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  1. #16
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Io aggiungerei anche all'etica del singolo psicoterapeuta, che dovrebbe avere una certa levatura morale per svolgere questa professione, propprio perché ognuno, compreso il singolo che adun certo approccio fa riferimento, ha sempre una sua personale idea di bene, oltre a quella condivisa.
    Condivido e aggiungo a mia volta che è proprio questa etica personale del terapeuta (che cosa è il bene e come si raggiunge) ad essere il fattore terapeutico principale.
    Io invece non sono affatto d'accordo, innanzitutto perchè mi sembra che si confonda etica e morale, se l'etica consiste fondamentalmente in un giudizio sulla nostra azione è a questo livello che bisogna rispondere: chi è lo psicoterapeuta per dire che cosa è il bene e come si raggiunge? Per quando nobile e moralmente accettabile (ammesso che sia così...), questa posizione è comunque l'esercizio di un potere. Dal punto di vista clinico, inoltre, la cura approda in una identificazione con il terapeuta e con la sua idea di bene. Non mi sembra una cosa da poco...

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 30-03-2009 alle ore 20.49.57

  2. #17
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Luigi, nel suo post di risposta, poneva la questione del "tragico", qualificandolo come obsoleto (sia pure "vagamente"). Ora, può anche essere che le cose stiano come dice lui, ma a me pare che il fondo tragico dell'avventura umana continui a persistere.
    Forse, semplicemente, ce se ne rende conto di meno.

    Buona vita

    Guglielmo
    Caro willy, rispondo per chiarire. Il senso del tragico è certamente alla base di ogni agire che l'Occidente ha inaugurato nel corso della storia. In questo senso l'ontologia greca è il nostro preconscio. Io non nego l'essenza del tragico ma piuttosto il fatto che esso sia messo gradualmente da parte quasi come fosse chiacchera: Freud lo recupera in modo essenziale. Il problema dai greci in poi diventa ''cosa ha prodotto, nella storia, il tragico''. La risposta può essere per esempio quella da me avanzata (e che quindi cozza un pò con i neotragici che ripropongono un ritorno all'etica del finito, del mortale dimenticando che forse è stata questa stessa constatazione iniziale a farci smarrire la via...) che si rifà a Severino e che dice: l'essenza del tragico è credere in un divenire annientante cioè credere che le cose escano dal nulla e tornino nel nulla. La conseguenza di ciò (detto proprio in pillole) è quell'esponenziale aumento di strumenti di controllo, di contenimento che contraddistinguono l'età della tecnica: tutti gli apparati tendono all'esclusione graduale di ciò che è il 'tremendo' ossia tendere nella pretesa di un dominio totale sul divenire: cosa impossibile già in partenza! Da qui la riflessione intorno al concetto di 'epi-steme' (ciò che sta sopra) e la sua impossibilità. Tutta la metafisica severiniana, con un rigore che non ha eguali, tenta di dimostrare, attraverso una dimostrazione logica che è impressionante per qualità e rigore, che la fede in un divenire che annienta è appunto ''fede'' ma non rispecchia la struttura essenziale di ciò che egli ha chiamato Destino: un concetto incredibilmente complesso che vuole mostrare l'inesistenza del divenire (inteso come annientante) e l'eternità di ogni ente. Alcune di queste tesi sono molto vicine ad alcune della fisica quantica riguardanti il concetto di tempo. In sostanza tentavo di dire questo ma capisco che può essere poco chiaro e fuori luogo. Ad ogni modo ho proposto una analisi di alcuni concetti di Natoli che francesca aveva citato in chiave diversa: spesso molti problemi nascono dall'ambiguità stessa dei concetti che utilizziamo.

    Saluti,
    Luigi

  3. #18
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Ciao Luigi, volevo chiederti se in questa bella spiegazione - per la quale ti faccio i miei complimenti - ti riferisci al concetto di trasformazione degli enti, in continua evoluzione, sia in regressione che in evoluzione, ma pur sempre destinati ad essere presenti su questa terra, (dato che non abbiamo esperienza diretta di una effettiva asenza definitiva sperimentata) in forma diversa, come ad es., un uomo di oggi, può essere un fiume o un sasso di domani, per essere un pò "concreti" ma suppongo tu capisca bene ciò che voglio dire. Inoltre, se essa, si riferisce anche, riguardando il concetto della morte, ai due tipi di termporalità presi in considerazione dalla filosofia e dalla fisica (come ad es Pryrogine ) cioè al tempo lineare ed al tempo circolare.
    Si.Esattamente. Ovviamente è una visione controversa ma piuttosto 'forte' e andrebbe sviluppata. Ho cercato di dare qualche chiarimento in più con la risp a willy (sempre incompleta s'intende). Se si è avuta l'impressione di un 'fuori tema' mi scuso e torno in carreggiata.

    Saluti,
    Luigi

  4. #19
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    questa posizione è comunque l'esercizio di un potere.
    Saluti,
    ikaro
    Ottimo! Mi sembra proprio la giusta espressione.

    Saluti,
    Luigi

  5. #20
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Io invece non sono affatto d'accordo, innanzitutto perchè mi sembra che si confonda etica e morale, se l'etica consiste fondamentalmente in un giudizio sulla nostra azione è a questo livello che bisogna rispondere: chi è lo psicoterapeuta per dire che cosa è il bene e come si raggiunge? Per quando nobile e moralmente accettabile (ammesso che sia così...), questa posizione è comunque l'esercizio di un potere. Dal punto di vista clinico, inoltre, la cura approda in una identificazione con il terapeuta e con la sua idea di bene. Non mi sembra una cosa da poco...

    Saluti,
    ikaro

    Ed allora chi é che può effettivamente dire che solo con il linguaggio si ha reale comunicazione tra l'Io ed il Soggetto? e tra il Soggetto e l'Altro? E che in tal modo si arriva alla conoscenza dell'inconscio ed alle sue possibili significazioni, attraverso gli intrecci tra significanti e significati, per arrivare ad un senso del discorso, finalizzate alla cura? Anche questo é un esercizio di potere, o no? Non é forse una visione particolare di un uomo particolare, ispirato da Freud e da De Seaussure?
    Purtroppo, il potere, nel "bene e nel male" (più nella 2 accezione) viene sempre fuori
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 30-03-2009 alle ore 21.55.46
    Gaia

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  6. #21
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    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Si.Esattamente. Ovviamente è una visione controversa ma piuttosto 'forte' e andrebbe sviluppata. Ho cercato di dare qualche chiarimento in più con la risp a willy (sempre incompleta s'intende). Se si è avuta l'impressione di un 'fuori tema' mi scuso e torno in carreggiata.

    Saluti,
    Luigi
    A me é piaciuta molto la tua spiegazione, forse per le sue radici filosofiche di base, anche se é un pò controversa come dici tu e si potrebbe molto sviluppare e sarebbe molto ricca di spunti di riflessione a parte che si rischierebbe il linciaggio
    Gaia

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  7. #22
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Purtroppo, il potere, nel "bene e nel male" (più nella 2 accezione) viene sempre fuori
    Mi piace questo pensiero. Molto nietzscheano: difatti ''nel bene'' e ''nel male'' c'è sempre volontà di potenza. Non a caso forse Nietzsche andava dicendo: 'al di là del bene e del male'.

    Saluti,
    Luigi

  8. #23
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Ed allora chi é che può effettivamente dire che solo con il linguaggio si ha reale comunicazione tra l'Io ed il Soggetto? e tra il Soggetto e l'Altro? E che in tal modo si arriva alla conoscenza dell'inconscio ed alle sue possibili significazioni, attraverso gli intrecci tra significanti e significati, per arrivare ad un senso del discorso, finalizzate alla cura? Anche questo é un esercizio di potere, o no? Non é forse una visione particolare di un uomo particolare, ispirato da Freud e da De Seaussure?
    Purtroppo, il potere, nel "bene e nel male" (più nella 2 accezione) viene sempre fuori
    La risposta è pertinente, ma stai confondendo la "direzione della cura" con la "direzione del paziente", che sia una visione particolare posso anche essere d'accordo, ma questo cosa c'entra con l'esercizio di un potere sul paziente? Voglio dire, è chiaro che uno psicoterapeuta sia orientato da una teoria, ma non è questa che guida lo psicoanalista, che è piuttosto l'effetto della sua analisi personale, questo mi sembra il vero punto di discrimine. Lo psicoanalista permette il lavoro dell'inconscio per chi sceglie quella via proprio perchè l'analisi lo ha portato fino al punto ultimo, ma non desidera affatto il bene della persona che riceve, non a caso quell'uomo ispirato di cui parli distingueva il discorso dell'analista dal discorso del padrone e parlava del "desiderio dell'analista" come "desiderio di niente" (Bion diceva "senza memoria e senza desiderio"), insomma dirigere la cura significa preservare le condizioni etiche affinché un soggetto trovi la misura singolare del proprio bene, quando supponiamo che ci sia qualcuno che sappia qual è il nostro bene e come si possa raggiungere siamo già in un terreno pericoloso...

    Saluti,
    ikaro

  9. #24
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Io invece non sono affatto d'accordo, innanzitutto perchè mi sembra che si confonda etica e morale, se l'etica consiste fondamentalmente in un giudizio sulla nostra azione è a questo livello che bisogna rispondere: chi è lo psicoterapeuta per dire che cosa è il bene e come si raggiunge? Per quando nobile e moralmente accettabile (ammesso che sia così...), questa posizione è comunque l'esercizio di un potere. Dal punto di vista clinico, inoltre, la cura approda in una identificazione con il terapeuta e con la sua idea di bene. Non mi sembra una cosa da poco...

    Saluti,
    ikaro
    Ikaro, la penso come te: un analista non può decidere in autonomia cosa sia bene o male per il paziente; una psicoterapia individuale, è un contesto in cui si cerca insieme ad un’altra persona la soluzione di problemi che sono diventati insostenibili perché, per troppo tempo, rimossi e non condivisi.
    Nella “ cura con le parole”, come si è soliti definire l’esperienza psicoterapica,
    il linguaggio, in questo caso più che in qualsiasi altra circostanza, rimanda a qualcosa che “si fa” assieme (poiein) da cui il termine poesia.
    Al paziente-destinatario, che è sempre contemporaneamente consumatore e produttore del messaggio stesso, viene richiesta una collaborazione responsabile. Il coinvolgimento, in questi termini, del destinatario, nella costruzione del messaggio stesso, è ciò che rende creativa la relazione paziente-terapeuta.
    Esiste una relazione tra poesia e psicoanalisi poiché quest’ultima è ricerca di significati che si costruiscono insieme: la psicoanalisi è dunque la vera poesia dell’uomo, poiché è, appunto, “poiesis” di relazione fondata sul linguaggio (F. Giubbolini et. al, La ragione degli affetti).
    La creatività si riferisce ad un atteggiamento di base che fa parte dell’identità del terapeuta, ad un modo di essere e di proporsi di fronte alla realtà e alla storia dell’altro.
    Winnicott considera la situazione terapeutica alla stregua di un’area di gioco nell’incontro tra terapeuta e paziente:“La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano assieme. Se il terapeuta non è in grado di giocare, allora non è in grado di fare il suo lavoro. Se il paziente non è in grado di farlo bisogna creare le condizioni per aiutare a farlo. La ragione per cui giocare è essenziale, è proprio perché mentre gioca il paziente è creativo; è in grado di far uso dell’intera personalità ed è solo nell’essere creativo che il paziente scopre il proprio sé” ( Winnicott W. D, Gioco e realtà).
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  10. #25
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    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Ikaro, la penso come te: un analista non può decidere in autonomia cosa sia bene o male per il paziente; una psicoterapia individuale, è un contesto in cui si cerca insieme ad un’altra persona la soluzione di problemi che sono diventati insostenibili perché, per troppo tempo, rimossi e non condivisi.
    Nella “ cura con le parole”, come si è soliti definire l’esperienza psicoterapica,
    il linguaggio, in questo caso più che in qualsiasi altra circostanza, rimanda a qualcosa che “si fa” assieme (poiein) da cui il termine poesia.
    Al paziente-destinatario, che è sempre contemporaneamente consumatore e produttore del messaggio stesso, viene richiesta una collaborazione responsabile. Il coinvolgimento, in questi termini, del destinatario, nella costruzione del messaggio stesso, è ciò che rende creativa la relazione paziente-terapeuta.
    Esiste una relazione tra poesia e psicoanalisi poiché quest’ultima è ricerca di significati che si costruiscono insieme: la psicoanalisi è dunque la vera poesia dell’uomo, poiché è, appunto, “poiesis” di relazione fondata sul linguaggio (F. Giubbolini et. al, La ragione degli affetti).
    La creatività si riferisce ad un atteggiamento di base che fa parte dell’identità del terapeuta, ad un modo di essere e di proporsi di fronte alla realtà e alla storia dell’altro.
    Winnicott considera la situazione terapeutica alla stregua di un’area di gioco nell’incontro tra terapeuta e paziente:“La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano assieme. Se il terapeuta non è in grado di giocare, allora non è in grado di fare il suo lavoro. Se il paziente non è in grado di farlo bisogna creare le condizioni per aiutare a farlo. La ragione per cui giocare è essenziale, è proprio perché mentre gioca il paziente è creativo; è in grado di far uso dell’intera personalità ed è solo nell’essere creativo che il paziente scopre il proprio sé” ( Winnicott W. D, Gioco e realtà).
    Winnicott ritiene fondamentale anche che un terapeuta resti sveglio durante una seduta con il paziente; é molto importante per lui.
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 31-03-2009 alle ore 06.57.01
    Gaia

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  11. #26
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    La risposta è pertinente, ma stai confondendo la "direzione della cura" con la "direzione del paziente", che sia una visione particolare posso anche essere d'accordo, ma questo cosa c'entra con l'esercizio di un potere sul paziente? Voglio dire, è chiaro che uno psicoterapeuta sia orientato da una teoria, ma non è questa che guida lo psicoanalista, che è piuttosto l'effetto della sua analisi personale, questo mi sembra il vero punto di discrimine. Lo psicoanalista permette il lavoro dell'inconscio per chi sceglie quella via proprio perchè l'analisi lo ha portato fino al punto ultimo, ma non desidera affatto il bene della persona che riceve, non a caso quell'uomo ispirato di cui parli distingueva il discorso dell'analista dal discorso del padrone e parlava del "desiderio dell'analista" come "desiderio di niente" (Bion diceva "senza memoria e senza desiderio"), insomma dirigere la cura significa preservare le condizioni etiche affinché un soggetto trovi la misura singolare del proprio bene, quando supponiamo che ci sia qualcuno che sappia qual è il nostro bene e come si possa raggiungere siamo già in un terreno pericoloso...

    Saluti,
    ikaro
    No ikaro, sei tu che hai confuso fin dall'inizio le premesse con la loro conclusione, come avviene quando le premesse non sono comprese e digerite, perché si é "saturato" il campo con le proprie proiezioni, per rimanere in campo bioniano, senza possibilità di scambio, in quel momento.
    Infatti, il bene cui mi riferisco io, é lo stesso cui ti riferisci tu, ma non si può negare che ogni terapeuta abbia comunque unan sua personale visione del "bene", che rientra nella sua personale Visione del Mondo, che lo porterà a dare alla cura una certa "direzione", affinché il paziente sia in grado poi di trovare la propria personale dimensione di bene e star bene, altrimenti significherebbe negare l'esistenza stessa della Persona dell'analista o terapeuta all'interno dello Spazio analitico e del Tempo condiviso con il paziente a lavorare insieme sul suo inconscio e su e con tutta la sua persona che ugualmente é presente in quello Spazio-Tempo dove si creano figurazioni, configurazioni et altro, e dove l'analista, attraverso la sospensione della "memoria e desiderio", diventa in grado di cogliere ciò ch avviene nel qui ed ora della seduta, accedendo anche a dimensioni emotive molto profonde del paziente attraverso il contatto con il proprio controtransfert "non desiderante", rimanendo i campo bionano "puro", che non inquini il campo. Ma accade anche che l'analista deve riuscire ad entrare in contatto con le preconcezioni dell'analizzando e le sue protoemozioni,per poterlo aiutare a trasformare le prime in concezioni e poi in concetti e le seconde in successive esperienze non solo "sentite" ma anche possibilmente pensabili e verbalizzabili, affinché si ricrei un ponte tra sentire e pensare, lì dove é venuto a mancare oppure non si é ancora sviluppato, in modo che esse producano un cambiamento ( Bion direbbe a volte "catastrofico" e a moti diversi) , ed abbiano un effetto trasformativo in modo tale ed egli divenga capace, sia nell'hinc et nunc della relazione in costruzione ed evoluzione che poi, di "apprendere dall'esperienza". E qui ci risiamo, con un concetto di bene che comunque dà una direzione alla cura, nel "bene e nel male", anche secondo W. R. Bion e coloro che in modo diretto, come alcuni analisti argentini e francesi fondamentalmente o che, rivedendolo, in modo più personale e ricontestualizzandolo, hanno portato avanti il suo pensiero

    Ciao
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 31-03-2009 alle ore 08.08.47
    Gaia

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  12. #27
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    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    No ikaro, sei tu che hai confuso fin dall'inizio le premesse con la loro conclusione, come avviene quando le premesse non sono comprese e digerite, perché si é "saturato" il campo con le proprie proiezioni, per rimanere in campo bioniano, senza possibilità di scambio, in quel momento.
    Infatti, il bene cui mi riferisco io, é lo stesso cui ti riferisci tu, ma non si può negare che ogni terapeuta abbia comunque unan sua personale visione del "bene", che rientra nella sua personale Visione del Mondo, che lo porterà a dare alla cura una certa "direzione", affinché il paziente sia in grado poi di trovare la propria personale dimensione di bene e star bene, altrimenti significherebbe negare l'esistenza stessa della Persona dell'analista o terapeuta all'interno dello Spazio analitico e del Tempo condiviso con il paziente a lavorare insieme sul suo inconscio e su e con tutta la sua persona che ugualmente é presente in quello Spazio-Tempo dove si creano figurazioni, configurazioni et altro, e dove l'analista, attraverso la sospensione della "memoria e desiderio", diventa in grado di cogliere ciò ch avviene nel qui ed ora della seduta, accedendo anche a dimensioni emotive molto profonde del paziente attraverso il contatto con il proprio controtransfert "non desiderante", rimanendo i campo bionano "puro", che non inquini il campo. Ma accade anche che l'analista deve riuscire ad entrare in contatto con le preconcezioni dell'analizzando e le sue protoemozioni,per poterlo aiutare a trasformare le prime in concezioni e poi in concetti e le seconde in successive esperienze non solo "sentite" ma anche possibilmente pensabili e verbalizzabili, affinché si ricrei un ponte tra sentire e pensare, lì dove é venuto a mancare oppure non si é ancora sviluppato, in modo che esse producano un cambiamento ( Bion direbbe a volte "catastrofico" e a moti diversi) , ed abbiano un effetto trasformativo in modo tale ed egli divenga capace, sia nell'hinc et nunc della relazione in costruzione ed evoluzione che poi, di "apprendere dall'esperienza". E qui ci risiamo, con un concetto di bene che comunque dà una direzione alla cura, nel "bene e nel male", anche secondo W. R. Bion e coloro che in modo diretto, come alcuni analisti argentini e francesi fondamentalmente o che, rivedendolo, in modo più personale e ricontestualizzandolo, hanno portato avanti il suo pensiero

    Ciao
    Ciao Rosa. Per me non è sempre facile seguire i vostri discorsi, veramente interessanti e istruttivi; ma anche se mi esprimo in modo troppo semplicistico e diretto, consentitemi di partecipare al 3d.
    Io ritengo che l'analista non dovrebbe mai imporre e indirizzare la cura secondo la sua personale visione di bene, di male o di senso della vita, ma deve, sapendo tutto del suo paziente e avendo intuito cosa è bene e cosa è male per lui, riuscire a orientarlo nella direzione più sana per il suo benessere. Se il paziente ad es. è anoressico o ha dipendenze che gli causano gravi problemi, restare 'senza memoria e senza desiderio' non solleciterà alcun cambiamento....analisti ortodossi, esageratamente neutrali e non direttivi, si arenano nella ricerca delle cause rimosse, assistendo indifferenti alla sua "morte" se non fisica, psichica, continuando per anni e anni una cura che 'forse' produrrà i suoi risultati quando il tempo è scaduto!
    Ciao
    FRANCESCA

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  13. #28
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    Ciao francesca, purtroppo devo dirti che il concetto bioniano di Sospendere e non "restare senza" la memoria ed il desiderio durante la seduta, va in una direzione totalmente inversa a quella che hai compreso tu, ovvero é finalizzato all'essere totalmente presente nel campo o situazione analitica, con quel paziente e senza premesse di bene o male sue proprie e, soprattutto, senza inquinarlo con proprie proiezioni, ma rendendosi massimamente disponibile ad accogliere cio' che il paziente comunica sia in forma verbale che non verbale, per poter ascoltare dentro di sé ciò che gli arriva dal paziente e ciò che in lui si muove come suo proprio in risposta ad esso, a comprendere i processi in atto, al fine di tenere sempre vitale ed in caso rivitalizzare con stimoli adeguati il paziente, soprattutto se "morto o morente" psichicamente, pazienti di cui Bion, non molto ortodosso,per la verità, si é occupato in modo particolare, aprendo orizzonti molto vasti anche per l'analisi delle situazioni più disperate che sono stati poi esplorati e portati avanti da alcuni grandi nomi della psichiatria e psicoanalisti internazionale, alcuni dei quali hanno operato perfino con dei pazienti catatonici (esempio estremo ma realistico) riuscendo a cogliere in essi il senso del messaggio corporeo e del suo "essere portatore tanto di una morte" che di una possibiltà di "risveglio" e ripresa vitale dello psichismo attraverso una possibile riemersione da uno stato apparente o reale - reale perché vissuta ed esperita dall'individuo - di "glaciazione" emotiva e comportamentale.
    Quindi, non ci siamo
    Però, é del tutto plausibile che tu possa aver frainteso il senso del messaggio precedente, non conoscendo l'autore citato da ikaro e poi, più dettagliatamente da me, perché non essendo del campo, non sei tenuta a conoscerlo né a comprendere ciò che esso vuole realmente dire e chi ne parla; magari, non mi affretterei a prendermela sempre con questi analisti ortodossi (che poi mi dici che t'hanno fatto? )la teoria, é pur sempre diversa dalla pratica come insegnava il buon vecchio Freud, (pur dovendoci essere unacoerenza epistemologica tra le due) quando non siamo certi di cosa stiamo parlando Come in questo caso, che é opposto a ciò che hai detto; poi scusa ma chi sarebbe quel criminale che assisterebbe alla morte psichica se non fisica del suo paziente?
    Che effetti che fanno certe ansie

    Ciao
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 31-03-2009 alle ore 10.54.43
    Gaia

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  14. #29
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    No ikaro, sei tu che hai confuso fin dall'inizio le premesse con la loro conclusione, come avviene quando le premesse non sono comprese e digerite, perché si é "saturato" il campo con le proprie proiezioni, per rimanere in campo bioniano, senza possibilità di scambio, in quel momento.
    Infatti, il bene cui mi riferisco io, é lo stesso cui ti riferisci tu, ma non si può negare che ogni terapeuta abbia comunque unan sua personale visione del "bene", che rientra nella sua personale Visione del Mondo, che lo porterà a dare alla cura una certa "direzione", affinché il paziente sia in grado poi di trovare la propria personale dimensione di bene e star bene, altrimenti significherebbe negare l'esistenza stessa della Persona dell'analista o terapeuta all'interno dello Spazio analitico e del Tempo condiviso con il paziente a lavorare insieme sul suo inconscio e su e con tutta la sua persona che ugualmente é presente in quello Spazio-Tempo dove si creano figurazioni, configurazioni et altro, e dove l'analista, attraverso la sospensione della "memoria e desiderio", diventa in grado di cogliere ciò ch avviene nel qui ed ora della seduta, accedendo anche a dimensioni emotive molto profonde del paziente attraverso il contatto con il proprio controtransfert "non desiderante", rimanendo i campo bionano "puro", che non inquini il campo. Ma accade anche che l'analista deve riuscire ad entrare in contatto con le preconcezioni dell'analizzando e le sue protoemozioni,per poterlo aiutare a trasformare le prime in concezioni e poi in concetti e le seconde in successive esperienze non solo "sentite" ma anche possibilmente pensabili e verbalizzabili, affinché si ricrei un ponte tra sentire e pensare, lì dove é venuto a mancare oppure non si é ancora sviluppato, in modo che esse producano un cambiamento ( Bion direbbe a volte "catastrofico" e a moti diversi) , ed abbiano un effetto trasformativo in modo tale ed egli divenga capace, sia nell'hinc et nunc della relazione in costruzione ed evoluzione che poi, di "apprendere dall'esperienza". E qui ci risiamo, con un concetto di bene che comunque dà una direzione alla cura, nel "bene e nel male", anche secondo W. R. Bion e coloro che in modo diretto, come alcuni analisti argentini e francesi fondamentalmente o che, rivedendolo, in modo più personale e ricontestualizzandolo, hanno portato avanti il suo pensiero
    Guarda, ho fatto un po' di fatica a capire il tuo discorso, non volevo certo impostare la discussione in questa direzione, resto convinto che lo psicoanalista, nel dispositivo della cura, debba tendere a sparire dalla scena come persona (si tratta evidentemente di una tensione ideale, un residuo è ineliminabile) e questo è possibile quanto più l'analisi si è spinta fino al suo punto ultimo, in questo senso l'analista è più una funzione logica che non una persona "di una certa levatura morale" (!?), con certe idee di bene e di male, di giusto o di sbagliato, ecc...

    Saluti,
    ikaro

  15. #30
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Guarda, ho fatto un po' di fatica a capire il tuo discorso, non volevo certo impostare la discussione in questa direzione, resto convinto che lo psicoanalista, nel dispositivo della cura, debba tendere a sparire dalla scena come persona (si tratta evidentemente di una tensione ideale, un residuo è ineliminabile) e questo è possibile quanto più l'analisi si è spinta fino al suo punto ultimo, in questo senso l'analista è più una funzione logica che non una persona "di una certa levatura morale" (!?), con certe idee di bene e di male, di giusto o di sbagliato, ecc...

    Saluti,
    ikaro

    Elimina la affermazione "levatura morale", in quanto in realtà mi riferivo all'etica, che non può mancare; volevo chiederti per capire meglio il tuo discorso, se tu quando dici che l'analista dovrebbe sparire dalla scena, seppure come tensione ideale, associ questo concetto a quello lacaniano di Mancanza.

    Non c'é nulla di giusto o sbagliato nel paziente (infatti, io non l'ho detto) - caso mai c'é una sofferenza di intensità diversa - né qualcosa che deve essere corretto, caso mai nell'analista se non é consapevole della propria Visione del mondo e come essa possa influire o interferire con i suoi processi di comprensione e comunicazione con l'altro anche attraverso le sue interpretazioni.
    E' per evitare anche questa influenza che tu parli di necessità come tensione ideale, che l'analista sparisca dalla scena?

    Ciao

    Ps: secondo te, l'analisi può portare alla felicità, come chiede Francesca? (a parte il bicchiere di vino con un panino) o ad una diversa capacità di discorso interno ad esempio? Poi potrei portare altre ipotesi, ma non vorrei tu mi picchiassi

    Saluti
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

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