuo. Dopo tutto, come un programma di computer, non fa quello che si vuole, ma quello che può fare in base a ciò che gli si dice.
    E' questo uno dei motivi per cui, in caso di gravi malattie, alcune volte una persona, comprendendo il messaggio intrinseco dei suoi sintomi, accetta di cambiare, scegliendo un modo diverso e meno pericoloso di completarsi, ma spesso, quando rifiuta di raccogliere le nuove informazioni portate dalla malattia, finisce col delegare a quest'ultima la compensazione dello squilibrio dell'anima.
    Tutto questo implica sostanzialmente che ogni situazione in cui ci si trova o la malattia che si ha è sempre la migliore soluzione a disposizione in quel preciso momento, sulla base delle informazioni di cui si dispone. Tuttavia, queste informazioni possono essere ampliate - questo è l'obiettivo fondamentale della terapia - per arrivare a una soluzione più opportuna.
    Ma se sopprimiamo dall'esterno quel tipo di organizzazione, quella malattia o quel disagio (che forse chiamiamo così solo perché non abbiamo in mano informazioni più complete), l'organizzazione che ne verrà fuori non potrà che essere di seconda scelta, di nome e di fatto, e quindi meno appropriata al bisogno dell'individuo. Perché la prima scelta era già stata fatta. E non solo: dal momento che molte volte l'acquisizione delle informazioni porta a scoprire che la posizione in cui ci troviamo - che spesso chiamiamo malattia - continua a rimanere la migliore per noi in quel momento, in una grande quantità di casi guarire significa semplicemente osservare, comprendere e onorare quello che succede, invece che interromperlo o modificarlo.
    Facciamo un esempio: quante donne, quando non desiderano un rapporto sessuale dicono che hanno mal di testa ? Tante, e si tratta di quelle che hanno trovato una soluzione creativa al problema. Almeno altrettante hanno mal di testa davvero, per lo stesso motivo, ma forse non lo sanno e lo sopprimono con un analgesico. Una minoranza si prende la responsabilità di dire al partner che non ne ha voglia (e anche se poi può trovarsi ad affrontare un altro ordine di problemi nella relazione, raramente soffre di mal di testa al momento di mettersi a letto). Una donna che ha davvero mal di testa in questa situazione specifica può vivere il disturbo come una malattia e - se gli analgesici non servono - rivolgersi al medico.
    Nel momento in cui questo la aiuti ad acquisire informazioni sulla funzionalità del disturbo (e spesso è sufficiente che le chieda 'Quando compare? E cosa le impedisce di fare?'), la stessa donna può decidere di tenersi il sintomo, smettere di viverlo come una malattia e onorarlo invece per la sua funzionalità, perché per lei è più conveniente rispetto alla fatica che spesso deriva dall'assumersi la responsabilità del proprio bisogno (in questo caso quello di non avere un rapporto sessuale quando non lo desidera), e continuare a scegliere questa soluzione finchè non si sentirà sufficientemente matura, organizzata o pronta a modificare il suo rapporto con l'altro, introducendovi anche una maggiore chiarezza sui suoi bisogni personali.
    I diversi modi di prendersi cura del proprio bisogno che abbiamo delineato nell'esempio (parlare col partner, dire che abbiamo mal di testa, averlo per davvero in mancanza di una consapevolezza del bisogno reale) sono tutti rispettabili.
    E se da una parte è giusto informare e informarci delle varie possibilità che abbiamo a disposizione per risolvere un problema, il medico o il terapeuta non può certo arrogarsi il diritto di giudicare o di sostituire ciò che sarebbe più economico o funzionale secondo lui con ciò che (allo stato attuale delle cose) lo è per noi. La storia e l'educazione di ciascuno è così individuale che, mai come quando è in gioco l'evoluzione personale, è funzionale che ognuno scelga la soluzione che ritiene più opportuna.
    Riassumendo brevemente questo esempio abbiamo: una donna che ha una necessità (quella di poter scegliere quando avere un rapporto), ma che non si riconosce questo bisogno come legittimo o coerente con la propria identità. Il sintomo, cioè il mal di testa, esprime questo bisogno e quindi, già di per sé completa - e forse si potrebbe dire guarisce - la persona. Il nucleo della persona ha quindi ritrovato la sua completezza, ma la sua identità cosciente non ancora. Si aprono però nuove possibilità.
    La persona, se riconosce 'intelligenza' al suo sintomo, può cercare di capire cosa il sintomo fa per lei e farlo in altro modo, per esempio parlando al suo compagno della necessità di partecipare alla scelta del momento in cui avere rapporti o, nel caso in cui questa strada non sia percorribile, cercando altre forme creative per ottenere lo stesso scopo. Magari può dire di avere il mal di testa invece di averlo veramente. Oppure può tenersi il mal di testa pur sapendo esattamente perché è venuto, ma rendendosi conto di avere difficoltà a praticare strade alternative. Oppure ancora può tenersi il mal di testa anche senza capire perché è venuto, ma sapendo che avrà pure una sua funzione e collocazione, anche se al momento non sono chiare e forse non lo saranno mai.
    E dopo questo 'titanico' intervento posso andare a dormire più tranquillo!Molto bene!

    saluti,
    Luigi

  5. #125
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    E dopo questo 'titanico' intervento posso andare a dormire più tranquillo!Molto bene!

    saluti,
    Luigi
    Luigi, mi hai quotato mentre cercavo di sintetizzare
    Scusate non volevo tediarvi tanto, ma dialogare con Charlie, è un'impresa titanica in assoluto
    PS.Il libro Pensare con il corpo è di Jader Tolja, non di Dahlke.
    Ultima modifica di francesca63 : 11-02-2009 alle ore 08.22.49
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  6. #126
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Complimenti per la firma Char_lie, ho scoperto che è una frase di Cioran, ma potrebbe essere tranquillamente di Freud, proprio tu... un inconsapevole freudiano!!

    Saluti,
    ikaro

  7. #127
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    No, mi aspetto solo che certi problemi esistenziali che pongo (quelli per me veramente importanti in ambito relazionale) vengano risolti in modo efficace così come chiedo ad un dentista di curare una carie: il mal di denti e non poter masticare agevolmente per me già rappresenta un problema esistenziale e grazie al dentista trovo un rimedio soddisfacente per questo problema (a parte il costo degli interventi ).
    Caro Char_lie, ti faccio notare che le soluzioni ai problemi esistono, ma non sempre sono semplici ed immediate come si pensa, e, soprattutto, spesso non sono quelle che abbiamo considerato. Rivolgersi ad uno specialista di qualsiasi tipo implica anche la possibilità di sentirsi dire che le soluzioni sono altre, magari completamente differenti.
    Nel campo della psicologia poi, c'è praticamente la certezza che si abbia a che fare con qualcosa di estremamente complesso. Ne consegue che l'intervento è parimenti complesso, difficoltoso, prolungato nel tempo, se si vuole arrivare ad una soluzione stabile e duratura. Ci sono delle basi scientifiche a cui fare riferimento che mostrano che questa è la situazione.
    Non solo: la cosa più importante che anche altri studi (ed il mio riferimento va dalla fisica alla biologia, oltre che alla psicologia) ci stanno facendo vedere è che un processo di cambiamento non può esulare dal considerare all'interno del processo l'organismo stesso.
    E' più che comprensibile che i pazienti possano anche essere spaventati dalla prospettiva di "mettersi in gioco in prima persona" e che rimangano legati all'idea che possano esistere soluzioni pratiche e consigli per rendere più semplice ciò che facile non è. Non a caso tutta la prima parte della presa in carico terapeutica (almeno per alcuni orientamenti) è dedicata al lavoro su questi temi (che assicuro essere comuni pressocchè a tutti, seppure in forme e gradi differenti).
    Quindi si ha a che fare con qualcosa di molto concreto, sebbene complesso e difficile da accettare, come quando ci si rivolge al meccanico credendo ovviamente che si tratti di una guarnizione ma, allo sguardo dello specialista, emerge che c'è da mettere mano su cinghia, pistoni, testata del motore... Il cliente è libero di non fidarsi, di rivolgersi ad un altro meccanico per un parere, oppure di decidere che cambierà solo la guarnizione o che tutto sommato gli va bene tenere l'auto in quello stato. Ma sa bene che, in questi ultimi due casi, le condizioni di sicurezza possono essere molto più precarie...

    Un saluto
    Ultima modifica di gieko : 11-02-2009 alle ore 16.15.40
    gieko

  8. #128
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    E' più che comprensibile che i pazienti possano anche essere spaventati dalla prospettiva di "mettersi in gioco in prima persona" e che rimangano legati all'idea che possano esistere soluzioni pratiche e consigli per rendere più semplice ciò che facile non è. Non a caso tutta la prima parte della presa in carico terapeutica (almeno per alcuni orientamenti) è dedicata al lavoro su questi temi (che assicuro essere comuni pressocchè a tutti, seppure in forme e gradi differenti).
    Quindi si ha a che fare con qualcosa di molto concreto, sebbene complesso e difficile da accettare
    Certo che se le difficoltà restano invariate rispetto a quelle che una persona deve affrontare da sola, alla fine non riesco a capire un certo intervento a cosa serva, si pone un problema ed il permanere di questo già implica che è difficile da risolvere, che una persona poi mi faccia notare che "il problema è difficile da risolvere" non aggiunge nulla a quel che già sapevo, era proprio questa in fondo la difficoltà. E' un po' come ordinare o consigliare a qualcuno genericamente di pensare a come risolvere quel problema, ma se è lì proprio perché incontra difficoltà nel trovare una soluzione! Alla fine questo poteva farlo anche da solo.

  9. #129
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Char_lie, le difficoltà non rimangono invariate, cambiano così come cambia la persona che si rivolge al terapeuta. Continui a vedere la questione in termini di aut aut anzichè di et et, quando in realtà a movimenti di un polo sono legati i movimenti dell'altro, perchè soggetto ed ambiente sono sempre in interazione.

    Saluti
    gieko

  10. #130
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    Char_lie, le difficoltà non rimangono invariate, cambiano così come cambia la persona che si rivolge al terapeuta.
    Citazione Originalmente inviato da gieko
    E' più che comprensibile che i pazienti possano anche essere spaventati dalla prospettiva di "mettersi in gioco in prima persona" e che rimangano legati all'idea che possano esistere soluzioni pratiche e consigli per rendere più semplice ciò che facile non è.
    In queste due affermazioni è contenuta una specie di contraddizione, o esistono soluzioni più semplici, diverse da quelle che si sono già scartate per vari motivi, o non esistono.
    Queste cose che dici rappresentano i soliti discorsi triti e ritriti che qualcuno continua a considerare saggi: "Guarda... La vita è dura", "Bisogna mettersi in gioco in prima persona", "A lei manca il senso tragico della vita!"... E così via.
    Se io non faccio qualcosa so anche bene o male perché non la voglio fare. Se suggeriamo ad una bella ragazza disoccupata di prostituirsi (per risolvere il problema delle bollette da pagare a fine mese), è molto probabile che magari la tal cosa non la vorrà fare. Da questo cosa dovremmo concludere? Che è legata all'idea che esistano soluzioni semplici? Che non è disposta a sacrificare nulla di sè per risolvere il problema? Se ha scartato questa strada bisogna tener presente che questa per lei non rappresenta una vera soluzione per il problema posto.
    Che venga qualcuno a dire che le cose non sono semplici e che bisogna trovare un compromesso a mio avviso non serve quasi a niente, bisognerebbe trovare buoni compromessi per quella persona (supposto che esistano), ossia rendere all'opposto proprio più semplice quello che semplice non è per quella persona, altrimenti abbiamo a che fare con dei discorsi generici, banali e vuoti.

    Un saluto a tutti
    Ultima modifica di Char_Lie : 03-07-2009 alle ore 22.15.17

  11. #131
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    In queste due affermazioni è contenuta una specie di contraddizione, o esistono soluzioni più semplici, diverse da quelle che si sono già scartate per vari motivi, o non esistono.
    Queste cose che dici rappresentano i soliti discorsi triti e ritriti che qualcuno continua a considerare saggi: "Guarda... La vita è dura", "Bisogna mettersi in gioco in prima persona", "A lei manca il senso tragico della vita!"... E così via.
    Se io non faccio qualcosa so anche bene o male perché non la voglio fare. Se suggeriamo ad una bella ragazza disoccupata di prostituirsi (per risolvere il problema delle bollette da pagare a fine mese), è molto probabile che magari la tal cosa non la vorrà fare. Da questo cosa dovremmo concludere? Che è legata all'idea che esistano soluzioni semplici? Che non è disposta a sacrificare nulla di sè per risolvere il problema? Se ha scartato questa strada bisogna tener presente che questa per lei non rappresenta una vera soluzione per il problema posto.
    Che venga qualcuno a dire che le cose non sono semplici e che bisogna trovare un compromesso a mio avviso non serve quasi a niente, bisognerebbe trovare buoni compromessi per quella persona (supposto che esistano), ossia rendere all'opposto proprio più semplice quello che semplice non è per quella persona, altrimenti abbiamo a che fare con dei discorsi generici, banali e vuoti.
    Ciao Char_lie,
    ci hi messo 5 mesi a partorire questa risposta?

    Un saluto,
    ikaro

  12. #132
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78
    Ciao Char_lie,
    ci hi messo 5 mesi a partorire questa risposta?
    Visto che ho risposto dopo molto tempo, e sai che la cosa è vera, che senso ha chiedermi quanto tempo ho impiegato a rispondere?
    Qualche giorno fa ho riletto le ultime risposte ed ho aggiunto quello che ho scritto , tutto qui.

    Ciao

  13. #133
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Visto che ho risposto dopo molto tempo, e sai che la cosa è vera, che senso ha chiedermi quanto tempo ho impiegato a rispondere?
    Qualche giorno fa ho riletto le ultime risposte ed ho aggiunto quello che ho scritto , tutto qui.
    Ma sì, era così, tanto per...
    Buona continuazione,

    ikaro

  14. #134
    Partecipante Affezionato L'avatar di Saoshyant
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Charlie, girando per il forum ho trovato tantissimi tuoi post riguardanti l'argomento psicoanalisi/psicoterapia/psicotecnica/... e vorrei provare a condividere alcuni miei pensieri riguardanti i tuoi numerosi interrogativi. Per esigenze di sintesi scrivo qui per sentenze confidando e sperando nella pragmatica della comunicazione.

    1. Il nostro tempo vive una crisi di senso e significato perciò gli individui ricercano solutio piuttosto che resolutio: tu desideri che qualcuno offra soluzioni ai tuoi problemi e credo che questa sia una domanda legittima. Credo non sia invece legittimo (e rispettoso) (d)enunciare affermazioni così perentorie che (io credo) neppure un esperto possa permettersi di fare. Domandare è lecito; pretendere che la risposta dell'altro sia la propria non è cosa buona. Non è un processo alle intenzioni ma una sensazione che ho provato.

    2. La ragione è cosa diversa dalla logica: secondo me la vita non è una complessa equazione piuttosto un testo scritto in una lingua sconosciuta e che mai potrà essere tradotta definitivamente in senso universale. Credo sia molto arduo rispondere alle tue domande su un forum web dove il mezzo è la parola scritta che spesso porta a sofisimi che non offrono risposte (non è quello il fine).

    3. La psicologia è un discorso sull'anima e di ciò si può discutere in diversi modi: la disciplina è vasta e composita per natura e non vi è una prospettiva più giusta. Ciò che condividono le diverse scuole di pensiero è un certo modo di relazionarsi, di confrontarsi e di interessarsi ai temi psicologici. La psicologia è onnivora per definizione. La psicologia è una certa sensibilità rispetto alla materia. A tal proposito, qualora ti interessasse, esistono (so che lo sai) un numero enorme di testi sulla storia della psicologia di cui alcuni titoli posso nel mio piccolo consigliarti, se ti facesse piacere.

    4. La psicoterapia è una terapia psicologica: prevede quindi una diagnosi, un trattamento, una prognosi, etc... la psicoterapia è l'espressione di un interesse della psicologia alla pratica (e alla scienza) medica che si è risolta in una acquisizione di un metodo. Funziona come la scienza (meglio: pratica) medica: nel senso che cerca con i mezzi a disposizione di curare malattie; non funziona come la scienza medica: nel senso che pur condividendo un metodo non è il medesimo oggetto di studio (la qual cosa ha delle conseguenze).

    5. La psicoanalisi è una cosa che non conosco ma per come so io la questione: trattasi di un percorso di analisi psicologica che come indica il termine non ha finalità terapeutiche seppure io credo possa procurare 'effetti collaterali terapeutici' (che brutto scritto così!). E in effetti: psicologi e psicoterapeuti sono titoli che hanno un inquadramento giuridico (università, esame di Stato,...); gli psicoanalisti hanno deciso di non entrare a far parte dell'Ordine degli psicologi.

    6. Dire che uno psicologo/... è un manipolatore è una cosa vera; aggiungo che per fortuna non solo lo psicologo ma ogni essere umano maneggia la mente altrui. Non è possibile non influenzare le persone che incontriamo. Esistono solo diversi gradi di consapevolezza, libertà, potere e responsabilità.

    7. C'è chi non si affida alla medicina tradizionale e preferisce la medicina omeopatica vantando risultati eccellenti; c'è chi non va dallo psicologo e si affida allo yoga piuttosto che al santone. La vita è un costante movimento di scelte. Ognuno possa trovare la cosa adatta a sè.

    8. Mentre leggo i tuoi post in me si rafforza l'idea che ci sia una grande confusione sulle finalità, i metodi, le prospettive,... che costituiscono l'universo psicologico. Sento nelle tue parole una motivata richiesta di informazioni che purtroppo è tragicamente assente. Devo aggiungere che sento anche una ostinazione che personalmente mi sembra indicare che ci sia una richiesta diversa all'origine delle tue riflessioni. Per la psicologia essere materia composita è certamente un (s)vantaggio in termini di ricchezza ma pure è uno (s)vantaggio in termini di entropia.

    Non ho seguito alcun ordine mentale e neppure qualcosa di simile: sentenze, non argomentazioni. Ho scritto le prime cose che venivano senza troppo pensare e spero possa esserti stato utile. Credo che in discussioni come queste più che esser sofisti sarebbe opportuno farsi carico dei preziosi insegnamenti socratici che pur avendo i suoi difetti non era certo uno stolto.
    Spero che la discussione vada avanti perchè la trovo utile e decisamente interssante
    Ultima modifica di Saoshyant : 20-07-2009 alle ore 14.25.23
    You find great teacher when you find yourself
    Lapsus - thrash melodic death metal from Italy http://www.lapsushome.it

  15. #135
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Saoshyant Visualizza messaggio
    5. La psicoanalisi è una cosa che non conosco ma per come so io la questione: trattasi di un percorso di analisi psicologica che come indica il termine non ha finalità terapeutiche seppure io credo possa procurare 'effetti collaterali terapeutici' (che brutto scritto così!). E in effetti: psicologi e psicoterapeuti sono titoli che hanno un inquadramento giuridico (università, esame di Stato,...); gli psicoanalisti hanno deciso di non entrare a far parte dell'Ordine degli psicologi.
    Se mi permetti, si vede che conosci l'oggetto del discorso... Anzitutto dire che la psicoanalisi procuri 'effetti collaterali terapeutici' è decisamente errato, dal momento che è un dispositivo di cura, e quest'ultima è il suo scopo principale. Il titolo di psicoanalista poi non è inquadrato giuridicamente perchè equivale a "cognitivista" o "sistemico", designa cioè chi utilizza il metodo psicoanalitico nella psicoterapia. Come tutti gli psicoterapeuti, quindi, gli psicoanalisti sono o iscritti all'ordine degli psicologi o a quello dei medici.

    Saluti
    gieko

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