L'altro giorno c'è stata una piccola polemica, poi subito rientrata, sull'opportunità o meno di continuare a scrivere in thread "leggeri" anche in presenza dell'enorme tragedia abruzzese e delle immagini di dolore e devastazione con cui ormai tutti dobbiamo fare i conti accendendo in qualunque momento la tv o leggendo un giornale.
Anche io che, pure, mi sento molto coinvolto dalla vicenda sia in modo indiretto ( attraverso persone a me care... ) che diretto ( perchè le scosse le sento anche io e molto bene.. ), ho continuato, sia pure con meno "verve" del solito, a giocare e scherzare.
La polemica è stata, giustamente, chiusa sia perchè era OT sia perchè le polemiche, in generale, non sono una bella cosa... Ma l'argomento è tutt'altro che peregrino, merita sicuramente una discussione approfondita ( e, possibilmente, con toni civili... ): ed è per questo che apro questo thread apposito.
Vorrei, però, andare "oltre" la contingente vicenda del dramma del terremoto per allargare lo sguardo, più in generale, alle reazioni psicologiche di fronte al dolore altrui...
E' giusto continuare a giocare, ridere, scherzare anche quando vediamo intorno a noi gente che soffre orribilmente? non è giusto?... E' segno di cinismo e indifferenza o, come diceva Gaber in uno splendido pezzo "il senso della vita che ti spinge fuori"?....
Non è una domanda che mi pongo solo adesso.
Ho visto la mia prima autopsia che non avevo neanche 19 anni e da allora la morte, la sofferenza e il dolore sono state una presenza costante, "concreta" nella mia vita di medico.
Ero ancora uno studente quando, a 22 anni, mentre facevo uno stage in un Ospedale all'estero ( allora frequentavo chirurgia perchè avrei voluto intraprendere quella strada... ), mi è letteralmente morta tra le mani una paziente appena operata. Io le stavo accanto e assistevo al suo risveglio, le parlavo e lei mi rispondeva tranquillamente, sembrava tutto OK...
All'improvviso, ha perso conoscenza: ricordo il terrore di quando mi sono accorto che non aveva più il polso carotideo, ricordo la concitazione con cui chiamai l'anestesista e l'angoscia di quando mi resi conto che il suo cuore non sarebbe più ripartito.
Quella sera andai in discoteca, ballai fino a tardi e mi ubriacai. Era cinismo? Era la reazione di un ragazzo di 22 anni che si rendeva conto, forse per la prima volta, di tante cose, allora probabilmente, più grandi di lui?
E poi i lunghi anni in ospedale, le mille storie strazianti di cui sono stato testimone... Adesso, grazie a Dio, il lavoro che faccio è più "tranquillo", almeno per quanto possa esserlo il lavoro di un medico... Perché, comunque, tutti i giorni ho, lo stesso, a che fare con gente che soffre, sta male. Che magari deve morire a breve e lo sa. Se io dovessi assorbire il loro dolore senza filtri, impazzirei, questo è sicuro. E se, come potete constatare anche in questo forum, continuo a mantenere uno spirito goliardico, a trovare tutti i modi possibili per ridere, scherzare, cazzeggiare è, probabilmente, per una reazione di autodifesa, per spirito di sopravvivenza...
Però: quanto è labile la linea di demarcazione tra una ( legittima... ) reazione di autodifesa e il cinismo, la semplice indifferenza al dolore altrui? Dove finisce l'una e comincia l'altra?
Non lo so, semplicemente non lo so... Penso che una risposta valida per tutti non ci sia, penso che vari da persona a persona... E, nell'ambito di una stessa persona, da momento a momento della propria vita e, persino, da un'ora all'altra della giornata....
Il mondo è pieno di tragedie e non c'è una graduatoria del dolore: non è meno doloroso e straziante morire per un cancro o un infarto piuttosto che sotto le macerie di una casa. Così come non dovrebbe essere meno tragica la morte in mare, per annegamento ( morte orribile... ) di 200 immigrati, qualche giorno fa, tra la Libia e Lampedusa... Notizia, lo dico tra parentesi, che ha avuto solo qualche trafiletto sui giornali e il giorno dopo non ne ha parlato più nessuno. Il punto è che E' LA VITA ad essere una condizione tragica: tragedia che, lo sappiamo tutti, può colpire in qualunque momento anche noi e le persone a noi vicine. E che prima o poi, anche questo lo sappiamo bene, di fatto lo farà, ci colpirà, in un modo o nell'altro: questa è l'unica cosa di cui possiamo essere certi.
E allora, se di questo si è ben consapevoli,
forse, può anche avere un senso continuare a discutere di mutande e peli superflui...